Da Corriere della Sera del 12/02/2004

«Ma io domani torno qui a fare la fila. Il Paese ha bisogno anche di me»

Keiss, aspirante agente: non lo faccio per i soldi. Io sono un soldato. Ho servito nel vecchio esercito. E voglio continuare a farlo

di Lorenzo Cremonesi

BAGDAD - «Ci attaccano? Non importa. Non ho paura. Sarò qui, in coda, anche domani. So che l'esercito del nuovo Iraq ha bisogno di gente come me». Bisogna ascoltarlo, guardarlo negli occhi, vederlo camminare tra la folla, il volto graffiato dalle schegge, i pantaloni e la camicia di panno pesanti ancora schizzati dal sangue delle vittime solo pochi minuti fa, per capire che Keiss Eithan Imad non parla per frasi fatte. «I terroristi vogliono gettare il Paese nel caos. E gli americani commettono un mucchio di errori. Ma credo che potremo uscirne vincenti. E una delle vie per farlo è ricostruire presto le nostre forze dell'ordine con gente preparata», dice convinto.

Lui c'era ieri mattina al momento dell'esplosione dell'autobomba davanti al centro di reclutamento nella capitale. «Ero assieme a una trentina di commilitoni della mia ex unità del genio quando servivamo nell'esercito di Saddam Hussein. Abbiamo visto un'auto grigia metallizzata che veniva nella nostra direzione a non meno di 80 all'ora. Ha superato una barriera di filo spinato, investito alcuni giovani, poi è esplosa. Un rumore terribile, ancora adesso mi ronzano le orecchie, non sento quasi nulla. Ho visto i morti, almeno sette dei miei compagni giacevano maciullati sull'asfalto. Io ho avuto fortuna, sono stato sbalzato dietro una barriera di cemento che mi ha protetto dalle schegge», racconta. Da luglio viene qui almeno due volte la settimana.

Si alza alle 6 di mattina a casa sua, nel villaggio di Rajdie, e impiega circa un'ora e mezzo in taxi o mezzi di fortuna per arrivare a Bagdad. Poi si mette in coda. Mattinate intere di attesa. Sempre, con il caldo soffocante o le giornate di pioggia e vento come ieri. E' l'unico modo per sperare di raggiungere l'ufficio addetto alle nuove assunzioni e vedere se il suo nome appare sulla lista delle reclute.

Ha 29 anni, non è sposato. «Come potrei mantenere una famiglia?», osserva. Ha servito 5 anni e mezzo nel vecchio esercito, sino alla promozione a sergente. L'ultima paga, nel febbraio 2003, è stata di 50 dollari. Da maggio la nuova autorità americana gli versa trimestralmente 240 dollari. Li va a ritirare, ancora dopo una coda infinita, in un ufficio poco distante da qui. Ora, se venisse assunto, il primo stipendio mensile non andrebbe oltre i 120 dollari.

«Ma non lo faccio per i soldi - dice subito -. Se lavorassi nel settore privato prenderei di più. Il fatto è che io sono un soldato. L'ho scelto quando ero ragazzino e voglio continuare a farlo». Ne parla con lo spirito della tradizione militare irachena. Una tradizione che va ben oltre il trentennio di Saddam. Keiss è stato tra le migliaia di poliziotti, graduati, ufficiali, alti funzionari dello Stato, che subito dopo la fine dei combattimenti a metà aprile si riversarono nei locali dello Al-Alawyia, il club esclusivo in piazza Al-Fardus (di fronte all'hotel Palestine), per offrirsi volontari. «Volevamo porre fine all'ondata di vandalismi e rapine. Volevamo contribuire alla ricostruzione. Volevamo che gli americani inglobassero militari e poliziotti nel nuovo corso», ricorda. In quelle settimane di confusione e grandi speranze ci fu chi tra loro si offrì senza chiedere nulla, erano disposti a rinunciare allo stipendio per qualche tempo pur di conservare il loro lavoro.

Ma non andò così. In pochi mesi vennero tutti licenziati come «baathisti», criminali da isolare e se possibile processare. Oltre 600.000 uomini messi al bando. Molti sunniti si unirono ai ranghi della guerriglia. «Hanno sparato nel mucchio. Non si è distinto tra i veri criminali e invece i soldati di professione che fanno il proprio dovere», esclama Keiss. Il risultato? «Questo che si vede oggi: il caos, gente che non ha la minima idea di come imporre l'ordine pubblico. A fare i poliziotti e tra i ranghi dei nuovi corpi di difesa ci sono novellini alle prime armi. Sfido io che i terroristi fanno il bello e il cattivo tempo!». A suo dire comunque non tutto è perduto. «Ormai gli americani questo Paese lo conoscono bene. Hanno nelle loro mani i nomi di chi va perseguito come criminale. Sanno chi va punito, o comunque licenziato. Ma gli altri, la grande maggioranza, devono poter tornare al loro mestiere», spiega. Lui gli americani non li odia, nonostante l'umiliazione di attendere in coda per avere ciò che pensa sia un suo diritto. «Voglio che restino. In questo momento solo loro possono garantire l'ordine in Iraq». E si spiega con l'esperienza del militare di carriera quando critica la scelta annunciata di recente dai comandi Usa di lasciare i grandi centri urbani entro aprile. «Fanno male a uscire dalle città - dice -. La nuova polizia irachena non è assolutamente pronta a prendere il loro posto. Come del resto il Paese intero non è ancora maturo per le elezioni. Ci vuole tempo. I fatti degli ultimi mesi insegnano che siamo di fronte a forze del terrorismo ben addestrate, gente straniera, estremisti islamici pronti a tutto. I nostri agenti devono continuare a lavorare spalla a spalla con le forze della coalizione».

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