Da Corriere della Sera del 05/08/2003

A Monrovia la forza di pace. Ma la battaglia non si ferma

Folla in festa per i primi 300 soldati nigeriani scesi dagli elicotteri Onu Scontri tra ribelli e governativi. Il presidente Taylor: mi dimetto lunedì

di Massimo A. Alberizzi

MONROVIA - Nonostante fossero spossate da una sanguinosa guerra civile, che ha fatto almeno 100 mila morti, e nonostante la situazione dal punto di vista umanitario, catastrofica, centinaia di persone si sono riversate per le strade di Monrovia cantando, ballando inneggiando alla forza di pace la cui prima avanguardia di 300 soldati nigeriani è sbarcata ieri mattina all'aeroporto Robertsville, a una sessantina di chilometri dalla capitale. Sotto una pioggia torrenziale i nigeriani in assetto di guerra sono scesi da due elicotteri dell'Onu «prestati» dai Caschi Blu impegnati nella missione di pace in Sierra Leone. Lo scalo è stato preso d'assalto dalla folla festante e un colonnello è stato perfino portato a spalla. Ma al di là delle manifestazioni di giubilo, regna la preoccupazione che gli oltre 3.500 uomini del contingente organizzato dall'Ecowas, la Comunità Economica dei Paesi dell'Africa Occidentale (schierato sul campo nel giro di dieci giorni) non sia in grado di frenare la guerra civile.

«All'inizio cercheremo di far deporre le armi trattando - ha spiegato ai giornalisti il generale Festus Okonkwo comandante della forza di pace -. Se poi non ci riusciremo useremo la forza, come ci autorizza il Consiglio di sicurezza». Okonkwo ha aggiunto che ci vorranno giorni perché i suoi uomini possano cominciare a pattugliare le strade della capitale: «Voglio avere abbastanza uomini anche per andare nelle zone controllate dai ribelli e in particolare al porto, che va riaperto immediatamente per far arrivare gli aiuti».

La battaglia tra i guerriglieri del Lurd (Liberians United for Reconciliation and Democracy) e i governativi fedeli al presidente Charles Taylor è continuata fino all'alba di ieri. I lealisti tentano di conquistare il porto per riuscire poi a trattare da una posizione di forza. Una tregua spontanea è scattata solo quando, prima di mezzogiorno, i primi elicotteri con a bordo i caschi bianchi dell'Ecowas sono passati sul mare di fronte alla città. Nel pomeriggio tutto è tornato come prima: colpi di mortaio da una parte e dall'altra, scariche di mitragliatrici e di contraerea usata ad alzo zero. E i proiettili vaganti hanno ricominciato a piombare dappertutto.

Tutte le parti in guerra - anche i ribelli del Model (Muvement for Democracy in Liberia) che controllano Buchanan, seconda città del Paese - si dicono soddisfatte dall'arrivo dei nigeriani. Le critiche si manifestano quando il discorso viene approfondito. «Le forze dell'Ecowas sembra che non abbiano ben capito che Taylor è il presidente - commenta con disprezzo Victoria Reffel, amica di lunga data e consigliere particolare dell'uomo forte della Liberia -. Non possono trattarlo come gli altri capi dei movimenti ribelli, gente che non ha fatto neppure la quinta elementare. Qui è lui che conta ed è con lui che bisogna negoziare».

Poco dopo la conversazione, dalla terrazza di Philip Setter dove si può seguire da vicino la battaglia, si assiste a una scena sconcertante. Un gruppo di ribelli cantando in un ballo di giubilo, con una bandiera bianca in mano avanza sul ponte che divide i contendenti. Si capisce chiaramente che le intenzioni non sono aggressive. La risposta è micidiale: all'imboccatura del ponte controllata dai governativi viene piazzata una camionetta con una mitragliatrice pesante sul pianale. Solo per miracolo la scarica che segue non falcia nessuno. I guerriglieri hanno fatto retromarcia in tempo.

Philip, riparatore di computer che a causa della guerra non ripara niente da un pezzo, ha perso due giorni fa il fratello minore centrato al capo da una pallottola vagante.

Il giorno della verità è fissato per lunedì prossimo. Taylor ha promesso che darà le dimissioni. Ma se ne andrà anche in esilio come ha promesso?

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