Da Punto Informatico del 11/10/2004
Originale su http://punto-informatico.it/p.asp?i=49959

L'Italia ha oscurato Indymedia?

Questo quanto sostenuto dalle (scarne) dichiarazioni dell'FBI. Insorgono i verdi ma l'indignazione per l'oscuramento dei siti è generale. C'è chi ripubblica online le foto sospette. Da Bologna: forse siamo stati noi

IL SEQUESTRO

Roma - Reazioni forti, fortissime, quelle che dentro e fuori dalla rete hanno accompagnato in questi giorni il susseguirsi delle notizie attorno ad un sequestro che ha portato, nei fatti, all'oscuramento di una ventina di siti internazionali del network dell'informazione indipendente Indymedia. Un atto che la stessa Indymedia considera "intimidatorio".

Le prime avvisaglie che stava accadendo qualcosa sono arrivate in Italia lo scorso giovedì notte, notizie confermate nelle ore successive: l'FBI ha sequestrato negli uffici britannici del provider americano Rackspace su cui si appoggia Indymedia, due server o i loro hard disk, 300 gigabyte di materiale Indymedia.

Stando a quanto dichiarato dalla stessa FBI dopo le pressioni di parlamentari, giornalisti e mediattivisti italiani e americani, ed è una tesi che ben si integra con nota striminzita di Rackspace, il sequestro sarebbe avvenuto su richiesta delle autorità italiane e svizzere. Il provider - che è tenuto dalla legge a non fornire dettagli su quanto accaduto - aveva avvertito di aver dovuto ottemperare in ossequio agli accordi multilaterali di collaborazione su alcuni fronti tra le diverse polizie, a cui aderiscono anche Italia ed USA. Sul ruolo effettivamente svolto dall'FBI nella vicenda, sebbene un suo portavoce continui a parlare di "un'operazione che non è dell'FBI", sono in molti in Italia a nutrire ancora forti dubbi. Paolo Serventi Longhi del sindacato dei giornalisti italiani, parlando di misteriose manovre statunitensi, ha pubblicamente chiesto al ministro delle Comunicazioni italiano come sia possibile "che i siti Indymedia nel nostro Paese possano essere così facilmente oscurati".

Ma se il Governo italiano, chiamato a rispondere in Parlamento dai Verdi, ancora non ha raccontato la propria versione dei fatti, sono in molti a chiedersi perché mai le autorità italiane avrebbero richiesto l'esecuzione di una misura così drastica ai danni di Indymedia. Fin qui ha parlato solo il ministro all'Innovazione Lucio Stanca secondo cui "Internet non è una zona franca per alcun genere di reato. Internet è un grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato".

Su quanto accaduto le ipotesi sono moltissime e le formulano anche quelli di Indymedia ricordando i casi di censura a cui sono stati sottoposti con la preoccupazione dovuta al fatto che sui server sequestrati erano presenti numerosissimi materiali relativi ai fatti del G8 di Genova oggetto peraltro di procedimenti legali tuttora in corso.

Un'ulteriore ipotesi sul sequestro è legata alla possibilità che tutto sia stato scatenato da un'inchiesta sulla pubblicazione di "nomi e facce di poliziotti svizzeri in borghese". Che questo sia il motivo lo credono in molti, come quelli che in queste ore su Usenet stanno chiedendo di ripubblicare quei materiali, cosa che sta puntualmente avvenendo su diversi siti web, come sempre accade quando la rete ritiene di dover reagire ad una ingiusta censura.

Va detto che Indymedia, che da anni pubblica un'informazione scomoda, ricorda anche come "non passa giorno che qualcuno non cerchi di censurare o chiedere comunque la rimozione di articoli o notizie pubblicate sul sito di Indymedia".

Alla confusione sembrerebbero voler porre rimedio proprio i magistrati della procura generale di Ginevra che hanno aperto un'inchiesta sull'intera vicenda. Il procuratore ginevrino Daniel Zappelli ha confermato l'apertura di un'inchiesta sul caso ma si è sottratto a qualsiasi commento su quali siano le ipotesi in campo.

Il capo della procura di Bologna, Enrico di Nola, invece, ha dichiarato nelle scorse ore di non escludere che l'oscuramento di Indymedia "sia stato eseguito in conseguenza della nostra inchiesta": la Procura si occupa infatti di un caso di vilipendio delle istituzioni e della Repubblica per i commenti apparsi su Indymedia all'indomani del sanguinoso attentato di Nassiryah.


ORE CONVULSE

Sia come sia, come ha sottolineato in una nota la storica associazione Peacelink, il sequestro avrebbe potuto essere condotto in ben altra maniera, ad esempio copiando i dati di interesse anziché rendere inservibili dei server sui quali, oltre ai servizi web, erano evidentemente attivi altri servizi, come la posta elettronica. A rischio dunque, per ragioni ancora tutte da capire, anche il diritto alla privacy oltre al diritto all'informazione.

Mentre scriviamo, sulla home page di Indymedia Italia, si avverte che il sito, come tanti suoi omologhi in giro per il mondo, è online in versione minimale su una macchina di riserva. Proprio Indymedia in queste ore difficili tiene a sottolineare che sugli hard disk sequestrati non sono presenti i log degli accessi: il network dell'informazione indipendente infatti non tiene traccia degli accessi ai propri siti.

In queste ore ovviamente gli operatori e i legali di Indymedia sono in contatto continuo per cercare di ricostruire gli avvenimenti oltreché riportare al più presto il network internazionale alla sua normalità. A sostenere Indymedia in queste ore ci sono numerosissime dichiarazioni di solidarietà che piovono da dentro e fuori dalla rete e iniziative come il banner messo su da Radio Onda Rossa sul proprio sito.

Intanto la Federazione internazionale dei giornalisti ha chiesto l'apertura di un'indagine approfondita sull'iniziativa delle autorità americane. E ha definito il sequestro "un'intollerabile e invasiva operazione internazionale di polizia contro una rete specializzata nel giornalismo indipendente. Il modo in cui si è agito ha il sapore più dell'intimidazione contro una legittima inchiesta giornalistica che non della repressione di un crimine".

Per la cronaca, il caso Indymedia sta dividendo i politici italiani. Da destra Mario Landolfi (portavoce di Alleanza Nazionale) ha fatto sapere di ritenere l'oscuramento "cosa buona e giusta: non si trattava di controinformazione, ma di un sito che sputava fango e veleno, pieno di oscenità". Da sinistra, invece, Paolo Cento (Verdi) ha chiesto che il Governo riferisca al Parlamento sui fatti. "Ancora più inquietante - ha dichiarato Cento - è il fatto che in seguito all' azione repressiva contro Indymedia sembrano essere andati dispersi numerosi documenti e immagini audiovisive relativi al G8 di Genova, oltre che ad altri vertici internazionali come quello di Evian".

Un altro esponente dei Verdi, Mauro Bulgarelli, ha insistito sul fatto che "occorre anche sapere che ruolo il nostro governo ha giocato in questa aggressione, se esistono inchieste della magistratura o se l'iniziativa rientri nella politica di subalternità dello stato italiano nei confronti degli Stati uniti". Una domanda che in queste ore si pongono per il Regno Unito anche alcuni inglesi, visto che gli hard disk erano nella filiale britannica di Rackspace.

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