Da La Repubblica del 14/04/2004

L´inchiesta

Il sesso, l´alcol e le serate in discoteca: i giovani musulmani di casa nostra in cerca di un´identi

Il sabato sera dei ragazzi islamici

di Guido Rampoldi

Come ha detto il ventenne Osama chiudendo l´animato dibattito sulle discoteche, l´importante era cercare soluzioni con la propria testa, invece di prendere sempre per oro colato ciò che insegnano gli imam. E molti tra i 250 ragazzi musulmani riuniti in questa colonia balneare per discutere di tutto, dal terrorismo ai modi per "divertirsi islamicamente", sembrano assai disponibili a quel passo rivoluzionario verso lo spirito critico. Nati o cresciuti in Italia, ormai percepiscono come un po´ straniero l´islam delle moschee, importato nel nostro Paese da una generazione d´immigrati arabi.

Non vogliono rinunciare alla loro identità musulmana, ma neppure accettano come verità rivelate gli insegnamenti dei genitori o la dottrina degli imam mediorientali. E cercano di rielaborare la loro fede con la duttilità che spesso difetta a quelle tradizioni. Meticcio o "italiano", quest´islam del futuro sta nascendo tra i mussulmani della seconda generazione, soprattutto tra i 25mila che studiano nelle scuole e nelle università; e ha già una sua organizzazione, la dinamica Gmi (Giovani musulmani d´Italia), che organizza il raduno di Lignano. E´ un islam diverso da quello praticato dai media - imam guerrafondai, immigrati dall´italiano balbettante, odiatori di ebrei e donne schiavizzate. Ma non ha ancora un profilo nitido né una rotta chiara per superare le strettoie tra il rigore della fede e i costumi della società. Per esempio le discoteche: secondo l´islam andarci è haram, proibito, o halam, lecito? Impossibile trovare l´unanimità.

Nader sostiene che si può andare in discoteca, basta non bere alcolici, non fumare ed evitare il contatto fisico con le ragazze. «Ma allora perché ci vai?», obietta una diciassettenne emiliana. E un´altra: «Ci sono ragazze mezze nude e musica che non va bene». I lombardi contrattaccano: «Ma che ne sapete? Le discoteche non sono mica come i locali notturni». «Ma dai, tutte quelle ragazze che sculettano...». «Cosa c´è di vietato se te ne stai con gli amici?». «Anche lo sguardo d´un ragazzo su una ragazza è proibito». «Eh già, e allora non dovresti andare in piscina, in spiaggia, in palestra...». «Creiamo un comitato che decida». «Ma non dire cacchiate». «Insomma, da quando sono piccolino me ne sto con il mio gruppo d´amici. E adesso che quelli vanno in discoteca io dovrei dirgli: non vengo più con voi, basta?». «Se vai in discoteca vuol dire che certe cose te le cerchi». «Eh già, dovremmo giocare a nascondino». «Ma cosa c´è di buono in una discoteca?». «Di che parli se non ci sei mai stata?». «Io preferisco andare in paradiso piuttosto che in discoteca». «Ma se lo dice anche mia mamma che la discoteca è lecita...». Alla fine si decide che il problema va approfondito. Una commissione mista farà un sopralluogo (alcuni ragazzi sperano che le ragazze si convincano) e studierà se val la pena affittare un locale per farne una discoteca islamica dove siano rispettati i precetti del Corano.

La sessualità è questione complicata. Già il fatto che 250 ragazzi e ragazze dai 14 ai 24 convivano per quattro giorni in una pineta dove forse nasceranno amori non necessariamente platonici, è cosa che pochi imam accetterebbero. Però nella sala delle riunioni le femmine siedono da un lato e i maschi dall´altro. E all´inizio della seconda giornata il dottor Ghrewati, psichiatra d´origine siriana, ricorda alle ragazze il dovere d´un abbigliamento casto: «Le nostre donne si coprono per non stimolare l´uomo... per evitargli un micro-trauma mentale... se vedo in strada una donna mezza nuda non la guardo perché mi sporca la mente, mi abbassa nel negativo».

Ma a questi passaggi molti maschi rumoreggiano, poco convinti; quanto alle ragazze, si direbbe che quasi tutte pratichino, esattamente come le loro coetanee cristiane, l´arte di procurare "micro-traumi mentali" al sesso maschile. La maggioranza porta il foulard sulla testa, ma anche jeans aderenti; spesso sull´ovale del viso appare un leggero trucco. Il foulard, che in Italia chiamiamo "velo", è una scelta dibattuta. Una diciassettenne milanese, figlia d´un egiziano, mi spiega che non lo metterà mai: «Non è nient´altro che un segno esteriore, e ha poco a che spartire con la religiosità». Lo mette invece una ventenne veneta, che però, al contrario della milanese, è truccata e ha un vezzoso brillantino infilato in una narice.

