Da Corriere della Sera del 06/05/2003

L’INTERVISTA / Il presidente dei deputati Ds: il lodo Maccanico? Lo proponemmo in alternativa alla Cirami, ma il centrodestra vuole tutto

Violante: non lo salveremo, Berlusconi smetta di usare l’ascia

di Dario Di Vico

ROMA - «La novità di questa legislatura è che Forza Italia ha portato in Parlamento un gruppetto di imputati con i loro avvocati. I Berlusconi, i Previti, i Dell’Utri sono stati eletti assieme ai Ghedini e ai Pecorella. Questa sinergia tra imputati e avvocati è inedita nella storia della Repubblica e sta svuotando la politica della giustizia. Ne soffrono i cittadini comuni». Il presidente dei deputati ds Luciano Violante non usa mezzi termini. Accusa Berlusconi di «paralizzare» le vere riforme e di imporre invece un’agenda, dalle rogatorie all’immunità, costruita sulla base degli interessi di quegli imputati e dei loro avvocati. Ergo: l’opposizione non ha nessuna intenzione di collaborare per «salvare Berlusconi». «A noi interessa riformare la giustizia per tutti i cittadini, non solo per gli imputati di riguardo. Il presidente del Consiglio dovrebbe adottare comportamenti costituzionalmente corretti. Non si governa un Paese brandendo l’ascia contro tutto e tutti».
Ma era stato il centro-sinistra per primo a parlare del lodo Maccanico.
«In alternativa all’approvazione della Cirami. In agosto ne parlò Castagnetti e sa che cosa rispose Pecorella? La definì "una proposta incostituzionale". Per Schifani era "un’uscita estiva". Ora, dopo aver approvato la Cirami, vogliono incassare anche la sospensione del processo. Sono insaziabili!».

Di fronte all’offensiva politico-mediatica di Berlusconi che cosa farete? E se il premier venisse condannato dai giudici del processo Sme?
«L’opinione pubblica ha capito benissimo che si tratta di una ricerca di impunità a tutti i costi. E ha capito che il presidente del Consiglio cerca così anche di sviare l’attenzione dai disastri dell’economia e della sanità. Spiegheremo ai cittadini che cosa sta avvenendo. In caso di condanna, poi, per Berlusconi varrebbe fino alla sentenza definitiva la presunzione d’innocenza. Ma la domanda sul che fare va rivolta a lui, non a noi».

Nei giorni scorsi la sinistra ha elogiato il comportamento dell’imputato Andreotti pur di contrapporlo a Berlusconi. Eppure lei è stato un regista dell’operazione che aveva portato all’incriminazione del senatore.
«Il paragone, per la coincidenza temporale, era inevitabile. Questa storia della regìa è una sciocchezza, in cui è purtroppo caduto pure l’ambasciatore Romano. La relazione della commissione Antimafia è stata votata alla quasi unanimità, su 41 componenti, tutti meno tre, se non ricordo male».

I suoi rapporti di amicizia con il procuratore Caselli sono noti.
«Sono suo amico da 30 anni e ne sono orgoglioso. Solo chi ha attitudini corruttive può confondere un’amicizia umana con un condizionamento politico. Piuttosto nei confronti di Caselli vengono oggi rivolte le stesse accuse che subì Falcone prima che venisse assassinato dalla mafia».

Sovente i magistrati costretti ad assolvere un imputato «si vendicano» scrivendo di lui peste e corna nelle motivazioni della sentenza.
«L’abuso di motivazione, quando c’è, è un grave illecito disciplinare. E’ contro l’etica del giudice. Vengono introdotti elementi e giudizi morali che vanno al di là del necessario».

Ciò accade perché pezzi di magistratura si sono politicizzati?
«Il ruolo politico dei giudici si crea quando la politica non fa il suo mestiere, ma guai se una toga si considera vendicatrice della virtù. Si indaga su un reato di cui c’è notizia, non si deve indagare per vedere se è stato commesso. E poi alcuni processi sono oggettivamente politici per la qualità degli imputati o delle accuse: quello a Clinton, a Chirac, a Kohl lo sono stati. Ma nessuno di loro ha chiesto leggi ad personam o ha parlato di criminalità giudiziaria. Non tutti gli uomini di governo sono uomini di Stato».

Ma i magistrati un ruolo nel tramonto della Prima Repubblica l’hanno avuto oppure no?
«Certo. Ma che la Prima Repubblica sia caduta sotto i colpi di Tangentopoli è un mito interessato. Era caduto il muro di Berlino e veniva meno il ruolo della Dc e di quel sistema politico. Nei referendum del ’91 sulla preferenza unica e del ’93 sul maggioritario i cittadini votarono contro quella classe dirigente. Gli italiani si dissociarono dai loro governanti perché quel sistema era finito».

Tangentopoli quindi fu solo la somma di tanti singoli processi?
«Segnalò che il sistema economico e la società civile non sopportavano più il costo della corruzione. Come spiega che gli imprenditori parlassero e denunciassero i concussori e i corrotti? E comunque tutto il mondo politico fu dalla parte del rinnovamento, che purtroppo non fu fatto dalla politica, ma dai magistrati. Da Fini alla sinistra passando per la Lega. Se si rischiò la Repubblica Giudiziaria fu per la debolezza della politica, colta dal crollo del vecchio sistema senza un nuovo progetto strategico».

E nella caduta del primo governo Berlusconi l’avviso di garanzia speditogli da Milano non giocò alcun ruolo?
«E’ un altro mito interessato. Il governo cadde per la rottura fra la Lega e gli altri partiti della coalizione. La Lega decise di sfiduciare Berlusconi il 6 novembre. Ricorda quando si materializzò l’avviso a comparire? Il 21 novembre, due settimane dopo».

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