Da Il Manifesto del 20/11/2001

Boomerang imperiale

di Marco D'Eramo

In italiano si potrebbe tradurre con Boomerang. In inglese si chiama Blowback (letteralmente "contraccolpo", "che ti scoppia contro"), un termine coniato dalla Central Intelligence Agency (Cia) per uso interno e che poi ha preso a circolare tra gli esperti di politica internazionale, e che indica le involontarie conseguenze di politiche tenute segrete ai cittadini americani. "Quelle che la stampa riporta come perfide azioni di 'terroristi', o di 'narcotrafficanti' o di 'stati criminali', spesso si rivelano essere solo blowbacks di precedenti azioni americane" scrive Chalmers Johnson nel lilbro che s'intitola appunto "Blowback. Il costo e le conseguenze dell'impero americano". Un libro notevolissimo, non solo per quel che scrive, ma per chi lo scrive e perché è stato pubblicato un anno fa. Già allora, nell'elencare i boomerang della politica americana, Johnson ricordava non solo l'esplosione nel 1988 del volo Pan Am su Lockerbie, Scozia (blowback del bombardamento su Tripoli nel 1986 che aveva ucciso una figlia di Gheddafi), non solo l'epidemia di droga che ha colpito i ghetti urbani statunitensi negli anni '80, blowback delle operazioni in Centroamerica della Cia che usava il traffico di droga per finanziare le guerriglie contras, ma anche e soprattutto Osama bin Laden, addestrato, finanziato e armato dalla Cia prima che si rivelasse un boomerang letale. Si capisce perché dall'11 settembre Blowback è considerato un libro profetico, e perché da allora si vende come noccioline: "Per definizione il terrorismo colpisce gli innocenti per attirare l'attenzione sulle colpe di chi è invulnerabile. Gli innocenti del XXI secolo dovranno mietere i disastrosi boomerang delle avventure imperialiste Usa degli ultimi decenni. Anche se molti americani sono ignari di quanto è stato ed è fatto a nome loro, dovranno però pagarne un prezzo carissimo - individualmente e collettivamente - per gli incessanti sforzi della loro nazione di dominare la scena globale". Ad accrescere la credibilità del libro c'è il fatto che è scritto non dal solito radical-terzomondista, ma da un convinto anticomunista, che negli anni '60 fu un acceso fautore della guerra in Vietnam, come confessa nella prefazione: "In quegli anni ero irritato dalla protesta degli studenti che mi sembrava tanto auto-indulgente quanto santarellina... In realtà loro stavano capendo molto meglio di me le motivazioni profonde di un Robert McNamara, di un Walt Rostow. Coglievano un elemento essenziale della natura del ruolo imperiale dell'America nel mondo che a me sfuggiva".

Il primo messaggio importante che Johnson comunica ai suoi concittadini è appunto che gli Usa sono un potere imperiale, una nozione di cui gli americani sono ignari: sanno di essere la nazione più potente della terra, ma non pensano di essere un impero: "Noi americani siamo profondamente convinti che il nostro ruolo nel mondo è virtuoso - che le nostre azioni sono invariabilmente per il bene altrui quanto per il nostro. Anche quando i nostri atti finiscono in disastri, presumiamo che le motivazioni fossero onorevoli".
Non per nulla il libro comincia con la strage della funivia del Cermis, l'assoluzione dei piloti, il rifiuto di risarcire le famiglie: "Tipica di un popolo imperiale la memoria corta sui propri più spiacevoli atti imperiali, ma per chi li subisce la memoria può essere molto più lunga". Il Cermis non è un caso isolato: gli impuniti stupri di ragazzine giapponesi da parte di marines Usa a Okinawa; il peschereccio giapponese affondato da un sottomarino atomico in emersione... Ma questi episodi sono riportati in sordina dai media Usa: "Ci esimiamo dall'essere coscienti di come possiamo apparire al resto del mondo. La maggior parte degli americani non è conscia di come Washington esercita la sua egemonia globale, visto che tanta parte di queste attività si svolge in segreto o sotto diciture consolanti. Tanto per cominicare, molti trovano difficile da credere che il nostro posto nel mondo abbia qualcosa a che vedere con un impero. Ma solo se riusciamo a vedere il nostro paese come qualcosa che insieme trae profitto ed è intrappolato dalle strutture di un impero in costruzione, riuciremo a spiegarci molti elementi del resto del mondo che altrimenti ci lasciano perplessi".

