Da La Repubblica del 01/06/2003

L'Europa debole in salsa francese

di Eugenio Scalfari

SE NON fosse per le (pericolose) mattane dei “berluscones” e per i loro continui tentativi di scuotere l’albero della Costituzione nella speranza di piegarlo ai loro privati interessi, l’argomento che occupa la scena sarebbe – anzi è – la questione europea. Questione che in queste ultime settimane si è andata vieppiù imbrogliando fino ad arrivare a un punto di rottura di cui l’aperto scontro tra Romano Prodi e Valéry Giscard d’Estaing è soltanto la punta emersa d’un iceberg e che ha come interfaccia la questione americana, non meno complessa anche se meno confusa.
Ieri su questo giornale Timothy Garton Ash ha formulato un duplice augurio: che Bush si dichiari solennemente favorevole all’unione politica dell’Europa e che i leader europei si dichiarino ad una voce favorevoli a rinsaldare l’alleanza con gli Stati Uniti che è stata per mezzo secolo ed anche prima la pietra angolare della civiltà occidentale. Umberto Eco ha detto in altro modo le stesse cose.
Forse saranno esauditi, forse quelle dichiarazioni saranno fatte, tra i festeggiamenti di Pietroburgo e il vertice del G8 a Evian; ma temo che serviranno a ben poco: l’unità politica dell’Europa è un risultato che solo gli europei possono realizzare, con o senza gli auguri di Bush. Quanto alla partnership Europa-America essa è stata già collaudata da due guerre mondiali e dalla guerra fredda; e ancor prima fu proprio la Francia di Luigi XV e del generale La Fayette a tenere a battesimo l’indipendenza americana. Ma affinché un vincolo così profondo e antico continui ad operare in futuro anche in presenza d’una Europa che parli con una sola voce, sarebbe necessario molto di più che due semplici dichiarazioni di intenzioni. Sarebbe necessario un meccanismo para-costituzionale che facesse comunque prevalere una soluzione unitaria a dispetto di possibili divergenze di opinione e di interessi. In assenza d’un tale meccanismo e poiché è impensabile che gli Usa accettino soluzioni patrocinate dagli europei che non incontrino però il loro favore, non resterebbe che l’allineamento degli europei ai voleri americani.

LA TERZA ipotesi è che ciascuno dei due partner decida per conto proprio oppure (quarta ipotesi) che l’unità dell’Europa politica non si faccia e la nostra Comunità si sfarini in un pulviscolo di Stati nazionali in condizioni di semi-vassallaggio rispetto agli Usa come di fatto sta avvenendo.
Se questi sono i termini della questione – e purtroppo non se ne vedono altri – gli auspici di Garton Ash e quelli di Eco, Habermars, Dérrida ed altri egregissimi, non servono a niente. Resta la questione europea, alla quale noi europei dovremmo dare tutta l’importanza che le spetta: se essa sarà risolta e riusciremo a dar vita entro un tempo ragionevole ad una entità unitaria con propri organi efficienti, proprie regole, propri valori, propri interessi, essa influirà fortemente sul destino individuale nostro e dei nostri figli e nipoti; se non ci riusciremo il nostro destino sarà diverso come fu diverso il destino di Atene, di Corinto e di Tebe di fronte alla potenza di Roma.

