Da Corriere della Sera del 25/07/2003

La norma della discordia

Le assicurazioni di ieri e gli imbarazzi di oggi

di Giovanni Bianconi

ROMA - Che sia una decisione del Guardasigilli in persona s’intuisce dalle ultime righe della lettera inviata a Milano dal direttore generale del ministero della Giustizia, Augusta Iannini. «In esecuzione delle conseguenti determinazioni impartite - conclude il magistrato - gli atti vengono restituiti alle Signorie Loro» eccetera, eccetera. Un modo burocratico ma sufficientemente chiaro per specificare che il suo ufficio non s’è mosso di propria iniziativa, ma sulla base di ordini ricevuti. E forse per prendere qualche distanza dalle disposizioni del ministro Roberto Castelli, che ha voluto dare una sua interpretazione del Lodo ex Maccanico divenuto Schifani. E in attesa di ricevere un parere pro-veritate sull’estensione del blocco dei processi anche alle indagini contro il capo del governo, ha deciso di rispedire al mittente la rogatoria riguardante Silvio Berlusconi e altri indagati, «per valutarne la compatibilità» con la nuova legge.

Ha un mese e tre giorni di vita, il Lodo che sancisce il blocco dei processi alle cinque più alte cariche dello Stato. Dall’entrata in vigore è servito a bloccare il dibattimento Sme - non perché i giudici l’abbiano applicato, ma perché l’hanno spedito alla Consulta per sospetta incostituzionalità - e a fermare un ricorso dell’accusa in Cassazione in un altro processo contro il premier. Ora, sulla base dell’interpretazione del ministro della Giustizia, rischia di interrompere anche un’indagine preliminare nei confronti di Silvio Berlusconi. Interpretazione che suona bizzarra, poiché sul fatto che lo stop si dovesse applicare ai processi e non anche alle inchieste s’è giocata una lunga partita di polemiche e discussioni il cui risultato finale sembrò non lasciare spazio a dubbi nemmeno nella maggioranza di centrodestra.

Non è un caso che nella prima bozza dell’emendamento presentato al Senato si parlasse di «procedimenti» da sospendere, formula successivamente corretta in «processi penali in corso in ogni fase, stato e grado». Correzione intervenuta dopo che dal Quirinale era stato anticipato che il presidente della Repubblica avrebbe avuto difficoltà a firmare una legge che prevedesse l’interruzione delle indagini, in violazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Così arrivò la modifica. Ma sulla scorta di tre paroline che compaiono nel testo finale - «in ogni fase» - dal ministero della Giustizia giunge ora l’interpretazione più ampia. Che comprende nelle fasi del processo anche quella «preliminare», e dunque l’inchiesta.

Con la restituzione della rogatoria su Berlusconi alla Procura di Milano, il Lodo ex Maccanico divenuto Schifani finisce per trasformarsi in Lodo Castelli, e rischia di aggiungere un nuovo motivo di incostituzionalità alla legge, come immaginavano al Quirinale. Ribattono al ministero che il Guardasigilli ha dalla sua un articolo del professore di procedura penale Enrico Marzaduri, il quale riterrebbe plausibile l’interpretazione estensiva della norma, e il parere pro-veritate che nel frattempo è giunto sul suo tavolo, scritto da un altro giurista. Dall’altra parte, tuttavia, ci sono gli atti parlamentari che rischiano di mettere in serio imbarazzo la maggioranza e i suoi esponenti.

Era appena il 5 giugno scorso quando il primo firmatario dell’emendamento blocca-processi, Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia, fece al Senato un appassionato intervento che riscosse - annotano i resoconti - «vivi applausi dai gruppi di FI, An, Udc e Lega. Molte congratulazioni». In quel discorso Schifani precisò per tre volte che «la nostra proposta prevede la sospensione dei processi, e non già la sospensione delle indagini... I processi si celebreranno nel momento in cui le cariche saranno cessate...», con il sottinteso che invece le inchieste sarebbero proseguite.

Dodici giorni dopo, il 17 giugno alla Camera, il relatore sulla legge Donato Bruno, di Forza Italia, spiegava ai colleghi deputati che «la dottrina processuale penalistica assolutamente prevalente ritiene che i termini "procedimento" e "processo" non siano affatto sinonimi... L’espressione "processo penale" indica una porzione del procedimento, di cui fanno parte le fasi dell’udienza preliminare e del giudizio. L’atto iniziale corrisponde all'esercizio dell’azione penale, (cioè la richiesta di rinvio a giudizio, ndr ), l’atto finale è una sentenza. Nell’utilizzare quindi il termine "processo", il testo al nostro esame garantisce in modo inequivocabile il libero svolgimento dell’attività di indagine». Difficile essere più chiari. E se ce ne fosse stato bisogno, nella stessa seduta il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti aggiunse, per conto del governo: «E’ il processo che viene sospeso, non è l’azione penale che viene interdetta... L’azione penale è salva e può approdare alla richiesta di rinvio a giudizio, solo successivamente il processo viene temporaneamente sospeso».

Affermazioni così nette che mal si conciliano con il Lodo nella versione Castelli, che appare in contrasto con quanto è scritto nella legge e con lo «spirito» che se ne desume dai lavori parlamentari. Provocando un ingessato commento del sottosegretario Vietti: «La volontà del legislatore è quella cristallizzata nella norma, che è oggetto di interpretazione. I lavori parlamentari servono ad illuminare quella volontà, ma non la possono vincolare». Di più il perplesso sottosegretario non può dire, è sufficiente quel che disse in aula poco più di un mese fa.

Ma, oltre all’imbarazzo nella maggioranza, il Lodo nella versione Castelli apre un altro fronte nello scontro fra politica e giustizia. I magistrati milanesi ritengono che il Guardasigilli abbia agito «in palese violazione di legge» e si sono rivolti al Csm, dove è stato appena stabilito che nelle ispezioni volute da Previti i pubblici ministeri Boccassini e Colombo hanno «ottemperato all’obbligo di leale collaborazione» istituzionale. Ora si aprirà la pratica sulla rogatoria negata che secondo la Procura mina «l’esercizio indipendente della funzione giudiziaria». Per volontà di un ministro del governo Berlusconi al quale difficilmente il Csm riconoscerà la stessa «leale collaborazione» attribuita agli accusatori di Previti e Berlusconi.

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