Da La Repubblica del 14/04/2004

La sfida dell´Unicef: un centro di accoglienza per salvare migliaia di ragazzini dalla povertà e dalla prostituzione

Senegal, il racket dei mendicanti "I bambini sono i nuovi schiavi"

Mamadou, 11 anni, è riuscito a fuggire: "Se mi fate tornare per strada, mi uccido"
I piccoli imparano a mendicare in scuole particolari, che dicono di ispirarsi al corano

di Andrea Bonanni

DAKAR - Mamadou è tornato nel suo villaggio, nella provincia di Colda. Ha lasciato nel centro di accoglienza di Rufisk il suo barattolo di conserva di pomodori: segno distintivo dei bambini mendicanti arruolati nelle scuole coraniche, i daarà. Con quel barattolo, a undici anni, Mamadou chiedeva l´elemosina sul plateau, il centro di Dakar. Partiva all´alba, a piedi, dalla sua «scuola» nel quartiere di Colabane, all´estrema periferia della capitale, dove dormiva accatastato con un´altra cinquantina di bambini in una stanza senz´acqua e senza servizi. Mendicava tutto il giorno per rimediare qualcosa da mangiare «perché così vuole il profeta». E alla sera doveva ritornare al daarà con almeno trecento franchi, più o meno mille lire, da consegnare al marabou, il maestro coranico. Guai se non raggiungeva la cifra del suo riscatto quotidiano. Erano botte: con la frusta, oppure con la piattina del filo elettrico, che fa anche più male.

Come lui, sono almeno centomila in Senegal i "bambini mendicanti": ventimila solo a Dakar, la capitale (due milioni di abitanti). Molti, forse la maggioranza, sono inquadrati nel racket dei daarà: scuole della disperazione e dell´ignoranza più che scuole coraniche, dove si incrociano e confondono assistenza e sfruttamento, religione e crudeltà, pietà e cinismo. Un groviglio inestricabile, come inestricabile appare il groviglio ormai endemico del sottosviluppo in questo angolo di Africa "normale": senza guerre, senza carestie, senza emergenze che non siano quelle della miseria quotidiana.

Non è stato facile liberare il piccolo Mamadou. Quando Moussa Sow lo ha incontrato di notte con il suo barattolo di pomodori che mendicava vicino all´hotel Teranga, il bambino gli ha chiesto aiuto. Moussa, che ha creato grazie ai finanziamenti della cooperazione italiana versati attraverso l´Unicef il programma «Enfants de la rue», va a caccia di piccoli mendicanti. Ma è una caccia ingrata.

Il marabou è venuto a reclamare il suo allievo-vittima fino nel rifugio che l´associazione ha creato a Rufisk. Mamadou, esigeva sdegnato, doveva tornare nel daarà, perché quello era il volere di Dio e perché la mendicità fa parte dell´insegnamento islamico. «Ma chi lo ha detto - sbotta Moussa Sow - Ogni volta che cerco di liberare un bambino mi accusano di empietà. Eppure il Profeta non ha mai mendicato». Lo scontro con il marabou è stato duro.

«Alla fine l´ho spuntata solo perché il bambino ha dichiarato: "se mi rimandate nel daarà mi uccido"», ricorda Moussa. E così sono andati tutti a Colda, nel villaggio natale di Mamadou: e lì la questione è stata risolta non da un tribunale ma dall´imam locale, che ha dato ragione agli assistenti di «Enfants de la rue» e torto al marabou sfruttatore. A volte succede. Ma non sempre.

In Senegal l´Unicef conduce una guerra impossibile per garantire ai bambini, e al Paese, un futuro che sia appena un gradino al di sopra della mera sopravvivenza fisica. E lo fa anche grazie ai soldi della cooperazione italiana, che ha versato un milione e mezzo di dollari per un programma triennale di lotta contro le peggiori forme di sfruttamento minorile. I finanziamenti finiranno a giugno. Ma dovrebbero essere rinnovati, forse.

«Il Senegal si estende per 197 mila chilometri quadrati, è circa una volta e mezzo l´Italia. E su dieci milioni di abitanti, sei milioni di senegalesi sono minorenni - spiega Roberto Benes, che coordina il progetto Unicef - Il tasso di scolarizzazione non arriva al 60 per cento. Almeno 400 mila bambini esclusi dal ciclo scolastico sono considerati «a rischio»». Sono quelli che vengono drenati dai villaggi sempre più poveri verso centri urbani sempre più caotici e miserabili. Qui per i maschietti c´è la schiavitù delle scuole coraniche e della mendicità. Per le bambine, si calcola siano almeno 200 mila, quella dell´andare a servizio a sette, dieci anni, in cambio di poche lire e molti maltrattamenti. Per tutti, il rischio di abusi sessuali e della prostituzione.

Lo stipendio di una bonne, come vengono definite le bambine-schiave, si aggira sulle quarantamila lire al mese quando va bene. Meno l´affitto della stanza dove dormono ammassate, meno la luce, meno il vitto, meno le spese del viaggio per arrivare al lavoro. Alla fine del mese non resta quasi nulla da mandare al villaggio. E se la famiglia reclama la sua quota, spesso non resta che prostituirsi per spedire a casa un sacco di riso o una manciata di franchi.

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