Da La Repubblica del 09/04/2004

Le idee

Se si alleano i due Islam

di Khaled Fouad Allam

LE società arabe sono estremamente complesse, come dimostra l´attuale vicenda irachena. Talvolta appaiono omogenee nelle loro reazioni, talvolta del tutto disomogenee, perché in esse si compongono varie appartenenze: quella etnica, quella confessionale e quella linguistica e, a partire dal XX secolo, quella nazionale.

Ed è evidente che gli Stati Uniti nell´intervenire in quell´area hanno sottovalutato due elementi fondamentali della società irachena: la sua complessità interna e l´esistenza di una coscienza nazionale irachena. Avere interpretato l´Iraq come un paese dalle caratteristiche etniche e religiose territorialmente definite - curdi al nord, sunniti al centro e sciiti al sud - ha in parte ingannato la lettura americana di quella realtà. Così, mentre mai si sarebbe pensato allo svilupparsi di una coalizione sunnita-sciita, essa oggi è presente nella realtà dei fatti e minaccia il poco che dopo la guerra si è costruito.

È chiaro che queste alleanze fra sunniti e sciiti sono tattiche, perché mirano a indebolire il consiglio del governo provvisorio e a rendere più fragile la coalizione in Iraq. E all´interno di queste alleanze i vari gruppi sciiti e sunniti tendono a costruire ognuno delle posizioni di forza, in vista del passaggio delle consegne previsto per dopo il 30 giugno. Ma è stata sottovalutata una importante realtà storica: se fra loro gli arabi sono sempre stati divisi, perché la loro appartenenza tribale ha frenato i tentativi di unione fra i diversi popoli arabi, tuttavia sin dal Medioevo, di fronte alle minacce esterne - extra-arabe - le differenziazioni etniche e religiose sono state messe da parte. In quei casi si è manifestata ciò che viene chiamata la solidarietà di gruppo, che si basa su due elementi: la solidarietà di sangue e la solidarietà di fede, che in arabo si chiama assabiyya. E la storia attesta che la solidarietà araba si rafforza proprio facendo perno sull´identità religiosa islamica: di fronte a una minaccia a quell´identità comune, sunniti e sciiti fanno tacere le armi e le controversie teologiche.

È piuttosto grave l´aver sottovalutato questo fenomeno: bastava guardare al Libano, ad esempio, per vedere come gli hezbollah abbiano spesso operato di concerto con i palestinesi sunniti e anche con i cristiani contro Israele. Ci si è scordato anche che, durante la prima guerra del Golfo nel 1991, il sunnita Saddam Hussein nascose i suoi aerei nell´Iran sciita con cui era stato per anni in guerra. Non vi è dunque nulla di strano che si leggano sulla stampa araba affermazioni come quella dell´imam sciita del quartiere di Al- Kathimiya (zona nord di Bagdad), intervistato dal giornale arabo "Al-Quds Al-Arab": «Sunniti e sciiti sono uniti nella lotta contro le truppe di occupazione, tanto che numerosi sunniti hanno chiesto di entrare a far parte delle milizie dell´imam Moqtada al Sadr. Nelle violente battaglie verificatesi negli ultimi tre giorni - spiega lo sceicco - sunniti e sciiti hanno combattuto fianco a fianco. Numerose persone provenienti da zone sunnite come Ramadi, Falluja e dai quartieri sunniti di Bagdad sono venuti a Sadr City per combattere con noi. Addirittura in molti hanno chiesto di entrare a far parte delle milizie dell´esercito del Mahdi, affermando di sostenere l´imam Moqtada al Sadr e di voler combattere al suo fianco».

Storicamente non bisogna dimenticare che lo sciismo è un fenomeno arabo, nato in seno alla cultura araba, che ha sempre convissuto - certo con enorme difficoltà - con il mondo sunnita; e che sin dal Medioevo si sono formate alleanze fra sunniti e sciiti di fronte a pericoli che minacciavano l´intera comunità. Inoltre non bisogna sottovalutare che nel diritto musulmano si afferma, anche se teoricamente, il principio d´uguaglianza fra tutti i musulmani. Alla Mecca, sunniti e sciiti compiono insieme il pellegrinaggio.

La strategia dell´unione fra sunniti e sciiti in Iraq è anche la conseguenza dell´odierno sentimento di vuoto di potere nella società irachena. La questione della rappresentanza dell´intero mosaico iracheno deve essere strategica nel prefigurare la costruzione di una democrazia: ma è evidente che qualcosa non funziona nel nuovo sistema. Secondo fonti arabe il partito sciita Al Dawa, sin dall´inizio degli scontri, si è proposto come mediatore fra le milizie dell´imam Al Sadr e la coalizione: ma non è stato ascoltato.

È di ieri mattina la notizia sul quotidiano iracheno Al Zamman che il grande ayatollah Al Sistani potrebbe emettere una fatwa che obblighi i fedeli sciiti a far tacere le armi, dal momento che sta per iniziare un periodo di quaranta giorni in cui ricorrono le loro festività, che prevedono pellegrinaggi e commemorazioni, e si pone il problema di farle svolgere con dei combattimenti in corso. Ma si pone una questione: la fatwa emessa da un dignitario sciita non è riconosciuta dai sunniti.

L´antagonismo fra sciiti e sunniti permane comunque ed è problematico: qualche giorno fa sono apparse su un sito Internet delle minacce di morte agli imam sciiti da parte di Al Zarqawi (accusato dagli americani di aver compiuto attentati in Iraq per conto di Al Qaeda) che li accusa di essere filoamericani e filoisraeliani. Dopo il 30 giugno, in ogni istante potrà dunque aprirsi una deflagrazione nei rapporti fra sciiti e sunniti: e allora vedremo se la coscienza nazionale irachena potrà realmente porsi come contrappeso alle pulsioni distruttrici e alla frammentazione etnica e religiosa dell´Iraq, paese che, non dimentichiamolo, è il retaggio di un antico impero cosmopolita in cui un tempo coabitavano lingue, religioni e culture diverse.

Ma la vicenda di queste ore in Iraq ci insegna anche un´altra cosa: che in questo conflitto postmoderno si sta consumando un pericoloso divorzio, carico di conseguenze per tutti noi: la scissione fra ciò che elaborano gli strateghi e il mondo dell´expertise, vale a dire gli specialisti del Medio Oriente e dell´Iraq. Nel caso iracheno si è visto che questi due ambiti non comunicano e ciò non può che indebolire il processo di ricostruzione del paese. Su più larga scala, la vicenda irachena dimostra che nel mondo è in atto un divorzio fra politica e cultura.

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