Da Il Messaggero del 14/04/2004

«I lavoratori? Riconvertiamoli»

di Oliviero La Stella

COME un computer, oggi il lavoratore diventa rapidamente “obsoleto”. E per non restare disoccupato deve aggiornare il proprio “software”. Riconvertirsi.

Quello della “riconversione dei saperi” è un grande tema con il quale l’Europa si misura ma che l’Italia sostanzialmente ignora. Nei giorni scorsi il primo segretario dei socialisti francesi, François Hollande, ne ha sottolineato l’importanza strategica sotto il profilo sociale ed economico. Intervistato da Le Monde all'indomani del travolgente successo nelle elezioni regionali, interrogato su quella che potrebbe essere una piattaforma per le politiche del 2007, Hollande ha dichiarato centrale l’obiettivo del pieno impiego; e ha indicato nella formazione professionale il mezzo fondamentale per raggiungerlo. L’importanza di questo strumento già alcuni anni fa è stata messa in luce dall’ex leader della Cgil Bruno Trentin, ora parlamentare europeo. Che oggi ne è più che mai convinto. «Le politiche dei governi e degli imprenditori - spiega - hanno smantellato negli ultimi tempi le garanzie individuali e collettive del lavoratore». Inoltre, aggiunge, «la rapidità dell'innovazione tecnologica ha fatto sì che la stabilità dei rapporti di lavoro di venti, trent'anni fa venisse sostituita da un percorso frantumato in cui le persone si trovano e perdere il posto due o tre volte nel corso della loro vita». Soli di fronte all'impresa e in un mercato del lavoro tempestoso, l'operaio, l'impiegato, il tecnico ma anche il dirigente sono costretti per non affogare a ricorrere ai propri mezzi, alle proprie capacità. Per trovare un nuovo impiego, è fondamentale per loro poter contare non soltanto su una buona formazione di base, ma anche sulla possibilità di aggiornarsi. «In un mercato del lavoro caratterizzato dalla flessibilità e dalla precarietà - aggiunge l’eurodeputato ds - è necessario che la formazione sia permanente: uno strumento che accompagni l'intero arco della vita lavorativa, a disposizione di tutti: i giovani, le donne, gli adulti e anche i lavoratori anziani che intendano proseguire la loro attività».

A livello europeo, prosegue Trentin, questa esigenza è riconosciuta già da tempo: «E’ stata ribadita nel summit di Lisbona del 2000, che ha attribuito alla formazione permanente (insieme con altri interventi, come lo sviluppo della ricerca scientifica) una funzione essenziale nelle strategie finalizzate al recupero di competitività dell'economia europea». L’Italia è molto indietro: «In Europa siamo ai primi posti per quanto riguarda l'evasione scolastica e agli ultimi nella formazione professionale». E siamo lontanissimi dall’obiettivo del pieno impiego: «Solo il 50 per cento della popolazione è occupata o in cerca di occupazione, contro il 70 per cento della Svezia. E lavora appena il 28 per cento delle persone fra i 55 e i 65 anni di età». Secondo Trentin «avviare al lavoro quel 72 per cento che è fuori del mercato» deve diventare un «obiettivo strategico». Invece di «pensare a tagliare le pensioni» bisognerebbe imboccare la strada opposta: «l’invecchiamento attivo». Il lavoratore anziano che non intendesse ritirarsi in pensione dovrebbe essere sollecitato a restare in attività, attraverso incentivi economici e la possibilità di riqualificarsi. E magari anche l'opportunità di scegliere un rapporto di lavoro più adatto alla sua età, come il part-time. E' quella che viene chiamata la "flex security", e cioè la flessibilità con sicurezza. «Ma qui da noi - afferma Trentin - prevale purtroppo un altro concetto di flessibilità, che ha come obiettivi esclusivi l'abbattimento del costo del lavoro e la possibilità di governare meglio la manodopera».

La Francia, spiega l'europarlamentare, da quindici anni ha adottato un sistema di finanziamento della cosiddetta formazione "in alternanza" (ossia fra un periodo di attività e l'altro) che prevede la costituzione di fondi aziendali ai quali contribuisce lo Stato; la gestione è affidata alle imprese, con il controllo dello Stato e dei sindacati. «In Italia una decina di anni fa sono stati introdotti i contratti di formazione-lavoro: ma, come sappiamo, sono sostanzialmente contratti a sotto salario, nell'ambito dei quali non viene svolta alcuna attività formativa e sui quali non viene esercitato alcun controllo. Prevale la ricerca di un profitto immediato: disporre di giovani lavoratori a basso costo. E pertanto l'imprenditore non ha alcun interesse a investire in formazione su un ragazzo che dopo sei mesi se ne andrà». Per il nostro Paese, Trentin suggerisce un sistema simile a quello della Svezia, dove la formazione è finanziata non solo dalle imprese e dallo Stato ma anche dai lavoratori, i quali si creano così una sorta di "assicurazione sulla mobilità". «Ovviamente - aggiunge - sarebbe indispensabile disincentivare le aziende a licenziare i dipendenti oltre una certa soglia di età: attraverso sgravi fiscali si tratterebbe di rendere più conveniente l'impiego di lavoratori anziani».

Come si è detto, si tratta di argomenti con i quali la politica italiana non ha grande dimestichezza. Conferma Trentin: «Il tema della formazione permanente era nel primo programma di Prodi, ma poi non ha avuto nessuno sbocco concreto. Ora è stato posto di nuovo al centro del dibattito fra le forze dell'Ulivo...». Tuttavia, avverte, le leggi non bastano: «La “riconversione dei saperi” deve diventare una cultura diffusa: non solo nelle forze politiche ma anche nell'impresa e fra i lavoratori. Ed occorre mettere in moto un vasto processo che investa non soltanto la politica economica e l'attività legislativa, ma anche la scuola e l'università. In caso contrario, l'Italia rischia di perdere la sfida della competitività. E di creare una spaccatura drammatica fra chi è in possesso di certi strumenti di conoscenza e chi no».

Conclude Trentin: «La diseguaglianza nel sapere è molto più grave di quella nel reddito: perché è senza scampo».

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