Da Il Mattino del 15/03/2004

Reportage

La pagina nera di Aznar

di Vittorio Dell'Uva

Madrid - Le reticenze portate al limite del depistaggio e della manipolazione non pagano. E meno che mai le scelte di politica estera in contrasto con l’orientamento dell’opinione pubblica. L’elettorato spagnolo presenta un conto salatissimo al Partito popolare per l’adesione alla guerra di Bush e le tragiche conseguenze determinate dalla vendetta criminale di Al Qaida. Non soltanto lo priva della maggioranza assoluta, ma lo relega, ridimensionandolo fortemente, all’opposizione. Il massacro di Madrid ed i tentativi di nascondere la verità sugli autori hanno mobilitato un elettorato «passivo» e orientato le scelte degli indecisi. L’assetto politico spagnolo subisce un profondo mutamento, riportando con un clamoroso sorpasso la sinistra al potere.

Le elezioni di ieri che, nel segno della continuità, non avrebbero dovuto riservare sorprese, consentono ad un Partito socialista rinnovato nei suoi ranghi di riproporsi alla guida del Paese, con il giovanissimo leader Rodriguez Zapatero. Sarà primo ministro anche se dovrà ricercare alleanze con formazioni regionali e forse con i comunisti di Izquiera Unida, che pur dimezzati si propongono apertamente come possibili partner assieme ai catalani indipendentisti dell’Erc, cui le urne hanno riservato un trionfo con la conquista di otto seggi a fronte dell’unico che occupavano alle Coortes. La portata del terremoto politico emerge dai più affidabili tra gli exit-poll e trova subito conferma nello scrutinio ufficiale. I socialisti del Psoe riconquistano dopo otto anni la maggioranza relativa, sovvertendo tutte le previsioni della vigilia e i sondaggi che li davano distaccati dai popolari di cinque punti.

I socialisti del Psoe debbono probabilmente la loro vittoria all’altissima partecipazione al voto e all’apporto di gran parte di due milioni di giovani per la prima volta chiamati ad esprimersi e ritrovatisi sul fronte del pacifismo. Mariano Rajoy, il «popolare» emergente scelto come delfino da Josè Maria Aznar, che ha concluso nel modo più inglorioso il suo secondo mandato, non sarà primo ministro di Spagna. Sognava ancora la maggioranza assoluta per evitare una allenza scomoda con i catalani del Ciu che perdono un terzo dei propri seggi. Dovrà rassegnarsi a guidare un partito ridimensionato. Manca la grande occasione, ma non gli si possono attribuire tutte le colpe. Il vero grande sconfitto è Josè Maria Aznar che dopo due legislature aveva deciso di abbandonare la vita politica attiva. Ha voluto fortemente la partecipazione della Spagna al conflitto in Iraq, appiattendosi sulle posizioni del presidente americano Bush nonostante il novanta per cento degli spagnoli fosse contrario. Aznar sperava che i buoni risultati ottenuti in campo economico mettessero il suo partito al riparo da spinte a sinistra. Almeno l’otto per cento dell’elettorato conservatore ha trovato le sue scelte sbagliate.

I socialisti del Psoe, che hanno da tempo annunciato di voler ritirare le truppe dall’Iraq, già si proteggono dalle accuse che potrebbero piovere. Non è Al Qaida, con il masssacro dell’11 marzo, che ha determinato il risultato elettorale. Ma piuttosto la mobilitazione democratica di in un popolo che non vuole essere ferito e ingannato.

«È andato al voto un Paese maturo. Noi siamo pronti ad assumerci le responsabilità di governo» ha dichiarato, il responsabile della organizzazione elettorale Josè Bianco invitando i simpatizzanti a non lasciarsi andare a «premature manifestazioni di gioia». Il Psoe vede crescere i consensi in ogni città, attestandosi al 43 per cento, con un incremento di nove punti rispetto alla scorsa consultazione. I seggi passano da 125 a 164. Un consistente apporto arriva dai Paesi baschi. La stessa Madrid ha tradito i popolari: perdono 3 dei 19 seggi mentre il partito di Zapatero raggiunge quota 17 guadagnandone cinque. Trionfale si delinea il risultato in Andalusia dove si votava anche per le regionali. I socialisti conquistano la maggioranza assoluta.

I «popolari» hanno molto da interrogarsi. Scendono dal 44,52 al 37,6 per cento e perdono trentasei dei seggi in Parlamento. Che si delineasse un crollo era apparso evidente dopo i primi exit poll della Tve e dell’istituto Sigma. A loro non era restato che che aggrapparsi alla speranza offerta dagli analisti della tv privata Telecinco, i soli che a lungo li hanno dati in vantaggio. Ma alla calle di Genova, dove c’è il quartier generale di Rajoy, molti hanno presto capito che non c’era da farsi troppe illusioni.

Può avere inciso non poco sulle scelte dell’elettorato il tentativo deviante di addebitare la responsabilità degli attentati di giovedì ai separatisti dell’Eta. Il premier Aznar e i suoi ministri avevano a lungo provato a sfuggire all’accusa di avere portato la guerra a Madrid aderendo alle tesi di Bush costruite su inaffidabili dossier della Cia sulla minaccia costituita da Saddam. Quando il governo è stato costretto ad ammettere che le indagini andavano ormai in una nuova direzione, parte dell’opinione pubblica ha ritenuto offensiva ed intollerabile la «manipolazione». Mariano Rajoy si è sentito chiamare «terrorista e fascista» da un gruppo di giovani che lo aspettavano nel seggio in cui era andato a votare. Aznar, a sua volta fischiato, ha trovato sui muri violenti slogan contro di lui, che le speciali squadre di «pulizia urgente» messe subito in campo non sono riuscite a cancellare nemmeno con una pioggia di acidi.

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