Da Il Manifesto del 21/03/2003

Il dio degli eserciti si disarma

La condanna, ferma e radicale, di Wojtyla alla guerra. Da Benedetto XV alla vigilia del primo conflitto mondiale all'enciclica «Pacem in terris» di Giovanni XXIII, nel 1963, tra tradizione e rotture nella storia del cattolicesimo

di Filippo Gentiloni

«Tutto è possibile con la pace, tutto è perduto con la guerra»: non lo ha detto soltanto papa Wojtyla in vista della guerra di oggi all'Iraq; lo aveva già detto Benedetto XV alla vigilia della prima guerra mondiale. Inascoltato, allora come oggi. Che il cattolicesimo condanni la guerra non è una novità; nuovi, caso mai, questa volta sono i toni, le insistenze. Nella seconda metà del secolo XX il concilio Vaticano II e papa Giovanni XXIII avevano rincarato la dose. La famosa enciclica «Pacem in terris», l'11 aprile del 1963, aveva rappresentato una specie di «manifesto» cattolico. «Queste nostre parole, che abbiamo voluto dedicare ai problemi che più assillano l'umana famiglia nel momento presente, e dalla cui equa soluzione dipende l'umano progresso della società, sono dettate da una profonda aspirazione, che sappiamo comune a tutti gli uomini di buona volontà: il consolidamento della pace nel mondo». Non una novità ma un forte spostamento di accenti: il tema della pace saliva al primo posto nella predicazione: una sorta di cartina di tornasole per poterne riconoscere l'autenticità. Un criterio che non si sostituiva certamente a quelli classici per riconoscere la verità della dottrina, ma che li doveva autenticare.

Il primato della pace tanto più significativo perché erano i tempi della «guerra fredda»: di fronte ad un comunismo aggressivo era ancora più arduo - e più evangelico - parlare di pace.

Intanto nascevano i vari organismi internazionali - come l'Onu, la Nato - che sembrava potessero garantire o quasi la pace nel mondo. Così non è stato, come proprio in questi giorni siamo costretti a constatare. In questo contesto la voce pacifica e pacificatrice delle varie autorità religiose si è fatta ancora una volta più forte, forse più necessaria.

Fra queste, in prima fila, la voce cattolica. Molti se ne sono meravigliati, ma non a ragione. E' opportuno indicare i motivi di questa presenza decisa, forse addirittura imprevista.

Non si tratta di antiamericanesimo, come alcuni hanno insinuato. Tutt'altro. Non sono lontani i tempi nei quali il papa di Roma veniva considerato alla stregua di un cappellano della Casa Bianca. Erano i tempi dell'anticomunismo, e non sono certamente dimenticati. Ma nei decenni più recenti si è fatta strada anche nella chiesa di Roma una coscienza maggiormente planetaria. Le ingiustizie del mondo in primo piano. I poveri, gli affamati da difendere. I ricchi sempre o quasi dalla parte del torto. Oggi, anche nelle nostre piazze e nelle nostre manifestazioni, dominano le voci come quella di Padre Zanotelli e di altri missionari, le voci dalle bidonville disperate. Il Vaticano non può non ascoltarle e chiede giustizia.

Tanto più che queste voci sono raccolte da buona parte del mondo cattolico. Parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti. Moltissimi giovani, pronti a manifestare insieme ai laici più laici, senza preoccupazione né di etichette né di autorizzazioni dal Vaticano. Checché se ne dica nei Sacri Palazzi, si sta realizzando un interessante ecumenismo sia fra i cristiani delle varie chiese sia fra tutti i sostenitori e della pace e della giustizia sociale globale. Il Vaticano non può restare indietro.

Anche perché i toni della «contestazione» (le virgolette sono necessarie) dell'ordine stabilito dai ricchi del mondo non hanno quell'aspetto che avevano qualche decennio fa, quando - a ragione o a torto - la contestazione assumeva colori «rossi», forse addirittura atei e anticlericali. Oggi non più, anzi tutt'altro. Oggi la contestazione alla guerra imposta dagli angloamericani assume toni etici, forse spirituali, addirittura religiosi se non proprio evangelici. Il papa può tranquillamente sventolarne la bandiera.

Una bandiera che, fra l'altro, gli permette di prendere le distanze dalle altre bandiere di un occidente antiarabo se non addirittura antimusulmano (si pensi, ad esempio, al vicepremier Gianfranco Fini). Una spaccatura che già esiste e che la guerra all'Iraq renderà inevitabilmente più profonda. Una spaccatura che si ripercuote immediatamente sulla tragedia israelo-palestinese. Il papa deve fare di tutto perché questa spaccatura non si approfondisca: anche per questo sacrosanto motivo le sue condanne alla guerra contro l'Iraq si sono fatte di giorno in giorno più decise.

Fino al punto di una precisa condanna etica: nei termini della tradizione culturale cristiana, si può e deve parlare di «peccato». Come lo è una ingiusta offesa a un singolo, così non può non essere «peccato» una ingiusta offesa e sofferenza inferta ad un popolo. Una posizione etica addirittura speculare a quella di Bush e di Condoleeza Rice che parlano di un Dio che benedice le loro armi e bandiere. Eppure si tratta - meglio dire: si tratterebbe - dello stesso Dio di Gesù Cristo. Altri, poco lontani, invocano con parole quasi identiche il Dio dei musulmani. Un bel imbarazzo deve regnare lassù.

Anche per questo motivo non ci deve meravigliare l'enorme impegno vaticano e cristiano in genere per la pace.

Impegno che, comunque, sembra ancora una volta senza successo. «Voce che grida nel deserto» diceva la Bibbia. Il deserto dei denari, degli egoismi, delle armi, del petrolio. Ma forse sarebbe ancora peggio se quella voce non gridasse.

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