Dirige a Venezia il punto-vendita d´una marca di telefonini. Sul lavoro non porta il foulard: «Ci sto pensando ma temo che possa allontanare alcuni clienti: che direbbe il mio datore di lavoro?». Tra le ragazze velate si discute il caso dell´operaia che mette il fazzoletto solo negli intervalli di lavoro perché in fabbrica è proibito. Le velate considerano il foulard un dovere religioso. Non lo portano come un simbolo tradizionale, etnico: semmai come un segno forte di militanza. Spesso lo mettono contro il parere dei genitori. La diciassettenne Iman spiega che se fosse rimasta in Siria forse andrebbe a capo scoperto. Ma ciò che in patria era un´identità scontata e blanda, l´islam, in Italia diventa necessariamente una scelta intensa: qui sei obbligato a domandarti cosa vuol dire essere musulmano, e se val pensa di rischiare l´ostracismo dei tuoi compagni per vivere la tua fede. Il velo fa parte di questo percorso verso l´identità nuova e ritrovata. Sicchè «vietarlo, com´è accaduto in Francia, equivale a strapparci qualcosa dentro», dice Iman.

Tutte poi si sdegnano se obietti che il velo è un segno di sottomissione all´altro sesso. La sera il direttivo dei Giovani musulmani mette in scena una piece allegorica in cui una diciottenne velata declama: «La donna non è sottomessa all´uomo, e ha pari diritti». La ragazza col foulard recita la parte della vera musulmana, opposta agli islam fasulli rappresentati da personaggi ridicoli: un terrorista, un fondamentalista, una donna schiava del marito, una coppia bigotta che tiranneggia il figlio. Quest´ultimo dirà ai genitori: «Abbiamo storie diverse, apparteniamo a Paesi diversi». I ragazzi musulmani sentono di appartenere all´Italia, al contrario dei loro genitori.

«Questa parte del mondo è più vicina alla nostra idea di libertà e di democrazia», ci dice il ventitreenne Abdullah Kabakebbji, ex presidente dei Giovani musulmani. «Eppure non ci sentiamo a casa nostra». Più tardi Kabakebbji domanderà alla platea: «Non avete l´impressione di subire un po´ di razzismo a causa della vostra fede?». «Un pooo´?», ridono quelli di rimando.

Ancora Kabakebbji: «Dicono che siamo tutti terroristi. E possono dirlo perché col nostro silenzio noi permettiamo al terrorismo di usare il nome dell´islam. Dobbiamo alzarci e dire: non è vero, tu non ucciderai nel nome della mia fede. E dobbiamo studiare i diritti umani».

La sensazione d´essere una minoranza europea colpita dal pregiudizio sistematico comporta una diversa percezione gli ebrei: molti ragazzi musulmani cominciano a scoprire l´Olocausto, cui Kabakebbji fa riferimento per spiegare alla platea cosa può accadere ad una minoranza investita dall´odio. Ma l´ostilità verso Israele talvolta paralizza questo prendere coscienza d´un evento cruciale nella storia. Così dopo l´uccisione a Gaza dello sceicco Yassin, parte dei Giovani musulmani ha posto il veto alla visita al lager della Risiera, presso Trieste, che era stata proposta dal presidente della Gmi, il marocchino ventunenne Khalid Chaouki. Malgrado questo conflitto interno, nel raduno di Lignano risuona più volte l´incitamente a testimoniare l´islam amando tanto i cristiani quanto gli ebrei. Inoltre i Giovani musulmani partecipano ad incontri triangolari con i cattolici delle Acli e l´Unione dei giovani ebrei, dove le tre parti riescono perfino a riferirsi allo scontro arabo-israeliano con formule accettabili da tutti. «Abbiamo scoperto che gli ebrei sono persone come noi», confida Chaouki. Pare una banalità ma non è poco, stando ai sermoni di alcune moschee.

Per leggere questo islam italiano con termini a noi familiari potremmo dire che nella ragazze velate ha l´intensità, talvolta un po´ settaria, di Comunione e liberazione, e nelle idee, per esempio nella diffidenza verso il capitalismo, qualcosa a che spartire con la teologia della liberazione. Non sappiamo se riuscirà a diventare quel "nuovo umanesimo" centrato sui diritti umani che Kabalebbji promette. Ma certamente è un islam diverso dalla fede dei padri, soprattutto se di tradizione araba.

Lo è innanzitutto nella curiosità per l´esterno. Nel desiderio di sentirsi parte d´una società europea. Nell´insofferenza verso chi, binladista o anti-islamico, vuole immaginare in ogni musulmano un devoto alla "guerra santa" contro gli occidentali. E nella volontà di alzare la testa. Racconta Iman che quando An propose di chiudere la moschea di Carrara, alla manifestazione di protesta parteciparono lei e altri due musulmani: gli altri tutti a casa, perché temevano di esporsi e si sentivano comunque stranieri. Quest´islam poco più che adolescente non ha paura, non si ritiene straniero, e comincia a capire che la democrazia gli offre gli strumenti per opporsi all´arbitrio.

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