Da La Repubblica del 04/07/2003

Il soldi finirono su conti riservati e vennero usati anche per fare acquisti di lusso nel nostro paese

Le carte segrete di Slobo così incassò 500 miliardi

Come dall'Italia arrivò il denaro per Milosevic

di Carlo Bonini, Giuseppe D'Avanzo

Entro il 10 luglio, i presidenti di Camera e Senato dovranno decidere se prorogare i lavori della commissione d'inchiesta su Telekom Serbia, nata un anno fa. Di quell'affare restano molte ombre. Telecom Italia, allora nelle mani dello Stato, rileva il 29 per cento di Telekom Serbia per quasi 900 miliardi di lire nell'apparente indifferenza del governo presieduto da Romano Prodi; ministro degli Esteri, Lamberto Dini; del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi. L'acquisizione fu davvero "un caso di corruzione internazionale", come adombrò nel 2001 nell'inchiesta di Repubblica il ministro delle telecomunicazioni del dopo-Milosevic, Boris Tadic? Che cosa può dimostrarlo? Che cosa può escluderlo? Chi a Roma era informato delle trattative in corso a Belgrado? Perché

Slobodan Milosevic commentò "Quei mafiosi di italiani...", quando seppe che era stato necessario pagare il 3 per cento a due mediatori (Gianni Vitali e Srdja Dimitrijevic)? Perché i consulenti di parte serba (NatWest e Weil Gotshal & Manges) furono liquidati dagli italiani, con parcelle miliardarie, per un impegno o inesistente (Natwest) o in poche ore (Weil Gotshal & Manges)? I miliardi ottenuti dai mediatori, italiani e non, furono poi da loro incassati o, come ha ipotizzato la procura di Torino, furono dai mediatori "girati" ai manager o ai politici che favorirono un'operazione economicamente disastrosa (l'Italia ci ha perso in cinque anni circa 800 miliardi di lire) e politicamente assai critica (l'affare permise allo Jul di Mira Markovic, il partito della signora Milosevic, e ai socialdemocratici di Slobo di vincere le elezioni a dispetto delle manifestazioni organizzate, notte dopo notte, dall'opposizione in piazza della Repubblica)?

Sono queste le domande sul tavolo della commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Enzo Trantino (An). All'osso, si possono raccogliere in due capitoli.
1) Dove finirono i soldi pagati dagli italiani?
2) Chi, per il governo Prodi, seguì la trattativa?
Al primo capitolo, il lavoro della commissione è stato pregiudicato dalla "sindrome del sacco di juta". È la patologia che ha afflitto e ancora affligge l'inchiesta.
Nel febbraio del 2001, Repubblica svela come il 10 giugno del 1997 il ministro per le privatizzazioni Milan Beko lascia il "brindisi" in corso al Palazzo della Presidenza della Repubblica serba (il contratto è stato siglato il giorno prima) per volare a bordo d'un Falcon ad Atene dove ritira, in contanti, la prima tranche del pagamento italiano. 701 milioni e 770 mila marchi tedeschi stipati in sacchi di juta delle Ptt Traffic Serbia (diventeranno 683 milioni 972 mila perché decurtati della percentuale dei mediatori). La combinazione "Falcon-juta-cash" deve essere molto piaciuta in Italia. Dal quel momento, con cadenza regolare, appare un "misterioso testimone". Rivela di aver consegnato miliardi in contanti "stipati su un Falcon in sacchi di juta" a questo o a quell'esponente della maggioranza e del governo di allora (centro-sinistra).

Lo schema delle rivelazioni ricalca una sequenza messa a punto senza fantasia.
1) Lettera anonima o anonima intervista a un giornale vicino al governo di Berlusconi.
2) Clamore giornalistico e campagna di stampa.
3) Severe prese di posizione politiche della maggioranza di centro-destra. Richiesta di audizione del teste in commissione.
4) Il teste viene ascoltato. Accusa. Getta lì qualche nome di politico del centro-sinistra. Assicura che i documenti che provano le sue parole sono da qualche altra parte e che presto ne entrerà in possesso.
5) I documenti non ci sono o non si trovano. Le accuse galleggiano e avvelenano l'aria. La commissione d'inchiesta ne vaglia con ostinazione la fondatezza "per garantire l'onorabilità dei personaggi chiamati in causa" (come tartufescamente dice) anche se ne amplifica soltanto il discredito incagliandosi in un vicolo maleodorante e senza uscita e impedendosi, quindi, di raccogliere altrove qualche possibile brandello di verità.

