Da Corriere della Sera del 02/10/2003

Gli scandali paralleli di Washington e Londra hanno al centro due reporter: gemelli in negativo di Woodward e Bernstein

L’ombra del Watergate, ma la stampa è cambiata

Leader e giornalisti sono ormai partner in un gioco di interessi. Come nel nuovo caso della Casa Bianca

di Gianni Riotta

NEW YORK - In principio erano Bob Woodward e Carl Bernstein, i due ragazzi cronisti del Washington Post , che grazie alle rivelazioni di una fonte, detta «Gola profonda» da un filmino porno di allora, costrinsero nel 1974 alle dimissioni l'onnipotente presidente Richard Nixon. Lo scandalo Watergate ebbe sugli schermi i volti di Robert Redford e Dustin Hoffman e mobilitò una generazione di volontari, entrati nel giornalismo con una chiara vocazione: informare l'opinione pubblica democratica sulla condotta dei potenti, così da permettere ai liberi cittadini scelte mature e consapevoli.

Ventinove anni dopo, il rapporto politica-media ha perduto qualunque residua innocenza, non ci sono più né buoni né fate, e leader e giornalisti sono partner in un gioco di interessi e ricatti. Lo scandalo che sta animando Washington, sull'identità di un'agente Cia svelata per screditare il marito, un ambasciatore critico del presidente Bush, rispecchia in modo perfetto i guai britannici del primo ministro Tony Blair, alle prese con la rete televisiva Bbc . Romanzi senza eroi, dove il pubblico finisce con il diffidare - e i sondaggi lo comprovano - tanto dal mondo politico quanto dai cani da guardia della democrazia, i giornalisti, ridotti a pitbull da noleggio.

Il caso dell'ambasciatore Joseph Wilson è un classico. Ultimo diplomatico a incontrare Saddam Hussein, ai tempi della prima guerra del Golfo, Wilson protesse decine di occidentali dalle minacce del regime Baath, rischiando rappresaglie gravi. Il presidente George Bush padre lo considerava «un duro», ma Wilson non ha condiviso la seconda guerra del Golfo e, dopo essere stato inviato dalla Cia in Africa nel febbraio del 2002 ad accertare la presunta vendita di uranio arricchito, dal Niger all'Iraq, ha smentito che il traffico di materiale radioattivo si fosse mai concretizzato. Non contento di avere informato le fonti ufficiali nella capitale, Wilson pubblica un articolo denunciando la montatura politica della minaccia nucleare di Saddam.

Pochi giorni dopo, l'anziano Robert Novak, opinionista della rete tv Cnn e del quotidiano Washington Post , sì proprio il mitico foglio di Woodward&Bernstein, rivela che la moglie di Wilson, Valerie Plame, è un'agente della Cia, insinuando che sia stata proprio lei a incaricare il marito della delicata missione in Africa e che la coppia sia impegnata in un complotto contro la Casa Bianca. Il danno che Novak, e con lui altri due cronisti, Knut Royce e Timothy Phelps, creano alla signora Plame Wilson, è enorme. Per antica regola di intelligence, la Cia non impiega più in missioni strategiche agenti la cui identità sia trapelata nei media.

La Plame è indicata come ex «operative», vale a dire attiva in operazioni segrete, e quindi oltre a essere «bruciata» come funzionaria è esposta alle possibili vendette di commandos terroristici, che, dal Libano all'Afghanistan, hanno colpito gli agenti segreti ogni qualvolta hanno potuto. Il culto del segreto, alla Cia, arriva fino a non identificare gli agenti caduti in servizio, dedicando loro solo un'anonima stella sul muro di marmo della sede centrale a Langley, in Virginia. Neppure ai familiari, neppure dopo decenni, viene mai riconosciuta la verità. Un agente che rinnegò la Cia, Philip Agee, rivelò in un libro i nomi di molti colleghi e da allora esporre l'identità di un membro dei servizi segreti costa il carcere. A norma dell'«Intelligence identities protection act», una legge approvata nel 1982, chi ha diffuso il nome di Valerie Plame rischia fino a dieci anni di galera e mezzo milione di dollari (cifra equivalente in euro) di multa.

