Da La Repubblica del 02/10/2004

Dove arrivano i confini dell´Europa

Il futuro del paese e il rapporto con l´Occidente

Una realtà al confine fra due culture e due mondii
La modernità e l´Islam, viaggio nella terra dei contrasti

di Lucio Caracciolo

I turchi in Europa? L´immagine evoca in alcuni europei memorie antiche, sovraccariche di paura. «La liberazione di Vienna nel 1683 non sarebbe servita a nulla», ha stabilito nientemeno che il commissario al Mercato interno, Frits Bolkestein. Per il responsabile dell´Agricoltura, l´austriaco Franz Fischler, non v´ha dubbio che la Turchia «sia più orientale che europea». Eppure a nessuno è venuto in mente di richiamare analoghe barriere di civiltà quando abbiamo integrato nell´Unione Europea Cipro (turchi compresi, nelle intenzioni) o i paesi baltici ex sovietici, con i loro russi. Anzi, il nostro presidente del Consiglio ha persino disegnato un futuro europeo per la Russia, spingendo le frontiere comunitarie fino all´Oceano Pacifico e alla Cina.

Il flou attorno ai limiti orientali e meridionali dell´Unione Europea - nessuno pare abbia ancora proposto di allargarla agli Stati Uniti - è sintomatico dell´assenza di un´identità comune. Vi sono tante Europe quanti europei. E per quanto riguarda gli attuali Stati membri dell´Unione, la dissonanza tra le rappresentazioni geopolitiche di Varsavia o di Parigi, di Dublino o di Nicosia, di Roma o di Riga ha conseguenze fin troppo evidenti nel modo in cui ciascun socio sovranamente interpreta le regole del club.

Sotto questo aspetto, un dibattito attorno alla futura adesione della Turchia all´Unione Europea potrebbe risultare benefico. Perché dovrebbe risolversi nel tentativo di definire meglio chi siamo e che cosa vogliamo. Giacché, come insegnava Federico Chabod, l´idea di Europa nasce per contrapposizione. Siamo europei in quanto non siamo asiatici. Ai tempi della Grecia classica il limite dell´Europa era posto sulla costa settentrionale del Mar Nero, lì dove sfocia il Tanais, l´odierno Don. Quanto alla frontiera degli Urali, questa modesta catena montuosa che taglia la pianura sarmatica venne eretta a simbolico limes continentale da Conrad Malte-Brun solo all´inizio dell´Ottocento. Ammesso che abbia senso sotto l´aspetto della geografia fisica, tale partizione, spesso evocata da leader politici («l´Europa dall´Atlantico agli Urali» di de Gaulle), non può trovare applicazione geopolitica a meno di non bisecare la Russia.

Finora però la discussione sulla Turchia non pare coinvolgere molto più delle burocrazie comunitarie, oltre ad eccitare qualche voce turcoscettica se non turcofoba, specialmente in Francia, in Germania e in Austria. I costi dell´operazione e i deficit turchi nella protezione di alcuni diritti civili sono certo aspetti fondamentali del problema. Restano però tabù, o quasi, le questioni davvero decisive. Che sono tre: la demografia, il potere dei militari e, tabù dei tabù, l´islam.

I turchi sono più di 70 milioni e crescono a un ritmo molto superiore a quello dei principali popoli europei. Risultato: entro pochi decenni la Turchia sarà lo Stato più popoloso d´Europa, superando anche la Germania (i suoi abitanti sono oggi 82 milioni, con tendenza allo stallo se non al declino). Poiché il fattore demografico è essenziale nella distribuzione comunitaria del potere, in seno al Consiglio europeo e, per quel che vale, nel Parlamento europeo, Ankara assurgerebbe a superpotenza.

E´ inoltre un segreto di Pulcinella che i vertici militari turchi dispongono di una quota di potere forse non determinante come qualche anno fa, ma tuttora imprescindibile quando sono in gioco le grandi opzioni strategiche. In nessun altro paese dell´Unione il capo delle Forze armate dispone di un simile status. Ciò che non ha mai troppo infastidito i leader occidentali, tanto che la Turchia è una delle colonne portanti della Nato. Infatti i vertici militari sono considerati da americani ed europei la garanzia di ultima istanza contro la temuta deriva islamista della Turchia.

L´islam è la religione di quasi tutti i turchi. Naturalmente non è e non può essere un criterio preso esplicitamente in considerazione dai nostri eurocrati nella decisione sull´ammissibilità o meno di Ankara nell´Unione. Ma resta il punto di discrimine che orienta, talvolta inconsciamente, l´opinione di molti europei sull´opportunità o meno di aprire alla Turchia la strada della piena integrazione nell´Ue. Lo dimostrano, fra l´altro, le dichiarazioni dei due commissari europei sopra citati. I quali dicono quello che diversi altri pensano, anche in seno all´esecutivo di Bruxelles.

E´ probabile che alla fine di quest´anno prima la Commissione e poi i leader dei 25 daranno un sì condizionato (quanto condizionato?) all´avvio dei negoziati per l´adesione della Turchia all´Unione. Si avvierà così un percorso accidentato. Mentre finora per gli aspiranti soci europei l´apertura formale del negoziato era di fatto garanzia della futura adesione, stavolta l´esito non è predeterminato. Anche perché i tempi saranno comunque lunghi. Al più presto, non fosse che per ragioni finanziarie, la Turchia entrerebbe nel 2015. E non è affatto scontato che a un certo punto non siano i turchi a dire no, esasperati dalle nostre condizioni e dalle nostre ipocrisie.

Se l´aggancio fra Unione Europea e Repubblica di Turchia fallirà, sarà perché i vecchi soci avranno deciso che il club deve restare "cristiano". Avrà vinto lo "spirito di Lepanto". Avranno prevalso i profeti dello "scontro di civiltà" - che ne sarebbero forse le prime vittime. Una scelta legittima, certo. Purché frutto di un confronto e di una decisione democratica, non del ricorso a innominabili stereotipi sul "carattere" di un popolo o di una civiltà. Il rischio più grave è che si arrivi ad escludere la Turchia (o a spingerla a ritirarsi) perché islamica, ma senza avere il coraggio di affermarlo. Avremmo così perso l´ennesima occasione di determinare fini e confini dell´Unione Europea. E avremmo soprattutto offerto ai fondamentalisti - islamici e cristiani - formidabili munizioni per il comune obiettivo strategico: la guerra di religione permanente. Il loro miraggio, la nostra tomba.

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