Da Corriere della Sera del 12/03/2004

L’orgoglio di Bilbao: «Un basco ha cuore, non può averlo fatto»

Una folla immensa e zitta si è radunata sulle due rive del fiume che attraversa la città

di Aldo Cazzullo

BILBAO - «Non sono baschi». Né criminali, né assassini, né animali, come i politici di Madrid vanno ripetendo in tv. «Non baschi»: detto dal presidente dei baschi, Juan José Ibarretxe, l’insulto peggiore. «L’Eta ci ha infranto il cuore in mille pezzi».

«Un basco non può averlo fatto». Il primo a dirlo è Arnaldo Otegi, portavoce di quel che fu Herri Batasuna, il partito nazionalista radicale oggi fuorilegge. Il passaparola percorre Bilbao, la diceria attraversa Euskadi, il Paese basco: non è andata come dicono; l’Eta avrebbe avvertito prima di mettere le bombe, l’Eta non avrebbe colpito a caso, l’Eta avrebbe rivendicato; non è stata l’Eta. Due posizioni divise all’apparenza da una questione semantica, ma su cui si giocano le elezioni spagnole di dopodomani e il futuro del nazionalismo basco.

Ibarretxe, capo del governo autonomo, è il leader del Pnv, autonomisti moderati. Su suo invito, decine di migliaia di persone si sono radunate ieri sera davanti ai municipi delle tre province. A Bilbao, una folla immensa e zitta, sui ponti e sulle due rive del fiume: cellulari spenti, bici spinte a mano, ammutoliti pure i neonati nelle carrozzine. «Un basco ha cuore, ha dignità. Ama i suoi ma non odia gli altri. L’Eta ha scritto la sua ultima pagina. Nunca mas », mai più, assicura Ibarretxe. La sua definizione degli assassini - «non baschi» - ricorda, mutato quanto c’è da mutare, quella coniata da Stalin per l’attentatore di Togliatti, «persona al di fuori del genere umano»; perché per un nazionalista di Bilbao il genere umano è, se non esaurito, rappresentato dal suo Paese. Basca è la lingua (l’euskera, forse africana forse asiatica, certo oscura), interamente basca la formazione dell’Atletico Bilbao, basco lo stile (una variante del liberty), basca la pelota più altri sport ancora più remoti come il sollevamento pietre; «basco» è il berretto rosso che portano i poliziotti, pastore basco un cane molto ricercato (bianco a pelo lungo), basca persino una balena ora purtroppo estinta.

L'orgoglio è tale che rende difficile accettare la responsabilità dell'Eta, organizzazione di assassini che però porta il nome della patria (Euskadi Ta Askatasuna, Paese basco e Libertà). Così i radicali reagiscono, mutato quanto c'è da mutare, alla maniera degli anarchici dopo piazza Fontana: un compagno non può averlo fatto. Così dice Rafa Dìez, leader del Lav, il sindacato nazionalista. Così dicono alcuni sindaci. Radio Euskadi si collega con Eugeni García, corrispondente dal Medio Oriente: «Ricordatevi di Al Qaeda, ricordatevi delle minacce alla Spagna». Nei messaggi dei separatisti, nei discorsi dei passanti si fa notare che l'unica strage di civili firmata dall'Eta dopo la caduta di Franco - 21 morti in un ipermercato di Barcellona nel 1987 - avvenne per un errore, una telefonata in ritardo. A chi ricorda che il mese scorso un commando Eta è stato scoperto con 500 chili di esplosivo destinato alla redazione della Razon , si risponde che quello era un obiettivo specifico, un giornale di estrema destra, non una stazione di pendolari. E i frammenti del Corano trovati sul posto? E la rivendicazione a un giornale arabo? La voce popolare si sofferma persino sulla coincidenza dei numeri, l'11 marzo come l'11 settembre; quasi il crollo delle Torri non avesse aperto una nuova stagione del terrore, innalzando la soglia dell'allarme e dell'attenzione internazionale. L'ombra del terrorismo islamico serve a invertire la lettura politica della strage, a chiamare in causa la scelta atlantica di Aznar, ad alleggerire il peso che grava sui nazionalisti e pure sui socialisti, alleati a Barcellona della sinistra catalana che con l'Eta ha trattato una tregua.

Com'è ovvio, non andrà così. Alla pista islamica nel resto della Spagna credono in pochi, e il governo fatica a prenderla in considerazione. L'emozione, il lutto, la fine della campagna elettorale rafforzano ulteriormente il Pp, che già aveva imposto il terrorismo come tema centrale del voto, che già aveva rovesciato i ruoli storici: i popolari che accusavano Gonzalez di spregiudicatezza nella lotta all'Eta ora si propongono come garanti della fermezza e dell'unità del Paese, stretti attorno ad Aznar - sfuggito a un agguato nel '95 - e all'erede Rajoy. Protestare l'innocenza del terrorismo basco appare ai radicali l'unica via per salvare il movimento nazionalista, per non perdere il contatto con un popolo che dell'Eta si sente ostaggio e ieri sera ha reagito con la stessa commozione degli altri spagnoli.

