Da El Pais del 12/05/2004

Assad: "Da Bush non accetto nessuna lezione di democrazia"

L´autodifesa del presidente che accusa gli americani di avere una strategia coloniale
"Chi parla tanto di riforme non ha esitato nel passato ad appoggiare dittatori"

di Jesus Ceberio, Angeles Espinosa

DAMASCO - L´Iraq ad est, Israele ad ovest. Il Paese che Bashar el Assad ha ereditato quattro anni fa da suo padre, Hafez el Asad, si trova a un crocevia geostrategico - e per governarlo occorre un talento da prestigiatore politico. Il presidente siriano non minimizza le difficoltà. «Le lezioni da imparare sono molte», riconosce con flemma. Oftalmologo, 38 anni, di educazione britannica e di modi squisiti, ha smentito finora le obiezioni degli scettici che non lo credevano all´altezza del compito, riuscendo a schivare gli ostacoli e a fronteggiare da un lato la minaccia dell´estremismo islamista, e dall´altro le pressioni degli Stati Uniti.

Un anno fa gli Stati Uniti avevano completato l´invasione dell´Iraq, e si diceva che le operazioni avrebbero potuto estendersi alla Siria e all´Iran. Esisteva davvero questo rischio?
«Non c´erano indizi in questo senso. Ma la cosa più grave è che si è creato un pericoloso precedente, recuperando lo strumento dell´invasione e dell´occupazione secondo il modello coloniale del secolo scorso. Dato che siamo un piccolo paese, questo ci preoccupa».

Quali sono al momento i vostri rapporti con gli Stati Uniti?
«Nell´Amministrazione americana esistono varie correnti. Una di esse vorrebbe cooperare con la Siria attraverso il dialogo su una base di reciprocità, mentre un´altra non vuole questo contatto, tende a esercitare pressioni e forse punta alla guerra. Ma d´altra parte esiste un dialogo tra istituzioni siriane e statunitensi, soprattutto in tema di lotta al terrorismo. Questa è una mia visione dei rapporti attuali. Se fate la stessa domanda ad altri, avranno forse prospettive diverse; qualcuno vi dirà che i rapporti sono negativi. Di fatto, sono fluttuanti».

Per quali aspetti l´occupazione dell´Iraq si ripercuote sui Paesi vicini, e in particolare sulla Siria?
«Per tutti gli aspetti. In primo luogo sul piano morale. Siamo tutti contrari all´occupazione. In secondo luogo noi malgrado le nostre differenze su vari problemi, abbiamo sempre guardato agli Stati Uniti come a un punto di riferimento per la stabilità. Ora, per la prima volta gli Stati Uniti si sono trasformati, al contrario, in una fonte di instabilità. C´è poi l´aspetto economico. Gli investitori fuggono dalle guerre e dalle situazioni instabili; e quindi gli investimenti sono diminuiti. Vediamo ora gli effetti sul piano della sicurezza. In Iraq regna il caos, la situazione è fuori controllo, il contrabbando d´armi verso la Siria cresce, aumenta l´estremismo e l´odio verso gli Usa, un odio che prima non esisteva».

Crede che alla fine di questo processo l´Iraq salverà la propria integrità territoriale?
«Questa è una priorità per l´Iraq, per la Siria, per tutti i Paesi vicini, e a mio parere anche per tutti gli altri Paesi del mondo, perché il mancato rispetto dell´integrità territoriale dell´Iraq creerebbe un precedente che potrebbe scatenare una reazione a catena fino all´Asia centrale, all´Europa e al resto del mondo. Le possibilità sono due. Iniziamo dal lato positivo. Al pari di altre nazioni, temevamo che l´occupazione potesse portare alle peggiori conseguenze; ma benché siano rimasti senza uno Stato, gli iracheni hanno dato prova di una certa unità. Per mantenersi unito, un popolo ha bisogno di uno Stato; in sua assenza subentrano i capi tribali, e i loro conflitti portano alla disintegrazione del Paese».

In che modo l´Europa potrebbe favorire l´uscita da questo pantano in cui sembrano sprofondare i rapporti tra il mondo arabo e gli Stati Uniti?
«Occorre che l´Europa assuma una posizione unica. Certo, nelle idee come nelle impostazioni esistono sempre differenze tra Stati. Ma sembra illogico che a un dato momento vi sia stata una posizione comune tra Stati Uniti, Regno Unito e Spagna, in contrasto con il resto dell´Europa. Comunque, oggi la situazione è cambiata. Secondo: la stessa amministrazione Usa dovrebbe avere una posizione unitaria sui problemi del Medio Oriente. Terzo: l´Europa dovrebbe convincere gli Stati Uniti dell´importanza del loro ruolo nella regione. Quarto: occorrerebbe convincere alcune nazioni europee che l´Europa può agire in funzione degli Stati Uniti, e non contro di essi. Allora potremmo dire agli arabi che l´Europa ha la capacità di svolgere un ruolo efficace su molti problemi, ma prima è necessario un dialogo vero Europa-Usa».

Cosa pensa del piano americano sul Medio Oriente, presentato dagli Usa come un piano di democratizzazione degli Stati arabi?
«Quando decide di fare qualche acquisto, lei si affida alla pubblicità? Ciò che conta, direi, è la credibilità del prodotto. Il modello di questa democrazia sarebbe quello di Abu Ghraib? E dovremmo vedere alla fine tutti i nostri territori trasformati in grandi prigioni? Nella loro storia recente, proprio i Paesi che parlano tanto di democratizzazione e di riforme non hanno esitato, quand´era nel loro interesse, a dare il loro appoggio a governi dittatoriali. E non c´è il rischio che questa democrazia ignori i problemi della Palestina e del Golan? Che mantenga sotto occupazione parte dei nostri territori? E questi sono solo alcuni dei problemi che denotano la scarsa credibilità di quel progetto; e peraltro temiamo che sia soprattutto un elemento della campagna elettorale Usa. Nessuno, in questa regione, lo prende sul serio».

Lei ha sempre affermato di essere disposto a negoziare con Israele. A quali condizioni?
«La Siria non pone condizioni. Ma con Israele non si tratta di un dialogo, bensì di negoziati; i quali hanno una struttura e un obiettivo chiaro: la pace. I parametri consistono in primo luogo nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e negli auspici degli Stati Uniti. Così è decollato, nel 1991, il processo di pace di Madrid. Altrimenti, su che cosa potremmo negoziare? Fuori da questa linea, è preferibile non avviare alcun negoziato. Il governo Sharon è una minaccia reale, perché si fonda sull´assassinio, sulla guerra e sull´estremismo. La semplice esistenza di quel governo rappresenta una minaccia diretta per la Siria».

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