Da Corriere della Sera del 23/09/2003

Chirac esclude un veto francese sull’Iraq

Bush apre a un ruolo per le Nazioni Unite ma insiste: «Per trasferire i poteri ai civili ci vuole ordine e logica»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Il presidente francese Jacques Chirac assicura che non opporrà il veto alla nuova risoluzione Usa al Consiglio di sicurezza - «non ce l’ho assolutamente in mente», dice in un’intervista al New York Times - e il presidente americano George Bush prospetta «un ruolo maggiore per l’Onu in Iraq, nella stesura della Costituzione o nella supervisione delle elezioni, a esempio». Ma non è ancora l’inizio della convergenza. Anzi, a poche ore dall’incontro di oggi all’Assemblea generale, le posizioni dei due «grandi» restano lontane.

Chirac vuole un trasferimento simbolico dei poteri dall’amministrazione civile americana guidata da Paul Bremer al Consiglio governativo iracheno «al più presto possibile». E un loro reale trasferimento «entro 6-9 mesi». Il tutto sotto l’egida dell’Onu. In un’intervista alla tv Fox , Bush ribatte che la transizione deve essere «ordinata e logica: prima la costituzione, poi le elezioni, infine il trasferimento dei poteri» e di «non essere così sicuro, tanto per cominciare», che debba essere affidata all’Onu, mentre è benvenuta «una partecipazione dei suoi Stati membri». Ancor più esplicita sulla proposta di Parigi, Condoleezza Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale: «Ritengo - ha detto ieri ai giornalisti - che il piano francese di trasferire in un modo o in un altro la sovranità a un gruppo di persone non elette, non sia realizzabile».

È la conferma che i lavori di questa settimana al Palazzo di Vetro di New York - Bush incontrerà anche il cancelliere tedesco Gerhard Schröder - produrranno al massimo un accordo di facciata. A parole, i due protagonisti sembrano disponibili: Chirac offre di addestrare l’esercito e la polizia iracheni, anche se non di mandare truppe «a meno che la situazione non cambi drasticamente»; e Bush, spiega il portavoce Scott McClellan, «intende mettere una pietra sul passato e sottolineare che è nell’interesse comune risolvere assieme i problemi dell’Iraq, dell’Afghanistan e della non proliferazione nucleare». Ma in sostanza, nessuno dei due leader è pronto a cedere: Chirac ammonisce che «è pericoloso gestire un Paese islamico con un governatore straniero e cristiano»; e Bush insiste di avere preso «la decisione giusta, e con me quanti mi hanno appoggiato, nell’attaccare l’Iraq e liberarlo da Saddam Hussein».

Se c’erano speranze di una mediazione italiana, grazie al nostro turno di presidenza dell’Ue, l’attentato all’Onu a Bagdad di ieri mattina le ha ridimensionate, acuendo tensioni e contrasti al Palazzo di Vetro, su cui convergono da tutto il mondo i capi di Stato e di governo. I discorsi alla Conferenza sulla lotta al terrorismo, disertata da Bush e dal segretario di Stato Colin Powell, sono stati carichi di critiche agli Usa. In un gesto che ha colpito i media americani, Chirac, che in precedenza aveva visitato Ground Zero, la scena delle stragi di due anni fa, ha chiesto che l’11 settembre divenga la giornata mondiale della lotta al terrorismo. Ma parlando alla conferenza, ha ribadito che «quando un Paese è sotto occupazione straniera, i terroristi si appropriano sia pure ingiustamente della battaglia della libertà».

Il segretario dell’Onu Kofi Annan è parso ancora più duro: «Il terrorismo si alimenta se anche i governi commettono crimini compiendo assassini mirati, bombardando le città, accettando la morte di civili innocenti come danni collaterali».

Anche senza prendere posizione per Chirac, oggi Annan potrebbe diventare un altro grosso ostacolo per Bush. Deprecando l’attentato a Bagdad, e annunciando una sua inchiesta su quello precedente del 19 agosto, il segretario ha ricordato che l’Onu «ha bisogno di un ambiente sicuro e valuterà la situazione giorno per giorno», per decidere se e come andare avanti in Iraq. Ha altresì avvertito che per sconfiggere il terrorismo non basta combatterlo con le armi, «occorre anche convincere cuori e menti, risolvere le dispute politiche, promuovere i diritti umani». In altre parole, per aiutare ancora Bush, Annan esige un mandato preciso e trasparente.

C’è il rischio che oggi l’accoglienza dell’Assemblea generale al presidente americano sia fredda, a differenza di un anno fa, soprattutto se il tono di Bush sarà non conciliante ma di sfida, come ha anticipato la Casa Bianca. Difficilmente Bush otterrà truppe per l’Iraq da nuovi alleati.

Al di là delle riunioni all’Onu tuttavia, le prospettive del presidente non sono negative. Gli bastano 9 voti su 15 al Consiglio di sicurezza per il varo della sua nuova risoluzione, e la Russia e la Cina segnalano di non volere opporre il veto, come la Francia. Il presidente russo Putin inoltre è disposto a spalleggiare i «tempi lunghi» chiesti dagli americani - uno, due anni per il trasferimento dei poteri e l’inizio del ritiro delle truppe - in cambio di parte del petrolio iracheno, e di importazioni Usa di petrolio russo: ne discuterà con Bush a Camp David a fine settimana.

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