Lunedì scorso facemmo ricorso alla saggezza e all’esperienza europeista di Tommaso Padoa Schioppa per capir meglio col suo ausilio i termini essenziali della questione europea. La risposta del nostro
Interlocutore fu chiara e univoca: la nascita dell’Europa politica si ottiene ad una. sola condizione, che gli organi dell’Unione prendano le loro decisioni a maggioranza e non più, come ora, all’unanimità, attribuendo cioè ad ogni Stato membro un diritto di veto quale che sia la sua forza politica e le sue dimensioni.
Nell’Unione europea esistono, al momento, quattro istituzioni fondamentali variamente intrecciate nel loro funzionamento: il Consiglio dei primi ministri (e una numerosa serie di Consigli dei ministri di settore), la Commissione di Bruxelles, il Parlamento di Strasburgo, la Banca centrale di Francoforte. Le ultime tre decidono a maggioranza di voti; per questa ragione sono a tutti gli effetti istituzioni comunitarie, il Parlamento poi è anche un’istituzione democratica nel senso che i suoi membri sono eletti direttamente dai popoli europei.
La prima istituzione invece, cioè il Consiglio dei primi ministri e quelli che ne seguono a cascata, funziona con la regola dell’unanimità. Guarda caso: il Consiglio dei ministri è l’organo di maggior potere all’interno dell’Unione, detiene infatti poteri politici, costituzionali, legislativi e può sovrapporsi e modificare le decisioni degli altri organi. Detiene anche il potere costituente e non è poco, visto che l’unità dell’Europa non è ancora costituita.
Fino a quando questo punto essenziale non sarà modificato e il potere di veto di ciascuno Stato abolito, è chiaro che l’Europa non esisterà come entità. Questo ci diceva Padoa-Schioppa e questo diciamo tutti noi, europeisti convinti. Come debbano essere modulate le maggioranze richieste e quando il nuovo sistema debba entrare in funzione; se sia necessario prolungare a qualche anno anziché a soli sei mesi la presidenza del Consiglio dei ministri per dare all’Europa politica una sola voce; se la Commissione di Bruxelles debba essere allargata affinché ogni Stato membro sia rappresentato direttamente anche quando il loro numero raggiungerà i 25 l’anno prossimo; queste sono tutte questioni di notevole importanza ma vengono dopo il vero punto in discussione: sarà abolito il potere di veto in seno al Consiglio dei primi ministri? Il presidente dell’Unione, non più semestrale ma pluriennale, avrà alle spalle una maggioranza oppure dovrà temere per ogni decisione il veto d’un qualunque membro e la paralisi operativa che ne conseguirebbe?
Ebbene: non erano passati tre giorni da quell’intervista che veniva diffusa la bozza di Costituzione preparata da Giscard d’Estaing, nella quale in sostanza i poteri di veto restano intatti al di là di qualche “finestrella” aperta per questioni secondarie. La politica estera dell’Unione, la politica nella difesa, la politica fiscale, sono riservate al Consiglio dei primi ministri che continua a decidere all’unanimità. Questo è il succo di un anno di lavoro. Ora la bozza sarà sottoposta all’esame del Consiglio che dovrebbe approvarla o modificarla entro il 2003. «Se questo è il risultato non avremo una nuova Costituzione ma un nuovo Trattato» ha detto lapidariamente Giuliano Amato. Quanto a Prodi, ha pronunciato parole ancora più forti chiamando gli Stati piccoli a insorgere contro quelle proposte.
Gran Bretagna, Spagna, Italia, se la ridono: è infatti questo che volevano, un’Europa con le briglie ancora più corte e saldamente in mano ai governi nazionali, un’Europa-mercato e non entità, un’Europa dove ciascun paese faccia la politica estera e fiscale che più gli conviene; infine un’Europa senza bilancio e senza regole, cioè un soggetto invertebrato.
C’è da giurare che anche Bush sarà felicissimo di questo risultato. Quanto a Tony Blair, è esatta mente ciò che voleva, ma questo lo sapevamo tutti da un pezzo.