Ad aggravare la trama, ulteriori rivelazioni del Post : due dirigenti della Casa Bianca avrebbero chiamato altri giornalisti di Washington per spifferare l'identità della Plame. Una fonte dell'amministrazione Bush ammette: «Si tratta di pura e semplice vendetta» contro Wilson e sua moglie «ed è stato tutto inutile, perché non siamo riusciti a demolire la loro credibilità». A onore della categoria, almeno quattro giornalisti rinunciano allo scoop velenoso.

Ricordate la parallela vicenda inglese? Una fonte anonima informa la prestigiosa rete Bbc che il governo laburista di Tony Blair avrebbe provato a rendere più «piccanti» certi dossier contro Saddam Hussein, allo scopo di persuadere la recalcitrante opinione pubblica britannica alla guerra. Il cronista Andrew Gilligan punta il dito, in particolare, contro l'uomo immagine di Blair, Alistair Campbell. A prima vista l'affare è cristallino, la coraggiosa Bbc , la rete che con le note del «boom boom boom boom» di Beethoven informò l'Europa sotto il tallone di Hitler, rivela le malefatte dei soliti politici. Quando però lo scienziato David Kelly, scoperto come «talpa» di Gilligan, si suicida tragicamente, la fiaba diventa tragedia. Gilligan confessa di avere stravolto le dichiarazioni di Kelly, forzandole contro Blair e Campbell, a caccia di scoop e di personale rivalsa. Campbell ha messo comunque le mani nei dossier e, pur di mandare a monte il castello di carte della Bbc, non ha esitato a dare in pasto al circo dei media lo sfortunato dottor Kelly.

Gilligan&Novak, due esperti giornalisti, diventano i gemelli negativi di Woodward&Bernstein. Trent'anni fa la stampa ambiva a rappresentare la coscienza delle democrazie, come postulato dal filosofo Jürgen Habermas nel suo classico saggio «Storia e critica dell'opinione pubblica». Oggi, sognando esclusive, un filo di notorietà, una finestra in prima pagina, gioca a fare il cane da riporto dei politici. Il meccanismo è semplice. I leader sanno che la stampa e la tv hanno bisogno di informazioni, meglio se riservate. E allora offrono un singolo pezzetto di verità, quella che più loro serve, in cambio dell'«esclusiva». I giornalisti alla Gilligan e Novak si guardano bene dal mettere lo scoop nel contesto generale, o a integrarlo con altre fonti, guadagnandosi la giornata, ma tramutandosi in propagandisti dei potenti di turno.

Adesso il presidente George W. Bush, che aveva giurato di riportare alla Casa Bianca «onore e integrità» dopo gli scandali di Bill Clinton, promuove un'inchiesta per individuare le talpe. I democratici sono sul piede di guerra, non vogliono che a condurre le indagini siano gli uomini del ministro della Giustizia John Ashcroft, paladino conservatore. Clinton fu impalato prima sulla speculazione edilizia del Whitewater e poi sul flirt con Monica Lewinsky: adesso i democratici provano a incastrare Bush e il suo consigliere, l'astuto Karl Rove, che i sussurri della capitale già indicano come regista del complotto.

La maggioranza degli americani ritiene - malgrado non esistano prove in tal senso - che dietro l'attacco dell'11 settembre ci fosse Saddam Hussein. Di converso, milioni di cittadini europei sono certi che nessun aeroplano abbia colpito il Pentagono quella tragica mattina e che Al Qaeda non sia colpevole della strage, affibbiando la responsabilità alla Cia o a oscuri cartelli petroliferi che progettano un oleodotto fantasma in Afghanistan. Si può sorridere di opinioni così grottesche, ma se tanta gente sceglie le tenebre della menzogna alla luce della verità, è anche perché la giostra interessata tra media e politica ha dissolto la fiducia in un'informazione equanime e tollerante. Addio, Woodward e Bernstein.

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