Da La Stampa del 10/11/2004
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/news_high_tech/archivio/0411/digitale...

La rivoluzione della televisione che passa attraverso la convergenza con telefoni e computer

Digitale terrestre 2006, obiettivo impossibile

Costi elevati e scarsi contenuti per attrarre tutti gli italiani entro due anni

di Anna Masera

La televisione digitale terrestre (dtt), al centro dell’attenzione all’ultimo Smau - la fiera high tech - come la grande novità del momento, è già al centro delle polemiche. Un incentivo governativo esaurito e contestato, una copertura del territorio ancora parziale, un numero di canali ridotto rispetto alle promesse, una condanna dell’Antitrust per pubblicità ingannevole, l’attacco da parte delle associazioni dei consumatori: chi ha ragione? Cosa cambia per gli utenti? Conviene o no?

«La televisione è l’unico pezzo dell’universo dell’elettronica di consumo che è rimasto ancora analogico, è ora di accettare il passaggio al digitale, fa parte della modernizzazione del Paese» sostiene Guido Salerno, direttore generale della Fondazione Ugo Bordoni (Fub), istituzione privata che propone agli enti governativi e internazionali strategie di sviluppo nel settore delle comunicazioni. Il problema è che la tv - mezzo di comunicazione di massa per eccellenza - è il pezzo più popolare, dell’elettronica di consumo, e coinvolge anche chi non ne vuole sapere di modernizzarsi. Su oltre 20 milioni di famiglie italiane, tutte possiedono almeno un televisore. Non tutti sono fan della rivoluzione digitale. Molti non sono interessati, ai servizi interattivi online, si accontentano dei canali in chiaro visibili via etere. Perché devono spendere per rinunciare al vecchio tubo catodico?

Gli esperti rispondono che è come il passaggio dalla lira all’euro, dai telefonini Tacs a quelli Gsm, dalle pellicole fotografiche alle foto digitali, dalla musica su vinile a quella su cd: a un certo punto, la televisione analogica non verrà più nemmeno prodotta, figurarsi trasmessa. Questa è la prospettiva in tutto il mondo. Mentre Business Week scrive che «per sopravvivere nell’era di Internet l’industria televisiva deve reinventarsi» e in Europa ci si interroga sulle conseguenze sociali e culturali della futura televisione («quando i palinsesti saranno personalizzati, che cosa ne sarà della tv come terreno condiviso da un intero paese?» si chiedono alla Bbc), in Italia ci si è concentrati ad accelerare i tempi addirittura con una legge che prevede entro poco più di due anni l’abbandono del sistema analogico.

«Sgombriamo il campo da un equivoco» ci tiene a chiarire Salerno. «Il 31 dicembre 2006 non è una data fissata dal governo Berlusconi per salvare Rete 4, che rischiava di finire sul satellite, ma da Vincenzo Vita che ha fatto la legge nel 2001 quando c’era il governo Amato, per renderci all’avanguardia». La conseguenza immediata è stata che Rete 4 in questo modo è rimasta nell’etere e non è stata costretta a trasferirsi sul satellite, ammette Salerno. Ma quello che importa, aggiunge, è che fra due anni non ci sarà più il problema di contenere il numero di reti, perchè sul digitale terrestre ci sarà spazio per tutte. E sarà l’occasione per sviluppare contenuti tv italiani. Se rispettato, l’appuntamento di fine 2006 renderebbe l’Italia leader in Europa, visto che il digitale terrestre negli altri Paesi Ue è previsto con scadenze dilazionate fino al 2015. Ecco perchè il governo ha previsto nella Finanziaria incentivi per convincere i cittadini a comprare i decoder e fornirsi di banda larga.

E’ un fatto che nel grande business della nuova tivù sono coinvolti enormi interessi privati e pubblici. Il mercato tivù in Italia vale sei miliardi di euro, ma convergendo con computer e telefono si moltiplica, se si pensa che solo il mercato della telefonia vale dieci volte tanto. Convergenza significa che con il digitale la tv è collegata al telefono e questo implica il modello di business lucroso di schede prepagate e sms, per accedere ai servizi aggiuntivi. La tv digitale non è solo quella terrestre, ma c’è anche quella satellitare, quella via Internet (banda larga e fibra ottica) e quella via Umts con i nuovi telefonini che consentono di leggere il segnale tv. «Il futuro della tv sarà in unicasting e non più in broadcasting» spiegano a Fastweb: addio allo zapping come unico modo per scegliere i programmi, il telespettatore si farà il proprio palinsesto, su tv fissa o mobile. Per Salvo Mizzi, presidente di My-tv.it «c’è posto per tutte le piattaforme». Quindi tutti in concorrenza con tutti. Non a caso ci ha messo una zampa anche Microsoft, lanciando il suo Windows Media Center, un sistema operativo montato su pc che serve per controllare da tv con un telecomando contenuti di tutti i tipi (programmi tv, foto, video, musica, radio, documenti) e alleandosi in Italia con Telecom per sperimentare l'Iptv (Internet Protocol Television). «Con lo sviluppo del sistema triple play (cioè connessione a banda larga a Internet, telefonia e tv) la televisione sarà davvero interattiva, si potrà creare palinsesto personale» spiega Mike Volpi di Cisco Systems, specializzati nelle infrastrutture di rete. Guarda caso, il software con cui funziona il digitale terrestre è Java di Sun Microsystems, antica rivale di Microsoft.

Ma per l’Autorithy delle comunicazioni, per raggiungere l’80% della popolazione con il digitale terrestre non bastano due anni e l’ultimo 20% - che vive in cima ai monti o in fondo alle valli - richiede tempi più lunghi ancora. Non solo. I contenuti sono scarsi, e appare improbabile che siano sufficientemente sviluppati entro due anni. «Il successo della dtt dipende da quanto saremo in grado di produrre contenuti innovativi» ha dichiarato solo settimana scorsa Enrico Manca, presidente dell'Associazione Input-Contenuti digitale, sorta da pochissimo su iniziativa di Fub e Isimm (Istituto per lo Studio dell'Innovazione nei Media e per la Multimedialità). Anche per questo l'Antitrust ha accolto la denuncia delle associazioni dei consumatori, giudicando ingannevoli gli spot per la promozione della tv digitale terrestre e dei decoder: la tv digitale terrestre è in fase sperimentale, non è fruibile da tutti, non è ancora interattiva e non è gratuita. Tra le lobby che criticano la dtt c’è la Rea, l'associazione delle radiotelevisioni europee che rappresenta anche i produttori di tubi catodici, che fa però una domanda pertinente: anche se la vendita dei decoder ha raggiunto un milione di pezzi nel 2004, come si può prevedere che tutti gli utenti acquistino entro il 31 dicembre 2006 i rimanenti decoder necessari per riconvertire in digitale i televisori esistenti in Italia? Il 31/12/06 è più probabile che si riveli come un appuntamento per accelerare il passaggio. E allora i consumatori hanno tempo, per scegliere il decoder: approfittando anche dell’affinamento tecnologico che andrà di pari passo con l’abbassamento dei prezzi. Le offerte non mancheranno. A nessuno conviene farci rimanere senza tivù.

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