Nell’elenco dei personaggi che sono soddisfattissimi di come sta procedendo – anzi affondando – la questione europea non ho nominato il presidente Chirac.
Eppure è lui uno dei maggiori responsabili di questo pessimo esito. Non l’ho nominato perché la sua condotta è incomprensibile, o almeno così sembra a me, sicché su di essa mi soffermerò un poco.
E inutile, credo, ricordare l’atteggiamento di Chirac sulla guerra irachena, la sua posizione di principio contro di essa, contro l’unilateralismo di Bush, contro la teoria della guerra preventiva, la sua alleanza con Schroeder e con Putin, la sua fermissima opposizione in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu:
tutte vicende ancora calde perché si debbano di nuovo raccontare.
Molti dissero allora che si trattava della solita posizione gollista, ma d’un gollismo senza De Gaulle. Si disse anche che quella posizione era strumentale agli interessi petroliferi francesi in Iraq e serviva soltanto a rialzarne il prezzo. Si disse infine che era una posizione fragile e anche ridicola.
Può darsi che quest’ultimo giudizio sia quello più vicino al vero, anche se darebbe a Chirac una patente di imbecillità che non emerge dalla sua biografia politica. Dunque per quale ragione il presidente francese puntò sul multilateralismo, sul ruolo dell’Onu e – diciamolo – sul sostegno massiccio dell’opinione pubblica non solo francese ma spagnola, italiana, tedesca e insomma europea?
Direi per due corpose ragioni. La prima: rafforzare ed estendere il ruolo della Francia in Medio Oriente e in Africa, cioè in sostanza nelle antiche sue aree d’influenza coloniale, Maghreb, Africa equatoriale, Siria, Egitto, con una politica propria e distinta da quella americana.
La seconda ragione: ripristinare l’intesa franco-tedesca e assumere la leadership della costituenda Europa politica.
Questo secondo obiettivo, che a ben guardare sarebbe il fondamento del primo e consentirebbe una possibile proiezione verso l’America Latina, era il più importante ma richiedeva per essere realizzato una precisa condizione: un conferimento di sovranità dello Stato nazionale ai nuovi organi della costituenda Unione politica, un gesto di fiducia insomma della Francia verso l’Europa, ivi compreso eventualmente e gradualmente il seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu a una voce che parlasse non solo a nome della Francia ma dell’intera Unione.
Improvvisamente invece Chirac, d’intesa con Blair (e con Giscard), irrigidisce la tradizione dell’Europa delle patrie, sposa la soluzione intergovernativa, dichiara intangibili i poteri di veto e l’unanimità delle decisioni.
Questa virata non è comprensibile se non motivata da un attacco di panico politico. Le caute aperture al Bush vittorioso sono spiegabili e anche opportune per quanto riguarda il dopoguerra iracheno e la road map palestinese; l’apertura all’Europa delle patrie voluta da Blair, no. E un errore che azzera senza alcuna contropartita tutta la politica chirachiana dell’ultimo anno e azzera anche le lancette dell’orologio europeo. Vedremo se l’errore sarà corretto a Evian ma c’è molto da dubitarne.

Due parole sul preambolo della bozza Giscard e sul problema delle radici cristiane da inserire in Costituzione.
Secondo noi è la sola parte di quel documento che merita plauso: se è buon comandamento mosaico il divieto di «non nominare il nome di Dio invano», a maggior ragione direi che quel nome non può esser messo in votazione in un’assemblea e tantomeno sottoposto all’esame delle cancellerie. È ridicolo il solo pensarlo e stupisce molto che un uomo della levatura di Giovanni Paolo II abbia potuto concepirlo.
Qualcuno del solito manipolo revisionista ha trovato da ridire per il fatto che nel documento Giscard si nomina invece il pensiero illuminista. Ma la ragione è ben chiara: il pensiero illuminista, indipendentemente dai suoi contenuti filosofici che sono incompleti, a volte contraddittori e comunque datati, segnò il momento di passaggio dall'"Ancien régime” al costituzionalismo e ai regimi liberal-democratici. Segnò in sostanza la nascita politica dell’Europa moderna e anche degli Stati Uniti d’America dei padri fondatori e della dichiarazione d’indipendenza. E dunque rappresenta una delle fonti principali della legittimità fondativa dell’Europa politica nel momento in cui dovrebbe nascere.
Ciò detto, queste menzioni possono anche restare implicite poiché i grandi eventi culturali stanno scritti nella storia dei popoli e non necessariamente nelle carte costituzionali. A noi europei moderni basta siano scritti in quella carta i diritti dell’uomo e del cittadino europeo. Da dove vengono, ognuno di noi lo sa e anche se lo nega lo può tranquillamente sostenere perché sono appunto quei diritti a garantirlo.

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