Da Corriere della Sera del 21/10/2004

Siracusa, la battaglia del proprietario: sconvolto dall’assenza di controlli

«Pizzo, 3 incendi ma non pago»

Rogo nel pub-simbolo dell’antiracket: «Abbandonato dallo Stato»

di Felice Cavallaro

SIRACUSA - Non era solo il ritrovo che fa tendenza fra le volute barocche di Ortigia. E non solo il locale in voga per gli happy hours che piacciono ai giovani. Perché l’Irish pub con una terrazza sul mare di Siracusa rappresentava ormai il simbolo del riscatto antimafia contro i «signori del racket». Mentre adesso ne appare l’allegoria rovesciata fra mura, travi e tavoli bruciati, nel disastro di un incendio appiccato alle tre del mattino.

Il terzo attentato in due anni. Perché il proprietario, Bruno Piazzese, un trentanovenne dalla faccia perbene, ha detto no alle estorsioni. Uno che non paga il «pizzo». E ha ricominciato per due volte, diventando anche il coordinatore delle associazioni antiracket della provincia. Con il suo coraggio, con l’aiuto dello Stato e con l’assicurazione che l’avrebbero sorvegliato a vista quel suo gioiello ricostruito fra paura e speranza.

Ma l’altra notte, dopo la chiusura, nessuno sorvegliava. Ed è questo che manda in bestia Piazzese, pronto un mese fa a registrare lo spot contro le estorsioni per convincere i suoi colleghi a non pagare. Uno spot mandato in onda dalle Tv locali in Sicilia.
«Un messaggio seguito adesso da questo macabro contro-spot della mafia», come si danna parlando per telefono con Tano Grasso, altra carismatica figura di questa battaglia spesso messa a punto con assemblee e conferenze stampa proprio all’Irish pub.

Una battaglia che si rischia di perdere?
«E’ lo Stato qui a perdere la faccia. Sono sconvolto dall’assenza di controlli. E dallo scaricabarile al quale sto assistendo».

Il questore assicura che saranno «centuplicati i controlli»...
«Io m’ero convinto che il locale fosse davvero sorvegliato dalle forze di polizia. E invece alle quattro del mattino, davanti al pub devastato, non si riusciva a capire nemmeno a chi era stato affidato il controllo. Ho fatto mille domande prima di scoprire che la sorveglianza consisteva in una "vigilanza saltuaria" assegnata a Carabinieri e Guardia di Finanza».

La mafia ha approfittato dei «buchi»?
«Buchi? Crateri enormi. Chiamo la Finanza e mi dicono che loro avevano il "fine servizio" all’una di notte. E dopo? Nessuno». Possibile?
«Un’ora dopo l’attentato, è arrivato un carabiniere trafelato da un paese vicino, da Floridia, dieci chilometri da Siracusa. Un racconto allucinante. Ha detto che il servizio era stato assegnato a loro. Ma la pattuglia era impegnata in paesi lontani. E la vigilanza al pub sarebbe quindi passata 'automaticamente' alla polizia. La verità è che la mafia ha avuto strada libera per ore. Ho continuato ad espormi perché io a questa battaglia credo veramente. Ma così vogliamo combattere il racket e dare fiducia a cittadini, commercianti, imprenditori?».

Non c’erano telecamere intorno al pub ricostruito con i fondi dello Stato?
«Dopo mille pressioni, due mesi fa ho avuto la visita di 15 persone fra tecnici, esperti e funzionari del Servizio centrale di protezione. Una delegazione in pompa magna. Per rilievi e mille fotografie. Rassicuranti: "Montiamo le telecamere sul tetto, lì di fronte, anche di lato...". Un bel sopralluogo. Seguito dal niente assoluto».

Si dice che dopo il secondo attentato le avevano installate.
«Piazzate e smontate dopo qualche mese. Chiesi perché. E mi risposero: 'Sono in affitto, costano troppo'».

Ha avuto altre richieste, o minacce?
«No. Questo attentato è ormai uno 'spot', un messaggio rivolto agli altri commercianti. La mia vicenda giudiziaria tutto sommato è conclusa: quattro persone sono state arrestate e condannate a 22 anni di carcere per le mie testimonianze. E per questo mi hanno dato la scorta. Ma io vivo nelle blindate, nascosto, con qualche ansia, mentre i condannati li trovo a passeggio».

Già liberi?
«Pena patteggiata e ridotta. Escono dal carcere e li trovo che sfrecciano in moto senza casco davanti al pub. Sì, faccia a faccia. No, loro non abbassano la testa».

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