Da La Repubblica del 14/10/2004

Il realismo ha sconfitto l´ideologia. Tre anni persi su un falso problema

La riforma in concreto interessava pochissime persone

di Luciano Gallino

Trapela dal direttivo della Confindustria, riunito per preparare l´audizione sul disegno di legge delega 848 bis in materia di occupazione e mercato del lavoro, che un accantonamento delle modifiche all´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, previste dal ddl, non la troverebbe contraria. Pare che Cisl e Uil, firmatarie nel luglio 2002 d´un protocollo trilaterale con il governo e le associazioni imprenditoriali che recepiva integralmente (in allegato) tali modifiche, non solleverebbero obiezioni.

Proviamo allora a riepilogare. Nel novembre 2001 il governo presentava al Parlamento una proposta di delega sul mercato del lavoro, accompagnata da una dettagliata relazione. L´articolo 10 della proposta conteneva la delega al governo per introdurre "in via sperimentale" una modifica dell´art. 18 della legge 300 del 1970, il suddetto Statuto. Essa consisteva nella sostituzione di un risarcimento monetario all´obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente licenziato senza giusta causa. Tale modifica era stata fortemente richiesta della Confindustria, secondo la quale l´art. 18 costituiva un freno allo sviluppo del paese, perché impediva alle imprese di superare il limite dei 15 dipendenti, oltre il quale si applica lo Statuto. A Cisl e Uil era sembrato un pedaggio inevitabile da pagare, firmando il protocollo detto anche "Patto per l´Italia", alle esigenze di flessibilità del lavoro imposte dalla globalizzazione. Restava decisamente contraria la Cgil e, si sarebbe detto dalle vastissime manifestazioni che si svolsero sino alla primavera del 2003, anche una larga parte dei lavoratori.

A fronte del clamore suscitato, pure al di fuori degli ambienti sindacali e in una parte rilevante dell´opposizione, da tale attacco a un elemento centrale dello Statuto dei Lavoratori, l´articolo così congegnato veniva stralciato dal governo da quella che sarebbe diventata la legge 30 del febbraio 2003, e i suoi contenuti riversati nell´art. 3 di un nuovo disegno di legge, appunto il numero 848-bis, tuttora in attesa di approvazione. Se ora la Confindustria confermerà che il suo interesse per la questione è ormai scemato, e lo stesso faranno Cisl e Uil, le modifiche all´art. 18 saranno molto probabilmente stralciate anche dall´848-bis. Forse per essere definitivamente accantonate, oppure per confluire in un 848 tris o quater.

Ove si ponga mente alle energie spese da una parte per modificare l´art. 18 - in realtà per avviarne la soppressione - dall´altra per difenderlo; alle assemblee e ai cortei che hanno complessivamente visto la partecipazione di milioni di persone; alle tormentose vicende del referendum indetto per mettere in salvo l´art. 18, andato fallito per mancanza del quorum, ma al quale votarono "sì" dieci milioni e mezzo di cittadini, e al fiume di articoli tra il veemente e il dotto pubblicati sul tema, si resta stralunati dinanzi al costo sociale e umano che l´intera vicenda ha accollato al paese. Per arrivare a concludere, tre anni dopo, che l´art. 18 non è poi così importante, e che se qualcuno insiste proprio per tenerlo in vita non è il caso di prendersela.

Sarebbe però un errore mettere da parte la questione solo con il rimpianto per il tempo perduto in un conflitto attorno ad aspetti marginali del lavoro e dell´impresa, una quisquilia rispetto ai grandi temi dello sviluppo e delle riforme. In primo luogo perché essa ha dimostrato che la realtà è più forte dell´ideologia, perfino di quella d´un governo di destra che al di fuori del suo cerchio di gesso, del suo privato "gioco del mondo", non sembra scorgere nessun elemento tangibile. La realtà dice che le imprese sapevano e sanno benissimo che cosa bisogna fare per diventare più grandi, e che non è la presenza dell´art. 18 a impedirglielo, così come non sarebbe la sua soppressione a facilitarle a tal fine. Diversamente dai suoi precedenti organi di governo, la Confindustria attuale sembra essersene resa conto, e aver quindi deciso di riporre nell´armadio degli oggetti dismessi la bandiera che tre anni addietro fu levata animosamente per sconfiggere lo Statuto dei Lavoratori.

Ma un motivo forse più valido per non rimpiangere il tempo così perduto è la dimostrazione che a volte difendere i principi paga. Nel supponente tribunale della razionalità economica la difesa dell´art. 18 aveva tutto contro. Interessava in concreto pochissime persone. Era etichettato come un reperto polveroso della storia delle relazioni industriali. Perfino quelli che si impuntavano a suo favore stentavano a trovare buone ragioni per farlo. Pare che oggi almeno una l´abbiano trovata. L´art. 18 non è nulla più di un tassello di quel variegato mosaico che faticosamente cerca di rappresentare la dignità delle persone, sul lavoro e fuori. Ma se fosse andato perso, l´intero mosaico avrebbe cominciato a scolorire.

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