Da Il Messaggero del 03/11/2004

Per gli hacker nessun segreto: sul voto pende l’incubo “pirati”

di Umberto Rapetto

ROMA - C’è chi lo chiama già “Votergate”. C’è chi con quel nome ci ha girato un film. Dopo le accuse a 16 mm di Michael Moore, piomba sui cittadini statunitensi un incubo elettronico che aumenta la tensione sulle elezioni presidenziali. I sistemi informatici di votazione potrebbero non essere sicuri e qualcuno paventa il rischio di un tampering digitale di portata storica, capace di capovolgere qualunque risultato.

I numeri che accompagnano la sigla introduttiva della pellicola sembrano inesorabili. 2.747 voti per Kerry passati a Gephardt nelle consultazioni californiane di qualche mese fa, 16.022 voti sottratti ad Al Gore nelle elezioni in Florida del 2000, 144.000 voti conteggiati nello Stato dell’Indiana a fronte di 19.000 elettori. Nel mirino (e non solo quello della macchina da presa) la Diebold Election Systems Inc., il cui amministratore delegato è Walden “Wally” O’Dell attivista repubblicano che si dice essersi meritato il titolo di “Bush Campaign Pioneer” per aver raccolto personalmente non meno di 100mila dollari per sostenere George W. e – come tale – difficile da considerare extra partes.

Mentre gli oppositori del Presidente in carica temono l’inquinamento dei risultati delle votazioni, si fa forte la preoccupazione che la soluzione altamente tecnologica del sistema delle elezioni americane possa essere oggettivamente vulnerabile e riservare qualche fastidiosa sorpresa.

Già alla fine dell’anno scorso i pirati informatici hanno utilizzato come bersaglio anche altre realtà imprenditoriali del settore: ne sanno qualcosa, ad esempio, i tecnici di VoteHere che hanno visto dribblate le protezioni installate e che hanno dovuto constatare lo scippo di numerose informazioni riservate custodite sul proprio sistema centrale di elaborazione dati. Se gli esperti di Fbi e del Secret Service hanno impiegato oltre due mesi per trovare il bandolo della matassa, è rimasto il dubbio che il software di quell’azienda potrebbe essere stato manipolato in maniera quasi invisibile ed esser rimasto sensibile ad eventuali interventi illeciti di chi ha operato l’intrusione dall’esterno.

A maggio scorso nel Maryland, dopo un apposito test, si è scoperto che oltre 16mila terminali con tecnologia “touch-screen” potevano essere aggrediti con facilità da qualsiasi hacker di medie capacità.

La stampa specializzata non ha esitato a riportare buchi di altissima pericolosità pure nelle procedure di Hart InterCivic e Sequoia Voting Systems. Ted Selker, professore associato al Media Lab del Massachussets Institute of Technology (Mit) ha ricordato – sulla rivista PC World – che “nel 2000 sono stati persi tra 1 e 3 milioni di voti a causa di problemi di registrazione degli archivi elettronici”.

Non bastasse quanto appena detto per incrementare la suspence dell’esito delle votazioni in corso, è ancora fresco il ricordo dello scandalo tirato fuori dal programma televisivo Newsnight della Bbc: è la storia del messaggio di posta elettronica della “caging-list” di 1.886 elettori tenuti d’occhio da investigatori privati che non ricordano chi sia stato il committente dell’incarico e di un misterioso piano di disturbo delle votazioni nei distretti a forte connotazione afroamericana ed in particolare nell’area di Jacksonville. La mail era destinata al direttore esecutivo della campagna di Bush in Florida e ad altro dirigente repubblicano. Ion Sancho, supervisore delle elezioni in Florida, avrebbe detto di credere che alcuni elettori potrebbero essere stati oggetto di intimidazione. E questo perché quel che il computer non riesce a fare, lo possono ancora fare gli esseri umani.

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