Da Il Messaggero del 25/09/2004

Come accadde in Vietnam, il governo Usa non riesce a pilotare giornali e tv verso il sostegno patriottico

Il nuovo nemico: il terrorismo mediatico

Bush in difficoltà: si parla troppo di violenza in Iraq e poco della ricostruzione

di Anna Guaita

NEW YORK - Sempre più come il Vietnam. Con tutta la sua superpotenza militare, il governo Usa si trova di nuovo impantanato in una guerra capillare, combattuta contro un esercito popolare, feroce e deciso. E se questa realtà appare sempre più chiara e inequivocabile, si deve al fatto che lo sforzo del governo di controllare i media, e di pilotarli verso il sostegno patriottico, non funziona più: un numero crescente di mezzi di informazione racconta che l'imperatore è nudo, e che in Iraq «ogni giorno c'è un bagno di sangue».

Tra quello che dice il presidente Bush e quello che le tv e i quotidiani Usa raccontano c'è una differenza marcata. Il presidente, e così il primo ministro iracheno Allawi, nonché il segretario della Difesa Donald Rusmfeld accusano i media di presentare solo l'aspetto violento e caotico dell'Iraq, e non i numerosi esempi di ricostruzione e ripresa della vita civile. A loro ha risposto indirettamente l'inviato del Washington Post , Rajiv Chandrasekaran, in un chat via Internet con i suoi lettori, in cui raccontava che non poteva più spostarsi per motivi di sicurezza: «Le strade sono troppo pericolose - ha scritto asciutto l'inviato -. Il rischio di essere rapiti è troppo grande». Come dire: se qualcosa di buono sta succedendo in Iraq, è chiaramente sommerso da quello che vi sta succedendo di molto cattivo.

Nei primi mesi dell'estate, la stampa americana è stata colta impreparata dal peggioramento della situazione. Nel corso dei mesi primaverili un po' tutti si erano fatti convincere dalla teoria che una volta compiuto il passaggio dei poteri al governo provvisorio, nel paese le cose si sarebbero tranquillizzate. L'Amministrazione aveva tanto martellato su questo punto, che quasi ci avevano creduto anche i suoi oppositori politici, i democratici. I media poi temevano di apparire poco patriotttici a esprimere troppi dubbi, proprio come avevano temuto di apparire poco patriottici a esprimere dubbi prima dell'invasione dell'Iraq, nel 2002, quando Bush sosteneva che Saddam Hussein aveva le armi di distruzione di massa.

Così i primi mesi della "seconda guerra", come oramai molti chiamano questa nuova sanguinosa fase della missione in Iraq, sono stati coperti poco e male. Moltissimi dei giornalisti inviati in Iraq erano stati richiamati in patria. Le pagine che parlavano della situazione irachena sui grandi giornali sono diminuite di un terzo, mentre i network televisivi riuscivano a mala pena a raccontare i fatti, con i loro ranghi ridotti. E' stato un periodo in cui molti americani hanno cercato le informazioni nei telegiornali della Bbc, trasmessi in Usa via cavo come la Cnn, o nei siti Internet. Si era tornati cioè a una situazione simile a quella vissuta nei mesi della furia patriottarda nell'inverno 2002-2003. Ma pian pianino, c'è stato un risveglio. Ha cominciato il Washington Post , che ha fatto un'autocritica su come aveva coperto la vicenda irachena, seguito poi dal New York Times . Con poche eccezioni - come il canale tv Fox, le cui posizioni filogovernative sono note, - i network e i giornali hanno ripreso a coprire l'Iraq con rinnovato senso critico e preoccupazione.

Certo, resta il fatto che i giornalisti americani ora sono diventati un bersaglio dei ribelli, e il loro lavoro ne risulta gravemente danneggiato. C'è una gran voglia di raccontare, ma è fisicamente quasi impossibile. «I nostri inviati sono ridotti a fare i loro reportage dai tetti degli alberghi - si lamenta Robert Zelnick, professore di giornalismo alla Boston University, ex inviato della Abc -. E questo è ovviamente un servizio non adeguato».

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