Da La Stampa del 15/12/2003

Il fallimento del vertice di Bruxelles

Europa: i fondatori avanzino

di Antonio Padoa-Schioppa

Il fallimento del vertice di Bruxelles ha cause profonde, prossime e remote. Esse si sono tutte coagulate nel rifiuto spagnolo e polacco che ha impedito l'approvazione del punto cruciale relativo al nuovo modo di voto all'interno del Consiglio dei ministri dell'Unione europea, proposto dalla Convenzione e accettato da 23 governi sui 25 dell'Unione allargata. E così l'intero progetto si è per ora bloccato, nonostante l'accordo unanime raggiunto su centinaia di altri punti, molti dei quali di grande rilievo.

La proposta avanzata informalmente dal presidente francese Chirac, di far votare comunque il progetto dal Consiglio - anche a costo di evidenziare l'opposizione di Madrid e di Varsavia - non è stata raccolta dalla presidenza di turno italiana. A nostro avviso questo è stato un grave errore, se si rammenta che in passato proprio l'aver contato i favorevoli e i contrari ha consentito alle presidenze italiane lo sblocco di iniziative storiche, tra le quali l'elezione a suffragio universale del Parlamento europeo e la moneta unica. Considerare un successo italiano l'ultimo vertice solo perché Parma ha ottenuto (giustamente, sia chiaro) l'agenzia alimentare sarebbe risibile, se non fosse il sintomo inquietante di un'assenza di visione strategica non solo per il futuro dell'Europa, ma anche e proprio per l'Italia di domani. Comunque ciò è ormai accaduto e occorre guardare avanti. In cinquant'anni, l'Unione europea ha sempre proceduto attraverso avanguardie. Ma ha sempre lasciata aperta, anzi spalancata la porta a chi volesse aggregarsi al gruppo dei pionieri. Ha ammesso anche Paesi sostanzialmente contrari al disegno di unione politica, come la Gran Bretagna. La stessa determinazione e la stessa flessibilità dovrebbero operare anche in questa fase storica. Certo, le difficoltà sono grandi: altro è infatti procedere in pochi su terreni ancora non coltivati al livello europeo (passaporti, moneta, energia, difesa), ben più difficile è invece far convivere due sistemi di regole e di istituzioni, l'uno di segno intergovernativo o confederale, l'altro di segno federale pur nell'alveo della sussidiarietà. Difficile, ma non affatto impossibile, tanto è vero che questa coesistenza già esiste e già opera efficacemente per talune competenze e per talune categorie di decisioni non condivise da tutti. D'altronde, il progetto di costituzione europea prevede nuove regole sulla cooperazione rafforzata, che potrebbero ben funzionare. Senza escludere, in prospettiva, se non quegli stati europei che si autoescludessero da soli.

La base del progetto sarebbe naturalmente il testo della Convenzione. Che tuttavia potrebbe a questo punto venire ulteriormente migliorato - seguendo tra l'altro alcune indicazioni meritoriamente avanzate dalla stessa presidenza italiana - potenziando il ruolo di controllo democratico del Parlamento europeo ed abolendo il potere di veto, anche per le future revisioni della Costituzione. Ben venga dunque, un'iniziativa in tal senso dei Sei paesi fondatori, aperta sin dall'inizio a tutti gli altri stati membri dell'Unione. Non vogliamo neppure pensare che il governo italiano si tirerebbe indietro. Ma se disgraziatamente ciò dovesse avvenire, diremmo con sofferenza ma con convinzione che è giusto che l'iniziativa parta comunque. Persino inizialmente senza di noi. Perché il futuro dei nostri cittadini, la loro sicurezza, i loro interessi e i loro valori non sono ormai più tutelabili nel mondo di oggi e di domani se non nel quadro europeo. Né si deve paventare un direttorio franco-tedesco, in quanto il rischio di egemonia di alcuni Paesi sul nostro futuro si concreterà proprio, e solo, se un'Unione europea finalmente democratica e capace di agire non dovesse nascere più.

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