Da Il Manifesto del 30/06/2004

La corte e il sovrano

di Ida Dominijanni

«Lo stato di guerra non è un assegno in bianco per il Presidente». La Corte suprema americana non poteva trovare parole più efficaci per conferire valore di monito politico alla sentenza con cui, in un colpo solo, riconosce il diritto dei detenuti di Guantanamo e degli altri «enemy combatants» di ricorrere alle corti ordinarie per reclamare il rispetto dell'habeas corpus, ripristina la «rule of law» e il principio di uguaglianza di fronte alla legge, attacca la sovranità illimitata di cui George W. Bush si è nominato titolare l'11 settembre 2001. Osserva il New York Times di ieri che la sentenza è scritta in un linguaggio appassionato, segno di come i suoi estensori fossero consapevoli della partita storica che stavano giocando fra il potere giudiziario e il potere politico. Ne hanno più di una ragione. Dopo l'11 settembre, la storia si è messa a girare dalla parte della forza contro il diritto, ripristinando la prassi di una sovranità assoluta, sciolta da ogni vincolo di legge, che il costituzionalismo novecentesco aveva cancellato dalla faccia delle democrazie occidentali. Sentenze come questa, riconfermando il valore dei principi costituzionali e la soggezione alla legge del potere politico, servono a farla tornare a girare dalla parte giusta. «Sovrano è chi decide dello stato d'eccezione», recita un noto adagio schmittiano sempre pronto a soccorrere i deliri di onnipotenza dei capi improvvisati. Bush il giovane, già marchiato dall'illegalità nella sua conquista della Casa bianca, non esitò a farlo proprio all'indomani del crollo delle Torri, inaugurando il suo personale stato d'eccezione in sole tre mosse: la risoluzione del Congresso del 14 settembre 2001, il Patriot Act del 26 ottobre, il Military Order del 13 novembre. Poteri eccezionali di arresto e controllo dei «sospetti terroristi», sospensione delle garanzie processuali, «detenzione infinita» dei prigionieri di Guantanamo sono stati i cardini dell'attacco ai diritti all'interno della democrazia americana, perfetto pendant dell'attacco al diritto internazionale mosso con la guerra preventiva.

Da allora non solo l'America ma il mondo vive nello stato d'eccezione. E da allora il «modello Guantanamo» ha condensato in sé più che la banalità del male, poi ripetuta a Abu Ghraib, del trattamento subumano dei prigionieri politici. In quelle gabbie abitate da prigionieri in tuta arancione, detenuti «infinitamente» senza motivazione circostanziata e senza prove, sottoposti a tribunali speciali dell'esecutivo, sottratti alla giustizia ordinaria e alle sue garanzie, c'è di più. C'è la creazione di uno spazio in cui il diritto è sospeso, e il potere di vita e di morte sta nelle mani dei funzionari di governo. Detenzione infinita, sovranità illimitata: l'una e l'altra insieme extra legem.

La sentenza della Corte Suprema, sei giudici a tre, dice che tutto questo deve finire. Che quei prigionieri hanno diritto a un difensore, a un giusto processo, a un giudice terzo, in una corte ordinaria. Ribadisce che esiste l'habeas corpus, e che chiunque ha il diritto di chiedere conto delle ragioni per cui è imprigionato. Smonta la ridicola pretesa di trattare il campo di Guantanamo come un territorio esente dai vincoli della giurisdizione americana. Smonta altresì l'appiglio «revisionista» a un precedente della seconda guerra mondiale nel trattamento dei «nemici combattenti». La Costituzione è più forte di Bush. Il Sovrano non è onnipotente. I diritti fondamentali valgono per tutti, cittadini americani e non, bianchi e coloured, cristiani e islamici.

Non è tutto risolto. La detenzione infinita è sotto accusa, ma il potere di arrestare a piacimento individui sospetti resta in piedi. E nessun avvocato, nessun giudice terzo, nessun giusto processo risarcirà quei prigionieri in tuta arancione dello stato di degradazione in cui sono stati costretti come bestie in gabbia. Per questo non basterà la legge, ci vorrà la politica. La volontà politica, se mai verrà, di elaborare la colpa americana, tornata, come quella europea, a infangare la coscienza occidentale da un campo di concentramento.

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