Da La Repubblica del 15/07/2003

I diritti violati a Guantanamo

di Federico Rampini

NON è solo il caso del dossier uranio, che ora si apre anche in Italia, a scuotere la Casa Bianca. La “sospensione” dei diritti civili nel carcere speciale di Guantanamo crea un nuovo fronte di crisi interna per Bush: turba i rapporti con l’alleato Tony solleva le proteste della American Civil Liberties Union, scatena un boicottaggio senza precedenti da parte della potente associazione degli avvocati. Ma soprattutto, il ricorso ai tribunali militari e i poteri eccezionali concessi all’Fbi per le indagini antiterrorismo hanno compiuto un miracolo politico: l’opposizione si è compattata, tutti i candidati democratici alle presidenziali ora condannano le restrizioni dell’Amministrazione Bush alle libertà individuali come una minaccia per i cittadini americani.
La svolta è stata netta. Ancora pochi giorni fa, il campo democratico era diviso: da un lato quelli che al Congresso avevano approvato insieme ai repubblicani il Patriot Act che allarga i poteri dell’Fbi.

Dall’altro, i garantisti come Howard Dean, il pacifista beniamino della sinistra. I democratici più moderati — John Kerry, Joe Lieberman, Dick Gephardt e John Edwards — avevano appoggiato sia le leggi antiterrorismo che la guerra in Iraq per paura di essere bollati come “antipatriottici” in un’America segnata dal trauma dell’il settembre. Ma è stata la base del partito democratico a imporre la sterzata. Via via che la campagna per la nomination presidenziale si scalda, la scelta di attaccare Bush solo sull’economia (la disoccupazione in aumento, gli sgravi fiscali per i ricchi) non convince. Dean è in vantaggio nella raccolta di fondi. E anche i suoi rivali moderati hanno scoperto qual è il bersaglio che accende d’incanto i comizi: il ministro della Giustizia John Ashcroft, il fautore del giro di vite alle libertà individuali. «Ashcroft è il primo della lista da cacciare», ha detto il centrista Gephardt. Per Edwards «non si può lasciare che un uomo come Ashcroft ci tolga le nostre libertà». E il kennediano Kerry ha dichiarato: «Quando diventerò presidente degli Stati Uniti non ci sarà un Ashcroft a calpestare la nostra Carta costituzionale».

Perché si è svegliato di colpo l’intero partito democratico, dopo che per mesi la campagna contro il Patriot Act aveva mobilitato soprattutto movimenti pacifisti, intellettuali, università californiane? Le gravi difficoltà degli americani in Iraq hanno offuscato l’aureola di Bush e di fronte allo spettro di un nuovo Vietnam il clima di unità nazionale si sta incrinando. La vicenda di Guantanamo ha avuto una svolta quando Bush ha annunciato i primi processi: tra i presunti terroristi che finiranno davanti a una corte militare ci sono dei cittadini britannici, e Tony Blair ha reagito duramente. I suoi concittadini rischiano la pena di morte, che a Londra non esiste. Il premier ha chiesto che gli inglesi siano estradati e giudicati nel loro paese: è il minimo per un alleato che ha mandato 15 mila soldati in Iraq a fianco degli americani. Sul caso Guantanamo anche in America le reazioni non si sono fatte attendere. Dalla seconda guerra mondiale non era mai accaduto che un’Amministrazione Usa trascinasse dei combattenti stranieri di fronte a una corte militare. Per i prigionieri di Guantanamo non ci sarà una giuria popolare: la loro sorte sarà decisa da giurati con le stellette, membri della stessa gerarchia militare a cui appartengono i giudici. Sulla carta i principi saranno gli stessi che in qualsiasi processo americano — la presunzione d’innocenza, l’onere della prova a carico dell’accusa — ma i dubbi sull’equità del processo sono diffusi. A rafforzarli è scesa in campo la più potente lobby degli Stati Uniti: l’American Bar Association che riunisce i 410 mila avvocati del paese, con al suo interno la National Association of Criminal Defense Lawyers (11 mila difensori penali). Strettamente professionali, queste associazioni hanno fatto un annuncio clamoroso: «mancano le condizioni» perché i prigionieri di Guantanamo possano essere assistiti da legali non militari.

Lawrence Goldman, presidente degli avvocati difensori, ha dichiarato: «Non possiamo prestarci a legittimare dei processi-farsa». Altrettanto dure le parole di Neal Sonnett, presidente dell’American Bar Association: «Il trattamento dei prigionieri di guerra è inquietante. Lapartecipazionedi avvocati civili è cruciale per dare legittimitàaquesti tribunali in America e nel resto del mondo. Ma se gli avvocati danno un’apparenza di legittimità, senza garanzie effettive, cadono in una trappola che è meglio evitare».

Il boicottaggio degli avvocati sarebbe un duro colpo per l’Amministrazione Bush che ha già incassato diverse sconfitte in questo campo. L’American Civil Liberties Union (Aclu) ha colto Ashcroft in fallo due volte. Contrariamente alle promesse del ministro, l’Aclu ha rivelato che i poteri speciali del Patriot Act si applicano anche agli americani e non solo agli stranieri. In un paese dove la privacy e le libertà individuali sono tradizionalmente più tutelate che in Europa (tuttora manca l’obbligo di un documento d’identità) la novità ha fatto scalpore: adesso l’Fbi se ha sospetti di spionaggio può accedere ai dati personali custoditi nei computer, negli archivi delle scuole, delle università e degli ospedali. Un secondo colpo è stato il rapporto interno del Dipartimento di Giustizia che ha dato ragione all’associazione per le libertà civili sui processi sommari agli immigrati: più di 1.200 stranieri (per lo più islamici) espulsi o condannati dopo l’li settembre «con una drammatica riduzione dei diritti costituzionali» e delle garanzie di difesa.

Bush è stato perfino costretto a liberare alcune decine di prigionieri di Guantanamo, innocenti detenuti per mesi. E la Cia, in un clima di regolamento di conti che non risparmia nessuno, ha sollevato perplessità sui metodi sbrigativi dell’Fbi.

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