Da La Repubblica del 15/03/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/c/sezioni/esteri/spagna3/valli/valli.html

Dalla guerra di Bagdad al massacro di Madrid

di Bernardo Valli

VISTO da qui il massacro di Madrid è stato un macabro, orrendo modo di celebrare il primo anniversario d'una guerra che non fu già di per sé un'iniziativa assennata. È passato un anno dall'inizio dell'invasione dell'Iraq (19 marzo): e ho l'impressione che nel frattempo le acque del Tigri, lente, pigre ai piedi dell'Hotel Palestine, dove sono tornato, si siano spinte tanto lontano da lambire l'Europa. Qui, nella Mesopotamia in egual misura liberata da un dittatore e occupata da truppe straniere, si trovano le cause dell'attentato madrileno: la presenza d'unità spagnole nella coalizione dominata dagli americani (in cui sono anche i soldati italiani), coalizione a presidio del Paese, è l'esibita giustificazione di coloro che si sono aggiudicata la strage. Quella presenza darebbe una legittimità agli attentati in Europa, consegnerebbe ai terroristi una specie di salvacondotto, una licenza d'uccidere nell'Europa complice, vassalla della superpotenza che ha invaso l'Iraq.

Un'Europa che si presenta come un obiettivo più facile, più vulnerabile dell'America, che nel frattempo si è corazzata. Un bersaglio al quale i terroristi si sono avvicinati con una determinazione e una puntualità ineccepibili. Si sono persino annunciati. Gli attentati di Istanbul, alle porte dell'Europa, alla fine dello scorso anno, non furono forse un avvertimento? È difficile adesso escludere che la Spagna sia stata soltanto la loro prima tappa.

Tempo fa il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, ha mandato ai suoi più stretti collaboratori un memorandum di due pagine (rivelato da Usa Today) in cui confessava di non avere i mezzi per giudicare a che punto fosse la lotta contro il terrorismo. E si chiedeva: la stiamo vincendo o lo stiamo perdendo? La conclusione della nota non era trionfalistica: "Penso personalmente che non abbiamo compiuto finora progressi decisivi". Era ottobre. A distanza di pochi mesi Rumsfeld dovrebbe essere decisamente pessimista. Vista la coincidenza tra la strage di Madrid e il primo anniversario della guerra in Iraq (guerra che ha portato non tanto indirettamente il terrorismo in Europa) è bene evocare quali erano un anno fa i propositi di Bush.

Quello principale era di colpire, contenere il terrorismo, e vendicare l'11 settembre americano. È accaduto il contrario. L'invasione dell'Iraq ha attizzato l'antiamericanismo nel mondo musulmano, e in particolare in quello arabo; e di riflesso il terrorismo islamico ha trovato un nuovo vigore, ha allargato il campo d'azione; e non ha impedito un secondo 11 settembre, questa volta europeo. Capita che un cancro trattato da un chirurgo maldestro si espanda. Ma qui l'imperizia è stata maggiore: perché tra i tanti tumori che affliggevano l'Iraq un anno fa, non c'era quello specifico del terrorismo. La Cia non ha mai trovato tracce di complicità tra il regime di Saddam e Al Qaeda. Oggi tutto è possibile.

In Medio Oriente il terrorismo esisteva prima che i G. I. di Bush arrivassero a Babilonia. Non è stata certo la guerra in Iraq a generarlo.

Ma l'Iraq occupato, oltre a "legittimare la resistenza" contro l'invasore, anche fuori dal territorio iracheno, è diventato una tragica palestra in cui gruppi e individui di nazionalità diverse, provenienti dagli altri paesi mediorientali, si esercitano e praticano il terrorismo, probabilmente con la complicità di quelle poche migliaia di ex militari o di superstiti militanti baathisti (del partito Baath, Rinascita), che compiono azioni di guerriglia. Poche migliaia di resistenti che hanno tuttavia la simpatia di milioni di iracheni.

Commetterei una grave scorrettezza se non aggiungessi che, stando a quanto ho visto negli ultimi giorni, dopo un anno di assenza, l'Iraq è il solo paese arabo in cui si possono esprimere le proprie opinioni senza finire in prigione; dove esistono decine di partiti e circa una decina di quotidiani non sottoposti a censura preventiva; dove non si pagano tasse; dove non c'è dogana; dove esiste la più assoluta libertà di commerciare ed anche di costruire, poiché nessuno per il momento è in grado di imporre regole e ancor meno una disciplina edilizia. Insomma l'Iraq è in preda a una liberalizzazione che sfiora, per certi aspetti, l'anarchia. Rapine, furti, rapimenti, estorsioni sono all'ordine del giorno. I clan mafiosi proliferano.

Ogni famiglia possiede, per tradizione, un mitra o una rivoltella, da tenere in casa e da usare per difendersi (ed eventualmente per aggredire).

Al tempo stesso è un paese presidiato da truppe straniere che hanno cacciato un dittatore, e che quindi hanno liberato larga parte della società da un incubo. Ma fin dall'inizio quelle truppe non hanno saputo affiancare alla stragrande supremazia ed efficienza militare lo spirito di un vero esercito di liberazione. Non sono state capaci di impedire i saccheggi. Ed è stato un cattivo debutto. E poi hanno stentato, stentano ancora, a ristabilire l'ordine. Molte loro azioni comprensibili in guerra sono risultate inutili, eccessive da parte di un esercito incaricato di portare la democrazia. Da qui lo scarso amore, spesso l'odio che suscitano, ed anche il poco rispetto, ancora più grave, offensivo per i soldati di una superpotenza. Da questo Iraq escono tanti veleni, che non è facile arginare.

Perché soffermarsi tanto su quel che è avvenuto e avviene in Iraq mentre si seppelliscono i morti a Madrid? I morti di Madrid sono vittime di quel conflitto. Sono morti civili che per il numero sono quasi il doppio dei militari americani uccisi dal nemico tra il 19 marzo e i primi di maggio, quando Bush decretò la fine ufficiale della guerra. Non getto sui piatti della bilancia i morti degli uni e degli altri. Desidero semplicemente sottolineare quanto sia importante quel che è accaduto nella capitale spagnola in rapporto a quel che accade nella valle del Tigri e dell'Eufrate.

Non si tratta neppure d'incitare a un ritiro delle truppe europee. Dopo la guerra ingiusta (e dissennata) è in corso un'ardua impresa tendente a ridare la piena sovranità all'Iraq.

L'operazione merita attenzione e rispetto, se le regole vengono rispettate. Da essa dipende la stabilità dell'intero Medio Oriente e la salute dell'Europa. Dopo i morti di Madrid gli europei che vi partecipano dovrebbero agire e vegliare con maggior solerzia affinché l'Onu, sola garante della legalità internazionale, abbia un ruolo adeguato. Ed altresì che la sacrosanta lotta al terrorismo si svolga non solo con la repressione armata e con i servizi segreti, ma anche estirpando le ingiustizie politiche e sociali che ne sono spesso all'origine, e di cui l'Occidente, non unica vittima, è a volte, anzi spesso, colpevole. Insomma, i governi europei impegnati in Iraq siano meno vassalli.

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