Accade che il truffatore (pluricondannato) Vincenzo Zagami, dal carcere di Aix en Provence, diventi la "gola profonda" dell'inchiesta condotta, per il Giornale, dal senatore-giornalista Paolo Guzzanti (Fi). Accade che Igor Marini, un truffatore presentato come "promotore finanziario" (in realtà facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia), indichi come corrotti Prodi, Dini e Fassino, aggiungendo che si sono impossessati non di una parte dei 900 miliardi pagati da Telecom, ma addirittura di tutta la somma perché fu sgraffignato l'intero importo dell'acquisizione. Che dunque, per la "gola profonda", avvenne gratis.
Ecco, allora, quali sono oggi i nodi della storia. In un anno la commissione d'inchiesta, che ha ascoltato 44 testimoni, ancora non è riuscita a superare la soglia degli imbarazzati e autorevoli silenzi di chi, a Roma, doveva sapere e non seppe o non volle sapere o seppe tacendo ieri e tacendo oggi. La commissione ha preferito far lievitare nel sospetto le rivelazioni di personaggi oscuri senza acchiappare una sola risposta alle domande dell'affaire. Era davvero così arduo ottenere, in un anno, qualche brandello di verità, magari muovendo con prontezza le rogatorie internazionali, avviate soltanto nelle ultime settimane di lavoro? Per dirne una, era possibile seguire il denaro finito nei conti dei mediatori o nelle casse delle società off-shore di Slobo e ricostruire così, almeno parzialmente, la mappa dei beneficiari dell'acquisizione? Ma è, alfine, questo l'obiettivo della commissione d'inchiesta? O ce n'è un altro, più politico che con l'affare Telekom ha poco da spartire e molto da spartire con il 2006 quando la fine della legislatura si sovrapporrà alla scadenza del mandato presidenziale di Carlo Azeglio Ciampi?

Con questa inchiesta, Repubblica tenterà di accennare a qualche risposta possibile, con l'ausilio di documenti di fonte serba, croata, greca e cipriota; dei resoconti dei lavori della commissione; di qualche nesso logico.

***

È il 1997. Stet International Netherland per conto di Telecom Italia e l'ellenica Ote comprano il 49 per cento di Telekom Serbia (29 per cento gli italiani, 20 per cento i greci). Anche se in bilico, perché assediato da un'opposizione finalmente solidale e aggressiva, Slobodan Milosevic è ancora in sella, alla guida di una Serbia stremata e alla vigilia di una nuova guerra. Il contratto è firmato a Belgrado il 9 giugno e vale 1 miliardo e 517 milioni di marchi tedeschi. Più o meno 1.500 miliardi di vecchie lire: linfa vitale per le casse del regime di Slobo che ci pagherà le pensioni, gli stipendi degli impiegati statali e dei soldati, la benzina per i tank, le elezioni politiche (vincendole contro ogni previsione), l'operazione di pulizia etnica in Kosovo. Gli italiani dovranno pagare 701 milioni e 770 mila marchi nelle 48 ore successive alla firma del contratto, 117 a sei mesi e 74 milioni di marchi all'atto della licenza per la telefonia mobile (saranno versati a marzo del 1998).

È il 24 giugno del 1997 ora, e sono passati quindici giorni dalla firma del contratto. Sono le 12,11 (ora di Greenwich). Un fonogramma, in possesso di Repubblica (e pubblicato in queste pagine), racconta meglio di una testimonianza il giubilo dell'entourage di Slobo per la manna (inattesa, insperata) che rende ancora fertile il potere di Milosevic e le sue fortune personali.

Due "fiduciari" di Slobo dialogano via telex. Il primo è a Nicosia nella sede della Beogradska Banka Cyprus Offshore Banking Unit. L'altro è ad Atene nella sede della European Popular Bank. Motteggiano complici, appaiono felici. Hanno tra le mani una montagna di denaro e la stanno trasferendo dal conto della European Popular Bank, dove è stata versata dagli italiani, verso l'accogliente Cipro del 1997 che ospita gli affari della Beogradska Banka. E da Cipro in luoghi (paesi, banche, conti) più protetti. Non si conoscono i nomi dei due. Se possono mettere le mani su quel ricco gruzzolo, sono fedelissimi di Slobo.

Il primo, quello che è a Nicosia, dice all'altro, ad Atene:
"Ho preso cinquecento milioni di marchi (500 miliardi di lire)...".

L'altro chiede se il tasso è favorevole.
"2,88 per cento" per sette giorni, risponde l'altro. E aggiunge: "Ne ho parlato giusto ora con Bapo".

Chi è "Bapo"? Forse è Milan Beko, il ministro che tratta con gli italiani e privatizza Telekom Serbia. Lo abbiamo visto volare verso il denaro, a 24 ore dall'accordo, con sacchi di juta per il suo prelievo in contanti. O, forse, è Mirko Marjanovic, o forse Dragomir Tomic: secondo fonti di Belgrado, gli uomini di fiducia di Slobo per le questioni finanziarie nate dall'affare Telekom. Comunque, ridono i due. Bapo è della "stessa scuola", della "stessa famiglia" di Slobo. "Intendi?". L'altro intende e appare ancor più rassicurato quando l'emissario di Nicosia avverte che "dal 3 luglio quei soldi cominceranno a volareeeeeee!!!!".
"Hahahaha!!!!!", gongola l'uomo di Atene.