Il dolore è così forte che sembra di poterlo toccare. Trentun anni fa, a Bilbao si rideva della morte del premier franchista Carrero Blanco e del suo corpo scaraventato da una bomba Eta in cima a un palazzo, si sentiva anche una canzoncina, «Carrero volò/ El Almirante volò», da cantare con le braccia spalancate come ali. Oggi non è più resistenza, non è guerra civile; è guerra contro i civili, e i baschi quelli veri ne sono vittime. Non amati dal resto della Spagna, temono che il pregiudizio si rafforzi, che si inasprisca la contesa politica con Madrid. Il presidente Ibarretxe chiede un referendum sul diritto all'autodeterminazione, cui seguirebbe un altro voto per l'indipendenza. Il rappresentante di Madrid nel governo regionale, Antonio Acebes, chiede di eliminare dai libri di storia la parola Euskadi, il concetto di Paese basco. Due obiettivi contrari e difficili, che la strage di ieri allontana. I nazionalisti si sentono sotto scacco proprio nel momento del successo elettorale. I sondaggi danno socialisti e popolari inchiodati al 20%, sette punti sotto i moderati del Pnv e poco sopra i progressisti dell'Unione basca. La crisi economica è alle spalle, i cantieri navali sono stati riconvertiti in palazzo della musica opportunamente a forma di barca, l'altoforno in palazzo delle esposizioni, e poi c'è il Guggenheim capolavoro di Frank O’Gehry, che a Bilbao città non incline all'entusiasmo chiamano «etxetxo», cuccia. Se il cammino separatista si fa difficile, se la richiesta di maggiore autonomia fiscale sarà vanificata da quella vittoria dei popolari che in fondo l'Eta si augura per inasprire lo scontro, non per questo l'identità esasperata tende a sopirsi.

Il Paese basco pare una sorta di Madagascar o di Galapagos d'Europa, un frammento di preistoria, abitato da cose che esistono qui e non altrove. I fiumi, compreso quello di Bilbao, la Ria Nervion, vi scorrono dalla foce alla sorgente (è l'oceano che risale, come accade però anche in Galizia). La lingua è un mistero, non somiglia a nessuna, ha le declinazioni ma i casi non sono sei come in latino bensì sedici; sui cartelli la traduzione in castigliano a volte manca, a volte è cancellata, non è facile trovare il centro seguendo l'indicazione «erdigunea» (per favore si dice «mesedez», grazie «eskerrik asko», il resto è conseguente); solo il 10% dei bambini studia in castigliano, gli altri crescono bilingui o apprendono lo spagnolo come una lingua straniera. Nulla qui è banale, non la cucina considerata tra le migliori al mondo, non il paesaggio con le colline a picco sul mare come scogli e il profilo nordico della mansarde e dei bow-window contro il cielo grigio, sotto cui ieri sera Bilbao si è riunita.

Bandiere a mezz’asta. Non un discorso, non uno slogan, non una fiaccola. Spente anche le sigarette, per rispetto. Un solo lungo applauso a chiudere venti minuti di silenzio. Davanti al municipio non c'era posto per tutti, la folla si è radunata nelle altre piazze che non portano come nella vicina Santander i nomi dei politici e dei generali golpisti, Calvo Sotelo e Mola, ma di Sabino Arana padre del movimento nazionalista e di José Antonio Aguirre, primo presidente, deposto da Franco. Baschi erano Ignazio da Loyola, fondatore dei gesuiti che qui a Bilbao hanno la loro università, e il più importante filosofo spagnolo del '900, Miguel de Unamuno. Rettore dell'università di Salamanca, nell'estate del '36 si era pronunciato in favore di Franco. Poi era rimasto impressionato dalle stragi e dalla morte del suo amico Garcí Lorca. Nell'autunno, all'inaugurazione dell'anno accademico, sentì insultare i baschi e si ribellò, in difesa dei valori di civiltà della sua Spagna. Fu interrotto dal grido del generale golpista Millan Astray: «Abajo la inteligencija!». Caduto in disgrazia, rimosso, minacciato, Unamuno visse ancora tre mesi. Prima di andarsene lasciò scritto il timore che i massacratori avrebbero portato «morte per la libertà e per la dignità».

Bilbao fu presa dai franchisti il 19 giugno 1937, meno di due mesi dopo il bombardamento di Guernica. Il nuovo sindaco, un collaborazionista della Falange, José María de Areilza, proclamò: «Il rivoltante, sinistro, odioso incubo chiamato euskari è svanito per sempre». Trent'anni dopo Areilza, amico ritrovato, militava nell'ala moderata del movimento euskari contro Franco. E di fronte allo spettacolo di libertà e dignità della Spagna di oggi è bello pensare che, come Francisco Franco alla fine della storia ha perso la guerra civile, così il terrorismo, anche grazie ai baschi quelli veri, perderà la sua guerra contro i civili.

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