Da La Repubblica del 14/01/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2003/l/sezioni/politica/lodo/dava/dava.html

Commento

In nome del principio d'uguaglianza

di Giuseppe D'Avanzo

È una buona notizia la bocciatura costituzionale della legge che sospende i processi per le cinque più alte autorità dello Stato (ma solo Berlusconi ha in corso un processo e per fatti precedenti al suo incarico). È un'eccellente notizia per tutti, anche per chi ? tra noi ? ha votato Berlusconi o per chi ? tra noi ? ritiene il premier senza colpa e vittima di un aggressione politica-giudiziaria.

La Consulta è il più alto organo di garanzia. Decide dei principi. Della conformità della legge alla Costituzione. Lo fa, si sforza di farlo, riesce a farlo lasciando fuori della porta le conseguenze politiche delle sue decisioni, le convenienze particolari di questo o di quello. Certo, vista da fuori del Palazzo, in quest'affare c'è in gioco soltanto un processo, il destino giudiziario di un imputato eccellentissimo, gli esiti congiunturali di un aspro conflitto politico e istituzionale e, per alcuni, addirittura il futuro della legislatura.

Non è così se si tenta di comprendere che cosa era, al contrario, in discussione per la Consulta. Ai giudici costituzionali, infatti, è stato posto un quesito ben più importante del destino di un personaggio politico per quanto rilevante come Berlusconi. Alla Corte è stato chiesto se una maggioranza eletta dal popolo poteva con una legge ordinaria rendere "sciolta dalla legge" una persona. E, per conseguenza, la Corte doveva dire fin dove l'esercizio della sovranità popolare poteva spingersi.

È apparso subito chiaro, fin dal primo giro di opinioni, che in discussione c'era innanzitutto il presupposto essenziale, fondativo della stessa "forma repubblicana": il grande, storico, principio dell'eguaglianza definita dall'articolo 3 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (...) senza distinzione di condizioni personali e sociali".

La Corte costituzionale ha concluso che la legge immunitaria suggerita dall'ulivista Maccanico, incrudelita dal berlusconiano Schifani, accettata dal capo dello Stato e approvata dal centrodestra in un tour de force utile a fermare il processo contro Berlusconi, viola quel principio e, per tale ragione, è illegittima, è incostituzionale. Va stracciata. Non tanto e non solo perché non si può rinnovare la Carta costituzionale con una disposizione di legge ordinaria, ma per una ragione più importante e significativa.

Quella legge impedisce l'accertamento delle responsabilità automaticamente, per sole cinque persone in Italia, per qualunque reato compiuto al di fuori dell'esercizio delle proprie funzioni, addirittura prima che assumessero quell'alto incarico pubblico. Una sostanziale immunità, dunque, che non protegge l'esercizio della pubblica funzione momentaneamente svolta da quel cittadino, ma quella persona. Non è allora un'immunità funzionale (peraltro già prevista dalla Costituzione), ma un privilegio personale. È in questo scarto tra quel cittadino e gli altri, tra noi e lui che prende corpo la diseguaglianza perché quella legge crea un cittadino "sciolto dalle leggi", un intoccabile "sovrano", qualsiasi cosa faccia, pensi di fare o abbia fatto in passato.

Ora, con la bocciatura della legge, la Consulta ha ribadito tre certezze che devono rassicurare. La nostra Costituzione è una Costituzione rigida, non flessibile come lo Statuto albertino che si poteva modificare con legge ordinaria. Anzi, nei suoi principi fondamentali (art.1/12) la Costituzione è così rigida da essere immodificabile. Principio supremo del nostro ordinamento, il principio di eguaglianza è, come tale, costituzionalmente "irrivedibile", non modificabile nemmeno con una legge di revisione costituzionale a meno di modificare la natura stessa della Repubblica.

C'è ancora un ulteriore elemento che si può ricavare dalla sentenza della Consulta. Nello Stato costituzionale non esistono sovrani e anche il solo "sovrano" riconosciuto, il popolo, può esercitare la sua sovranità soltanto "nelle forme e nei limiti della Costituzione" (articolo 1). Il popolo non può, con il suo voto, rendere giudiziariamente immuni coloro che sono stati da esso eletti. È un altro elemento di chiarezza che rimuove molti detriti che ostruiscono il dibattito pubblico. Un elemento che liquida l'idea della forza che innerva la cultura di governo berlusconiana per la quale, come per l'abate Sieyés, "la minoranza è quella parte che se non ci fosse si starebbe tanto meglio e i problemi sarebbero risolti con molta maggiore semplicità". In questa accezione muscolare della democrazia, il centrodestra crede che i più hanno sempre ragione perché hanno i numeri, hanno la forza e non c'è altro modo di far funzionare il sistema se non riconoscendo l'autorità alla maggior forza dei più. Anche se si tratta di violare i principi fondativi della Repubblica e supremi della Costituzione. Anche se si può spezzare il principio dell'eguaglianza dei cittadini assicurando al "sovrano" un'inviolabilità che non si rintraccia nell'ordinamento di nessuna democrazia liberale. Anche se si tratta di considerare modificabile a maggioranza semplice ciò che non è rinnovabile nemmeno a maggioranza qualificata.

Come è ovvio, la sentenza della Corte costituzionale rimette in moto il processo di Milano contro Berlusconi. Pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, il tribunale di Milano potrà riaprire il dibattimento. Gli atti, i documenti e le fonti di prova già raccolti durante il processo giunto a sentenza per Previti e Squillante sono stati riconosciuti validi e, in teoria, saranno sufficienti poche battute (requisitoria del pubblico ministero, controdeduzioni della difesa) per concluderlo. Ma conviene ripetere che la buona notizia non riguarda il corso di un processo, le fortune di un imputato, ma i principi stessi dell'ordinamento che regola la nostra convivenza.

La Costituzione è viva, chi deve difenderne i fondamenti è vigile. Sono buone notizie che dovrebbero rassicurare tutti, chiunque abbiano votato, e finalmente convincere la maggioranza che in una democrazia liberale i poteri sono divisi, diversi e hanno dei limiti e non sono derivati da un unico potere assoluto. È una garanzia per tutti. Ecco la buona novella che viene dalla Corte costituzionale.

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