Da Corriere della Sera del 29/01/2004

«La ’ndrangheta ha conquistato il monopolio in Europa»

di Giovanni Bianconi

ROMA - Dicono inquirenti e investigatori, non da ieri in verità, che ormai sono loro i padroni del traffico di cocaina: i calabresi. In Italia, ma anche nel resto d’Europa. Gestiscono sbarchi di polvere bianca direttamente «estero su estero», dal Sud America verso la Spagna e l’Olanda, e poi da lì (come pure dall’Italia) la coca arriva nelle strade di Svizzera, Germania e Gran Bretagna. Le famiglie della ’ndrangheta hanno «broker» che risiedono stabilmente in Colombia e Venezuela per seguire gli affari da vicino, e continuano a investire miliardi in questo genere di traffico. «Nel corso dell’indagine abbiamo accertato che l’organizzazione ha acquistato a Carrara un macchinario complesso e costoso per bucare il marmo e l’ha fatto arrivare in Sud America spendendo una somma considerevole», spiega il sostituto procuratore antimafia di Catanzaro Salvatore Curcio, il magistrato che ha coordinato l’operazione di ieri; il 16 agosto 2000 la nave oceanica «Alexandra», partita dalla Colombia a marzo, è stata fermata nel porto di Adelaide, in Australia, e dentro c’erano 434 chili di cocaina nascosti in tubi di plastica dal diametro di venti centimetri infilati all’interno dei blocchi di marmo bucati con quel macchinario.

Ma perché i calabresi sono diventati i padroni del narcotraffico soppiantando le altre mafie, da Cosa Nostra alla camorra? «Perché si tratta di un’organizzazione che agli occhi dei cartelli colombiani è molto più affidabile», risponde il pm della Direzione antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, che da anni insegue le tracce delle famiglie della ’ndrangheta in Italia e all’estero, proprio attraverso i canali del traffico di cocaina. «E il primo motivo per cui sono più affidabili - continua il magistrato - è che la ’ndrangheta non è stata quasi toccata dal fenomeno del pentitismo. Negli anni Novanta ci sono stati circa 400 collaboratori tra gli affiliati a Cosa Nostra e altrettanti della camorra; in Calabria ne abbiamo avuti circa 40, quasi tutte figure di secondo piano, killer o corrieri della droga. Nessun personaggio di vertice in grado di far smantellare l’organizzazione. Di qui la naturale e interessata preferenza dei colombiani verso questi gruppi».

A spiegare l’assenza di pentiti tra le ’ndrine delle coste tirrenica e jonica c’è a sua volta la struttura prevalentemente familiare dei gruppi criminali, che possono arrivare a contare fino a 200 persone quasi tutte imparentate tra loro. «Inoltre - dice ancora Gratteri - la presenza dei "broker" calabresi in Colombia fa in modo che questi riescano a spuntare prezzi inferiori rispetto a quelli che possono ottenere altre organizzazioni, e in tal modo hanno la possibilità di rivendere la cocaina alla mafia o alla camorra direttamente in Italia».

Una sorta di monopolio, dunque, in un commercio che appare sempre più fiorente. La cocaina infatti non sembra più essere la «droga dei ricchi» rispetto all’eroina riservata ai poveri. Ora la coca ha preso il sopravvento anche nelle fasce medio-basse dei consumatori, mentre la presenza di eroina sul mercato è molto diminuita. «Le vicende belliche nei Paesi dell’Asia centrale dove si produce quella sostanza ne hanno rallentato il flusso e alzato il prezzo, riducendo la convenienza a trafficarla rispetto alla coca. Di qui l’ulteriore aumento del commercio con il Sud America», spiega Gratteri.

Al di là dell’Atlantico la criminalità calabrese è diventata una sorta di lasciapassare a garanzia anche per le altre associazioni mafiose che ancora trattano con i narcos colombiani e non si sono decisi ad acquistare la cocaina in Italia. E’ successo così che un mafioso capodecina di Palermo, tale Miceli, il quale con i suoi discorsi e i suoi metodi non aveva del tutto convinto i trafficanti locali, è stato rapito e tenuto in ostaggio finché non è arrivato un calabrese a intercedere per lui e farlo rilasciare. Anche nel corso dell’indagine culminata negli arresti di ieri s’è verificato un episodio per certi versi simile. A dicembre 2003, durante un’operazione sotto copertura, un italiano è stato sequestrato a scopo precauzionale dall’organizzazione paramilitare colombiana che stava gestendo l’affare; poco dopo l’uomo (che poi era l’agente «infiltrato») è stato liberato, ma i narcos hanno preteso dai calabresi, oltre al pagamento dovuto per quella partita di droga, anche un milione e 900.000 dollari per recuperare un credito rimasto in sospeso con un gruppo camorristico. Il referente colombiano che aveva avviato la fornitura dei 50 chili di cocaina trattata coi napoletani era lo stesso responsabile del sequestro di persona.

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