Da Panorama del 03/07/2003

Un ex agente della Cia accusa la monarchia

Lo strano doppio gioco di Riad

Washington ha ignorato la crescita dell’integralismo nell’esercito del regno wahhabita. Fino all’11 settembre. Poi non è stata abbastanza decisa. Le accuse nel libro di una ex spia Usa.

di Robert Baer

Il pick-up Ford rallenta fino a « fermarsi sotto la Torre Numero sette, una delle dieci grandi strutture cilindriche di Abqaiq utilizzate per eliminare lo zolfo dal petrolio o trasformarlo da “amaro in dolce” come si dice in gergo petrolifero. A oriente, nel deserto saudita, i primi raggi di sole brillavano all’orizzonte. L'uomo spense il motore, guardo l’ora e comincio a recitare i versetti del Corano. Intorno a lui brillavano le luci della più grande raffineria del mondo.
«A occidente di Abqaiq in un piccolo accampamento di beduini, un saudita sui 23 anni si chinò sul mortaio di produzione sovietica da 120 millimetri. Appartenente alla setta wahhabita ed erede dei fanatici religiosi che avevano portato al potere la casata Al Saud, si era impratichito con le armi in Afghanistan sotto la guida di un uomo formatosi presso la Cia. Sotto di lui, alle pendici delle montagne, si estendeva la Pump station one, la prima stazione dell’oleodotto che trasportava quotidianamente quasi un milione di barili di greggio superleggero da Abqaiq al porto di Yanbu sul Mar Rosso.
«Il cercapersone gli vibrò contro il petto e poi si spense. L’ora era giunta. La casata Al Saud stava per crollare. Il petrolio che alimentava la sua vergogna e corruzione avrebbe smesso di scorrere. L'Islam sarebbe stato purificato, i diavoli americani menomati e il protettorato israeliano abbandonato a se stesso e condannato a morte certa. Il mondo avrebbe dovuto arrendersi all’evidenza e per un motivo molto semplice: l’economia globale era fottuta».

Ho arricchito e aggiornato la storia appena raccontata, ma non c’è mente di inventato. Lo scenario dell’attentato ad Abqaiq è solo uno dei molti presi in considerazione dai «consulenti in disastri» dell’era Reagan: il sistema petrolifero dell’Arabia Saudita presenta infatti un gran numero di possibili obiettivi. L’Arabia vanta più di 80 giacimenti petroliferi e campi metaniferi e oltre mille pozzi operativi, ma la metà delle sue riserve (12,5 per cento della produzione di greggio del mondo) si concentra in otto siti.

Nella migliore delle ipotesi, un attentato di media gravità contro Abqaiq ridurrebbe la produzione media di greggio da 6,8 milioni di barili al giorno a circa 1 milione di barili per i primi due mesi successivi all’attacco: una perdita che corrisponde a metà del consumo giornaliero di greggio negli Stati Uniti. A distanza di sette mesi, la produzione del sito corrisponderebbe al 40 per cento del normale, fino a 4 milioni di barili sotto la norma, più o meno la riduzione decisa collettivamente dai paesi dell’Opec nel devastante embargo del 1973.

È da parecchio tempo che gli americani considerano l’Arabia Saudita come un punto di riferimento in Medio Oriente. I sauditi hanno il petrolio «depositato» sotto la sabbia come in banca e perdere l’Arabia Saudita sarebbe un po’ come perdere la Federal Reserve. Gli Usa sostengono che, anche se un giorno i governanti sauditi dovessero diventare antiamericani, continuerebbero a produrre il petrolio perché non farlo vorrebbe dire tagliarsi la gola. O perlomeno così pensavano prima che 15 sauditi e quattro altri terroristi lanciassero gli attentati suicidi dell’11 settembre; prima che Osama Bin Laden diventasse improvvisamente il saudita più popolare della storia; prima che Usa Today, l’estate scorsa, annunciasse che quattro su cinque dei contatti al sito web clandestino di Al Qaeda provengono dall’Arabia Saudita; e prima che un recente rapporto ordinato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu rivelasse che l’Arabia Saudita nell’ultimo decennio ha elargito ad Al Qaeda ben 500 milioni di dollari.

Le cose potrebbero andar meglio se l’Arabia Saudita fosse governata da una famiglia reale con un forte senso dello stato. Ma non è così. Cominciando dai vertici, re Fahd ha quasi perso tutte le facoltà mentali, reso inabile da un infarto nel 1995. Il principe ereditario Abdallah dovrebbe in teoria fare le veci del fratellastro Fahd. In realtà non ha veri poteri. I principi e i ministri non si fidano, lo disprezzano e colgono ogni minima occasione per ostacolare la sua autorità. Quindi, nei fatti, chi governa l’Arabia Saudita è la moglie favorita di re Fahd, Jawhara Al Ibrahim, e il figlio viziato e megalomane Abd-el-Aziz detto «Azouzi» o «mio diletto», come lo chiama re Fahd.