I 500 miliardi di lire non "volano" verso la banca centrale serba, nel luogo dove avrebbero dovuto essere destinati, ma in angoli di mondo più acconci conosciuti soltanto da Slobodan Milosevic, dai suoi familiari e famigli.
Nei mesi che seguono qualche spicciolo del "malloppo" (più o meno quindici miliardi di vecchie lire) arriverà anche in Italia. Da un prospetto delle transazioni finanziarie delle società segrete di Milosevic, messo insieme dalle autorità bancarie di Nicosia (e a disposizione di Repubblica che ne riproduce qui accanto una pagina), è possibile sapere anche dove. Milosevic paga in conti presso banche italiane (Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Banca commerciale italiana, Istituto San Paolo di Torino, Credito italiano, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca Toscana, Monte dei Paschi, Banca Antoniana Popolare Veneta, Popolare di Verona, per fare qualche nome) benzina e petrolio (Shell, Enichem), calzature (Melania Calzaturifici, Camel, San Lorenzo), film (Titanus) abiti (Corneliani, Benetton, G.B. Pedrini), auto (Autogerma). Sono soltanto dettagli di una complessa operazione finanziaria che occorre riepilogare.

***

Gli italiani di Telecom e i greci della Ote devono pagare 1 miliardo e 517 milioni di marchi tedeschi. Una lettera del 10 giugno 1997 contiene le istruzioni di pagamento. La Stet International Netherlands (per conto di Telecom Italia) verserà, a 48 ore dalla firma del contratto, 701.770.000 marchi (più o meno 700 miliardi di lire):
- 16.090.540 saranno accreditati sul conto bancario 6501680000 presso la Banca Paribas di Francoforte in favore di NatWest Securities Limited;

- il controvalore in sterline inglesi di 1.707.006 marchi sul conto 60949191 presso la Barclays Bank plc a Londra in favore della Weil, Gotshal & Manges;

- 683.972.454 marchi saranno accreditati sul conto 002-124394-900 della Beogradska Banka Cyprus Offishore Bankink Uniti Nicosia, ultimo beneficiario indicato il "Development Fund of Republic of Serbia".

Dal loro canto, i greci della Ote accrediteranno:
- 12.455.455 a NatWest (Paribas);
- 1.321.369 marchi in sterline inglesi per Weil, Gotshal & Manges (Barclays);
- 529.453.176 sullo stesso conto presso Beogradska Banka Cyprus del "Development Fund of Republic of Serbia".
Un telex datato 11 giugno, e inviato dalla European Popular Bank di Atene alla Beogradska Banka Nicosia, conferma l'accredito della somma dovuta a Belgrado (1.213.425.063 marchi tedeschi). Vediamo ora, fin dove è possibile, il percorso di questo denaro così come è stata ricostruita dagli investigatori finanziari greco-ciprioti.

Duecento milioni di marchi vengono investiti in conto deposito per un giorno al 2,88 per cento e scompaiono. Non se ne troverà più traccia. Quel che resta, poco più di un miliardo di marchi (per la precisione 1.014.109.867,23: mille miliardi di lire) è investito dalla Beogradska in conto deposito per sette giorni (tasso come al solito 2,88). In seguito, ecco quello che documentano le fonti bancarie.
Con tre bonifici di 160 milioni di marchi, 480 milioni di marchi tedeschi (480 miliardi di lire) sono trasferiti a tre società off-shore nella disponibilità di Milosevic presso la Cyprus Popular Bank di Nicosia (Hillsay Marketing Ldt, conto 001-33-095312; Vericon Management Ltd, conto 001-33-073882; Browncourt Enterprises Ltd, conto 001-33-073858). Questa specifica circostanza (i tre versamenti su società off shore) conferma quanto emerso nell'estate 2002 dal rapporto "Torkildsen" degli investigatori del Tpi (Tribunale penale internazionale) anticipato dal Corriere. Ma - ecco una novità - Hillsay, Vericon, Browncourt sono tre società che avranno rapporti finanziari anche con l'Italia, muovendo parte di quei 13 miliardi di lire che vi destina Slobo.

Restano ora i cinquecento milioni di marchi del telex, "pronti a volare". Trecentocinquanta vengono trasferiti alla Crandor Investment Management Limited di Tortola (British Virgin Islands), "costituita e utilizzata da Milosevic per movimentare ingenti somme di denaro al di fuori della giurisdizione serba". Alla Beogradska Banka di Nicosia restano depositati 150 milioni di marchi. Per un altro anno (1998) non ci saranno movimenti nella documentazione bancaria. Tranne uno. Una transazione che curiosamente si muove al contrario. Non verso i conti di Milosevic. Ma da un conto di Milosevic verso la Telecom Italia. Presso la European Popular Bank di Atene (002-013001-901 intestato alla Mcc Ltd) vengono accreditati 2 milioni di marchi tedeschi a favore del conto 0230/309.622.62Z intestato alla Stet International Netherlands. "Acconto per fattura NA 04/98 (Kabi-S5H)", si legge nella distinta di versamento.

(1 continua)

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