Da Corriere della Sera del 14/07/2004

Parigi: inventata la violenza antisemita nel treno da parte di sei nordafricani

L’aggredita del metrò: ho mentito

di Massimo Nava

PARIGI - E’ stata arrestata la giovane donna che ha commosso la Francia per aver subito un’aggressione a sfondo antisemita nel metrò di Parigi. Nel pomeriggio di ieri, messa alle strette dagli inquirenti che fin dalle prime ore avevano considerato troppe incongruenze nel suo racconto, ha confessato di essersi inventata tutto.

Dunque non erano maghrebini, non erano africani, non erano immigrati dei ghetti imbevuti di antisemitismo. Erano solo fantasmi, nella mente un po’ confusa di Marie-Leonie L., la giovane madre che sabato scorso ha fatto commuovere e indignare il Paese denunciando di essere stata aggredita nel metrò di Parigi, accusando quattro maghrebini e due africani mai esistiti, facendo vergognare l’opinione pubblica perché nessuno fra i passeggeri aveva tentato di aiutarla, nessuno l’aveva soccorsa e nessuno aveva dato l’allarme. Tutto inventato, con la complicità del fidanzato, Christophe S., un artigiano di 25 anni, che ha assecondato la messinscena, divenuta ancora più credibile e scandalosa per la motivazione ideologica: un gesto antisemita, le svastiche disegnate sul ventre, in segno di sfregio perché la giovane abita nel sedicesimo quartiere di Parigi, il più chic, il più ricco, presumibilmente abitato da ebrei. La giovane aveva dichiarato che i suoi «aggressori» si erano impadroniti del portafoglio e avevano notato l’indirizzo sul documento d’identità. Falso anche quello. Adesso, l’enorme emozione, che la vicenda ha suscitato in un Paese che riflette sui veleni razzisti e antisemiti che lo attraversano, si è tramutata in imbarazzo e rischia la farsa, anche perché non sarebbe la prima volta che un mitomane utilizza l’infernale dialettica razzista per giustificare un atto, accampare diritti, danneggiare una persona o una comunità.

Clamorosa la storia del maghrebino accusato di preparare un attentato terroristico all’aeroporto, solo perché i parenti della ex moglie gli avevano nascosto armi e detonatori nel portabagagli della sua auto. Inquietante la vicenda dell’autista di autobus a Marsiglia che si era inventato aggressioni per cambiare il suo percorso nei quartieri difficili.

Ma nella messinscena della giovane madre parigina c’è anche tutto il senso di colpa di un Paese che, di fronte all’effettiva crescita di fenomeni di xenofobia e antisemitismo, ha creduto doveroso indignarsi e solidarizzare nell’immediato, senza nemmeno preoccuparsi di accertare un episodio apparso confuso fin da subito.

In primo piano, il presidente Chirac, il premier Raffarin e tutte le forze politiche. Oggi cominciano a indignarsi le comunità musulmane, frettolosamente colpevolizzate, con la complicità della stampa, dall’isteria mediatica e politica innescata dalle manie di persecuzione di una giovane. E suscita qualche interrogativo anche l’atteggiamento delle forze dell’ordine che hanno confermato una vicenda prima di una ricostruzione credibile e senza controllare gli stessi precedenti della giovane madre: computer e archivi avrebbero dovuto rivelare che la donna negli ultimi quattro anni aveva denunciato ben sei aggressioni e tentativi di stupro.

Fin dall’inizio il suo racconto era sembrato improbabile. Il sistema di videosorveglianza nelle stazioni non aveva registrato nulla di particolare. Un uomo aveva dichiarato di aver visto la giovane salire nel metrò con i vestiti già strappati e che essa aveva rifiutato l’aiuto. E’ sembrato subito impossibile che nessuno si fosse fatto vivo subito dopo l’«aggressione» e nemmeno nelle giornate successive nonostante gli appelli delle autorità. Amici e conoscenti della «vittima» e persino la madre hanno infine raccontato che la giovane donna era solita inventarsi storie, ruoli e situazioni particolari. Dalle cose più innocenti, come il possesso di auto di lusso o la conoscenza dei protagonisti di Loft Story, ai fatti più drammatici, fino all’aggressione perché «ebrea». Resta invece da chiarire perché il fidanzato, anch’egli arrestato, abbia assecondato la mitomania della sua compagna.

Così, in un mondo che tende sempre più al virtuale, diventano virtuali l’aggressione, ma non la condanna dell’aggressione, la vigliaccheria e l’indifferenza della gente, ma non il senso di colpa della Francia e la criminalizzazione delle comunità maghrebine e d’immigrati. Forse persino l’antisemitismo dovrà essere messo in dubbio prima di essere condannato. Purtroppo, non solo in Francia, antisemitismo, razzismo, offese alla donna e criminalità comune continuano a esistere. Il rischio è che siano ingigantiti da pregiudizi, da riflessi condizionati da stereotipi ideologici, anziché essere combattuti dove e quando si manifestano davvero. Si consola il premier Raffarin: «L’emozione è stata autentica». Come al cinema.

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