Da Corriere della Sera del 14/01/2004

Bush cambia rotta sull'Iraq

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Cambia la strategia Usa in Iraq. Lo segnala il presidente Bush in persona al vertice panamericano a Monterrey in Messico. Dopo l'incontro bilaterale con il nuovo premier canadese Paul Martin, Bush annuncia che il Canada, escluso dalla prima, potrà partecipare alla seconda gara di appalti per la ricostruzione irachena. E la Casa Bianca lascia intendere che potranno parteciparvi anche la Francia, la Germania, la Russia e altri Paesi contrari alla guerra: «Le circostanze mutano», dichiara il portavoce Sean McCormick, riferendosi alla loro disponibilità a ridurre il debito dell'Iraq, e quindi ad aiutare la Superpotenza. Non è un ramo d'ulivo agli alleati, è un invito a fare uno forzo comune «nell'interesse del popolo iracheno», spiega il portavoce. Bush ne ha già rivolto uno simile all'Onu la settimana scorsa, chiedendo al segretario Kofi Annan, che auspica «un processo trasparente», di collaborare alla democratizzazione a Bagdad.

La rettifica sorprende il vertice. Non comporta alcuna rinuncia da parte americana al controllo dell'Iraq, precisa la Casa Bianca. Ma non è un'iniziativa isolata: in parallelo, svela il New York Times , Bush sta rivedendo il piano per il passaggio dei poteri agli iracheni, cerca un compromesso con l'Ayatollah sciita Ali al Sistani, l'uomo più potente dell'Iraq, che ha chiesto che a giugno si svolgano vere e proprie elezioni, che decidano anche della permanenza o della partenza delle truppe Usa. Sono i frutti della campagna elettorale americana e delle ultime critiche abbattutesi sull'amministrazione. Il presidente sa di non potere presentarsi alle urne senza che la soluzione della crisi irachena sia in vista. Le rivelazioni di Paul O' Neill, l'ex ministro del tesoro, che Bush progettò la guerra sin dall'ingresso alla Casa Bianca, e la denuncia del Collegio militare dell'esercito che essa ha nuociuto alla lotta al terrorismo e alla caccia a Bin Laden, hanno messo l'amministrazione in difficoltà.

Parlando con Martin ai giornalisti, il presidente nega che quella col Canada, come quella col Messico l'altro ieri, sia una ricucitura.

«Non c'è mai stato gelo» afferma. Ma il suo sollievo è chiaro: a Monterrey, è riuscito a fare la pace con i due vicini che si opposero alla guerra. Il dialogo con gli alleati sull'Iraq è ripreso, come conferma la visita a Washington del ministro della Difesa francese Michele Alliot-Marie, che oggi incontrerà il collega Donald Rumsfeld e il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca Condoleezza Rice. «Per ora» sottolinea Bush, che attende anche la visita del premier spagnolo Aznar, «il Canada parteciperà solo ai subappalti, ma prossimamente sarà in prima fila». Nella seconda gara, in data da stabilire, aggiunge Sean McCormick, verranno assegnati contratti per 6 miliardi di dollari.

L'improvvisa apertura di Bush sull'Iraq fa passare in secondo piano i contrasti al vertice tra gli Usa e il polo alternativo di Argentina, Brasile e Venezuela sulle riforme economiche, politiche e sociali dell'America latina. Tra il presidente e il leader venezuelano Hugo Chavez, un amico di Fidel Castro, è battibecco. Bush dichiara che «dobbiamo lavorare tutti per una transizione pacifica e rapida alla democrazia a Cuba» e che «bisogna appoggiare chi lotta per la libertà, si tratti di Haiti, la Bolivia o il Venezuela». Chavez gli risponde che il Venezuela deve a Cuba «aiuti senza prezzo alla lotta all'analfabetismo e alla assistenza sanitaria».

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