Johnson comincia subito col dire pane a pane, e cioè che gli Stati uniti occupano militarmente il mondo. In particolare sotto occupazione militare americana sono Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia, Turchia, l'Arabia Saudita, Filippine, Giappone, Corea del Sud. "Dieci anni dopo la fine della guerra fredda, centinaia di migliaia di soldati americani, dotati dell'armamento più avanzato del modo, incluse armi atomiche, sono stanziati in più di 61 basi in 19 paesi, se si usa la definizione più restrittiva data dal Dipartimento della difesa per definire una 'grande installazione'; ma se s'include ogni istallazione che ospiti rappresentanti delle Forze armate Usa, allora il numero sale a 800 basi. Naturalmente, non ci sono basi italiane negli Stati uniti. Il solo pensiero sarebbe ridicolo. Né, se per questo, ci sono basi tedesche, indonesiane, russe, greche o giapponesi di stanza sul suolo italiano. Per di più, l'Italia è uno stretto alleato degli Usa e non c'è nessuna nazione che sia una verosimile minaccia per le sue rive. Tutto ciò è quasi troppo ovvio da constatare. Semplicemente non è materia di discussione, e ancor meno di dibattito nella terra dell'ultimo potere imperiale. Probabilmente questo modo di pensare è una seconda natura per ogni impero. Può darsi che i romani non trovassero strano avere truppe in Gallia, né gli inglesi in Sudafrica. Ma ciò che rimane taciuto, è pur sempre reale, e non è perché è rimosso da ogni discussione interna che manca di conseguenze". Johnson definisce quello Usa come un impero informale: infatti esso non è l'estensione del dominio legale di uno stato su un altro: "Gli imperi più moderni sono di solito celati da qualche concetto ideologico e giuridico - commonwealth, alleanza, mondo libero, occidente, blocco comunista - che maschera le relazioni concrete fra i suoi membri". La natura del progetto imperiale americano era nascosta dalla guerra fredda, ma è stata disvelata dal crollo dell'Urss, quando gli Stati uniti hanno continuato a occupare militarmente paesi che non dovevano più fronteggiare la "minaccia comunista". Una delle caratteristiche di questo progetto imperiale è di piegare tutti gli altri paesi al proprio sistema sociale, alla propria organizzazione economica, alla bibbia del libero mercato. Così facendo, gli Usa somministrano al mondo di oggi la stessa prescrizione che Stalin formulava in una conversazione con Tito nel 1945 e riportata da Milovan Djilas: "Questa guerra è diversa dalle altre. Chiunque occupa un territorio deve imporre il proprio sistema sociale. E ognuno imporrà il suo sistema sociale finché il suo esercito avrà il potere di farlo. Non può essere altrimenti". Tutto il libro sviluppa le analogie tra le politiche dell'Urss durante la guerra fredda e l'attuale progetto imperiale americano: e i blowbacks che gli Usa dovranno fronteggiare somigliano a quelli che hanno portato al crollo l'Unione sovietica.

Johnson interpreta la crisi asiatica degli anni '90 come il tentativo da parte degli Usa di piegare il modello capitalista giapponese al capitalismo americano (notevole in questo libro profetico è che la teoria del blowback sia formulata non da un mediorientalista o da un arabista, ma da uno specialista di Cina e Giappone). In questo decennio gli Stati uniti hanno cercato d'imporre al mondo il loro modello sociale, facendo precipitare nella miseria i paesi che non vi si uniformavano: "dalla fine della Guerra fredda, per perseguire la propria politica estera gli Stati uniti hanno smesso quasi del tutto di affidarsi alla diplomazia, all'aiuto economico, alla legge internazionale, alle istituzioni internazionali e si sono affidati sempre di più al pugno sul tavolo, alla forza militare e alla manipolazione finanziaria". Nel 1998 Madelain Albright, segretaria di stato, diceva: "Se dobbiamo usare la forza è perché noi siamo l'America. Siamo la nazione indispensabile. Noi ci ergiamo alti. Noi vediamo più lontano nel futuro". Il progetto di quest'impero informale è di ridurre il mondo a immagine e somiglianza degli Usa.
In questo senso, Johnson estende il significato di blowback a tutti i costi che deve subire la nazione americana nel suo trasformarsi in impero: "Blowback è un abbreviazione per dire una nazione miete ciò che ha seminato, anche se non capisce cosa ha seminato. Con la loro ricchezza e il loro potere, gli Usa saranno il primo e principale oggetto di tutte le più prevedibili forme di blowback, in particolare attachi terroristi, anche su territorio Usa. Ma la vera minaccia è il blowback nel suo senso più lato - il costo tangibile di un impero - perché gli imperi sono imprese carissime. La deindustrializzazione degli Usa è un'involontaria conseguenza negativa della politica americana. Un altro esempio di blowback è la crescita del militarismo in una società che una volta era democratica. E' l'impero che fa problema. Più i progetti sono imperialisti e più provocano blowbacks".
A conclusione, riporto la curiosa critica che questo conservatore americano muove a Marx e Lenin che "sbagliavano sulla natura dell'imperialismo. Non è la contraddizione del capitalismo che porta all'imperialismo, ma è l'imperialismo che nutre alcune delle più importanti contraddizioni del capialismo. Quando queste contraddizioni maturano, creano devastanti crisi economiche".

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