Da Corriere della Sera del 29/01/2004

L’ultima decisione spetta ora al Parlamento: molti centristi pronti a votare contro

Parigi, i ministri dicono sì alla legge che vieta il velo

Ma il decreto voluto di Chirac divide la maggioranza

di Massimo Nava

PARIGI - Fedele ai valori in cui ama specchiarsi, incurante delle critiche, la Francia codifica il modello di società laica, nella convinzione che lo scontro di civiltà, arrivato anche nelle sue periferie, si risolva con leggi repubblicane e integrazione nel modello stesso.

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il divieto dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche, penultimo capitolo prima del voto all’Assemblea. Tre mesi di diatribe etiche e giuridiche, dibattiti e lacerazioni, proteste di piazza e prime pagine dei giornali si risolvono nella formuletta di un articolo («È proibito portare simboli che manifestino l’appartenenza religiosa»), con l’aggiunta che il divieto è esteso ai territori autonomi d’oltremare, come la musulmana Mayotte, e che entrerà in vigore nel prossimo anno scolastico.

Secondo le regole del presidenzialismo, l’ultima parola spettava a Chirac, il quale ritiene «una necessità» la legge e «un errore» non approvarla. Così, il presidente ha messo in riga anche ministri che, raccogliendo perplessità dell’opinione pubblica e disagio delle componenti religiose, avevano espresso dubbi sul provvedimento e ancor più sulla sua applicabilità.

Ora si chiude il capitolo dei cavilli giuridici e semantici e quello, un po’ grottesco, delle dispute su turbanti, misure dei veli e bandane, barbe e simbologia politica, ma si apre quello dei paradossi politici, interni e internazionali.

Se il gossip dice che il ministro degli Interni Sarkozy avrebbe definito la legge «una sciocchezza» e che il ministro degli Esteri de Villepin, fedelissimo di Chirac, avrebbe fatto pesare i rischi sul consenso che la Francia si è conquistata nel mondo arabo con la crisi irachena, il dissenso nella maggioranza di centro destra è invece esplicito. Anche il primo ministro, Raffarin, avrebbe messo in dubbio l’efficacia del divieto e la quasi totalità degli alleati centristi, l’Udf, voterà contro. Con il risultato che, in una battaglia per i valori della République , sarà ancora la sinistra (socialisti, verdi, comunisti) ad andare in soccorso dell’Eliseo, come alle presidenziali contro l’estrema destra di Le Pen. Il quale, furbescamente, è contro la legge e conta di capitalizzare competizione fra immigrati, islamofobia e moltiplicarsi di veli portati per protesta.

Ma Chirac tira dritto, confortato dai «saggi» della Repubblica e anche dai sondaggi, il che, alla vigilia di elezioni, non guasta. Lo spirito della legge, ha ricordato il presidente, rispetta la libertà religiosa nella vita di tutti i giorni e ha significato dissuasivo. Riafferma lo spazio neutrale della scuola pubblica e il valore della laicità intesa come uguaglianza di diritti e doveri, senza distinzioni di sesso e origine. L’ultima versione del testo, rielaborato dai giuristi, non fa riferimento ai simboli in quanto tali (concetto che si sarebbe scontrato con la dichiarazione dei diritti dell’uomo), ma al fatto di «portarli» in modo da ostentare l’appartenenza religiosa degli allievi.

Saranno quindi proibiti veli islamici, kippah ebraica, grandi crocifissi, turbanti e quant’altro di «vistoso». La semplicità cartesiana del testo non traduce tuttavia in atteggiamenti uguali per tutti l’adesione a un principio, poiché diverse e complicate sono le sensibilità sfiorate dal provvedimento. Emblematico il trauma della comunità musulmana, la più grande d’Europa, che è molto laica nei costumi, ma si sente colpita nelle proprie tradizioni e non si accontenta della nomina del primo «prefetto musulmano». Emblematiche le reazioni del mondo giovanile e femminile, refrattario, per moda o provocazione, a qualsiasi imposizione.

Non potendo tornare indietro, come quando le partecipazioni di nozze sono già state spedite, il governo si affanna a raccomandare un rodaggio pedagogico della legge. C’è chi prevede, secondo costume francese spesso in contrasto con la mentalità, che tutto resterà come prima, una zona d’ombra di divieti formali e pragmatica tolleranza. E chi teme che si allarghi il solco fra comunità religiose, in una spirale di derive islamiche e confessionali: il contrario della laicità per decreto, se l’universalismo dei valori si risolve in settarismo dei comportamenti.

Così gelosa del proprio modello, la Francia, multiculturale e multietnica, non ne riconosce i limiti di funzionamento, teme di snaturarsi, si difende con la norma anziché aggredire le cause: disoccupazione e senso di esclusione dei giovani di origine maghrebina, nati in Francia ma francesi di serie B. A ben vedere, la Francia presidenzialista riflette, in casa propria, tentazioni che rimprovera al modello americano, l’idea cioè che valori e principi siano imponibili o esportabili. Con le leggi, o peggio, con la forza. Col risultato che una legge «illuminata» potrebbe condurre in un vicolo cieco.

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