Solo Jawhara ha accesso 24 ore al giorno al re. Da ogni punto di vista è lei che determina il corso generale della politica interna ed estera dell’Arabia Saudita. Da ciò che sappiamo può anche stabilire quanto petrolio sarà prodotto e quali forniture verranno sospese.

Nel regno saudita la successione non avviene per primogenitura. Tradizionalmente sono i principi a raggiungere un accordo per scegliere il successore, decisione che poggia su criteri di esperienza e saggezza. Ma a partire dal 1995 i fratelli di re Fahd hanno cominciato a temere che Azouzi stesse cercando di sconvolgere questa consuetudine. Azouzi ha infatti cominciato a partecipare sempre più ai progetti di sicurezza nazionale, dalla politica estera ai servizi segreti. Nel settembre 1996 il capo dell’aviazione, subito dopo essere stato nominato, ha affidato il comando a cinque seguaci di Bin Laden. Vi era già un clima di evidente scontento presso il ministero della Difesa e dell’Aviazione per la presenza degli americani nella regione. La nomina di cinque estremisti islamici avrebbe sicuramente aggravato la situazione, ma nessuno voleva esporsi opponendosi alla decisione del comandante in capo, neppure Abdallah e Sultan.

La diffusione dell’estremismo islamico in ambito militare non poté che incoraggiare Azouzi a sostenere con maggiore fervore le cause radicali. Nel settembre 1997 coordinò l’invio di aiuti ai talebani per 100 milioni di dollari. Il fatto che i talebani stessero proteggendo Bin Laden, l’uomo che aveva giurato di annientare la casata di Al Saud, non fece la benché minima differenza. Ad Azouzi interessava solo il sostegno dei militanti wahhabiti, a costo di scatenare un inferno. Nei cinque anni successivi i militanti wahhabiti continuarono a guadagnare consensi tra i militari e nei servizi segreti. Nell’ottobre 2002 la polizia saudita informò i contatti della comunità espatriata americana che ormai non poteva più contare sulla lealtà degli ufficiali di grado intermedio delle forze armate e dei servizi segreti. L’arresto di svariati ufficiali del Bahrain con connessioni con Al Qaeda nel febbraio 2003 sembrò confermare questi timori.

Da questa somma di forze minacciose, si potrebbe pensare che su tutte le mappe ufficiali di Washington siano affisse bandierine rosse in corrispondenza di Riad. Ma non è così. Anzi, fino all’11 settembre gli Stati Uniti non avevano diffuso raccomandazioni per segnalare problemi di sicurezza agli americani in viaggio in Arabia Saudita. «Il governo saudita, a ogni livello, continua a ribadire il proprio impegno nella lotta contro il terrorismo» veniva asserito, nel rapporto 1999 del dipartimento di Stato sul terrorismo globale. Il rapporto aggiungeva che «il governo dell’Arabia ha continuato a condurre indagini sul bombardamento delle Torri Khobar del giugno 1996».

Era falso. Per anni il principe Nayaf bin Abdelaziz al Saud, lo spietato ministro dell’Interno saudita, aveva fatto di tutto per intralciarle. Nayaf aveva detto agli altri principi del regno di essere riluttante a collaborare con gli Stati Uniti sul caso Khobar. E fece di tutto per evitare di incontrare il responsabile dell’Fbi, quando Louis Freeh si recò in Arabia Saudita per vedere cosa si poteva fare per continuare le indagini. Nayaf si rese irreperibile (sul suo yacht, ancorato al largo di Gedda sul Mar Rosso) lasciando l’ingrato compito di incontrare Freeh a due ufficiali di basso rango del servizio di sicurezza interna che non erano assolutamente al corrente dell’andamento delle indagini.
La Cia, invece, ha affidato il tutto al dipartimento di Stato decidendo di ignorare l’Arabia Saudita. L’Agenzia, per esempio, non ha reclutato diplomatici sauditi per cercare di capire cosa stessero combinando le sezioni religiose delle ambasciate saudite. La Direzione servizi segreti della Cia ha evitato di scrivere rapporti (su valutazioni dei servizi segreti a proposito di potenziale rischio) sull’Arabia Saudita ben sapendo che tali rapporti, in particolare quando negativi, hanno tendenza a essere pubblicati sulle prime pagine dei quotidiani americani con effetti indesiderati sull’opinione pubblica.

La Cia ha finito per adottare la stessa linea dello stato: non c’è bisogno di preoccuparsi per l’Arabia Saudita né per le sue riserve di petrolio.
Annotazioni − Il testo pubblicato in queste pagine è un articolo basato sul libro “A letto col diavolo” scritto dall’ex agente della Cia Robert Baer pubblicato negli Stati Uniti da Crown. Nel libro Baer racconta i rapporti americani con l’Arabia Saudita e accusa la monarchia di Riad di connivenze con il terrorismo islamico.

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