Da The New York Times del 12/08/2003

Le consegne al vice Moses Blah, che resterà in carica fino a ottobre per le elezioni. Le navi Usa si avvicinano alla costa

Liberia, l'addio di Taylor

Il presidente in esilio in Nigeria, i ribelli: la guerra è finita

di Somini Sengupta

MONROVIA – Sotto le pressioni delle forze ribelli e della comunità internazionale, il presidente della Liberia Charles Taylor ha ieri dato le dimissioni passando le consegne al suo vicepresidente e collaboratore da lungo tempo Moses Blah. «Questa dovrebbe essere la fine della guerra», ha dichiarato Taylor prima di salire sull'aereo che da Monrovia lo ha portato in esilio in Nigeria. Ad accompagnare Taylor in esilio, il presidente sudafricano Thabo Mbeki. «Per noi del Lurd, la guerra è finita», ha dichiarato subito Sekuo Fofana, uno dei capi dei ribelli: Blah dovrebbe guidare il paese fino a ottobre, quando a sua volta passerà le consegne ad un governo di transizione.

Durante il suo discorso di addio, Taylor si è detto vittima della pressione internazionale, asserendo di aver ceduto per aiutare il popolo liberiano. «Sarò l'agnello sacrificale», ha detto paragonando il suo sacrificio a quello di Gesù. Nel tentativo di porre termine a 14 anni di conflitti, gli Stati Uniti e i paesi africani occidentali hanno imposto a Taylor di abbandonare il potere. Per tre settimane i ribelli del Lurd, i Liberiani Uniti per la Riconciliazione e la Democrazia, hanno continuato incessantemente ad attaccare questa città della costa nel tentativo di spodestare Taylor, signore della guerra da sette anni, presidente da sei: centinaia di persone sono morte, quasi tutti civili.

Le forze di peacekeeping nigeriane, l'avanguardia di un esercito dell'Ecowas che alla fine conterà almeno 3250 soldati, sono già entrate nella capitale. Gli Stati Uniti hanno dispiegato 2200 marines al largo della costa. Tuttavia anche adesso che Taylor ha lasciato la scena, il paese si trova davanti un futuro incerto: i ribelli cederanno il controllo del porto? Lo stallo tra le forze di Taylor e i suoi nemici ribelli comporterà ulteriori scontri? Le forze di peacekeeping riusciranno ad evitarli? Resta anche da capire se la Casa Bianca, che considerava le dimissioni di Taylor la premessa fondamentale per qualsiasi coinvolgimento diretto, tanto che ieri sera Bush ha definito la sua partenza «un passo importante verso la pace», farà effettivamente di più per riportare la tranquillità in questo paese dove la disperazione in questi ultimi tempi ha toccato l'apice: le spiagge di Monrovia sono diventate dei cimiteri e la gente va a caccia di lumache per tenere a badala fame. Le donne e i bambini muoiono di cancrena e di malaria, i neonati muoiono di fame, mentre le madri assistono allo stupro delle loro bambine. La dignità è soltanto un ricordo.

La giornata di ieri sarà cruciale per capire se i liberiani vivranno o moriranno, se avranno di che nutrirsi o moriranno di stenti, se saranno crivellati da pallottole o respireranno liberi, dopo 14 anni di intermittente guerra civile. Al centro di questo caos da lungo tempo c'è Taylor, oggi 55enne: dapprima leader dei ribelli e poi, a partire dalle elezioni del 1997, presidente. Una nuova insurrezione nel 1999 ridusse il potere di Taylor fino al punto morto conclusivo di queste settimane. Accusato di aver incitato alla guerra civile la Sierra Leone, il paese confinante pieno di diamanti, Taylor è stato condannato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che gli ha proibito di vendere diamanti, di acquistare armi o di uscire dal suo paese. Taylor è implicato nell'invio di armi e di soldati nei conflitti della Guinea e della Costa d'Avorio. E' accusato di aver usato le risorse naturali del suo paese, per suo arricchimento personale. Ancora più grave è per Taylor l'accusa avanzata dal Tribunale penale delle Nazioni Unite di crimini contro l'umanità nella guerra in Sierra Leone.

Secondo Dominique Liengme, capo missione della Croce Rossa Internazionale in Liberia, «Tutto dipenderà dalla sua partenza». Subito dopo verrà messa alla prova la pace: Liengme si chiede se i peacekeepers riusciranno a rendere sicuro il porto e ad aprire un corridoio con l'esterno, se il cessate-il-fuoco terrà, se le organizzazioni umanitarie riusciranno ad eseguire il loro lavoro.

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