Da La Repubblica del 02/12/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/i/sezioni/politica/rifogiustuno/dubciamp...

Sul tavolo del presidente giÓ in evidenza le "antinomie specifiche" della riforma. Potrebbe finire come con la Gasparri

Tutti i dubbi del Quirinale a rischio la firma di Ciampi

A ottobre il capo dello Stato aveva invitato a "perseverare nel metodo del dialogo". Un paio di settimane per il suo giudizio

di Massimo Giannini

"QUANDO il Parlamento parla, il presidente della Repubblica tace", aveva detto Carlo Azeglio Ciampi due mesi fa, commentando l'ipotesi di un rinvio alle Camere della riforma dell'ordinamento giudiziario. Ieri il Parlamento ha detto la sua. Il pacchetto Castelli è diventato legge. A questo punto, il capo dello Stato non può più tacere. Tocca a lui l'ultimo "verdetto" sulla legittimità costituzionale della riforma. E, al momento attuale, gli elementi che inducono il presidente a non firmarla sembrano prevalere su quelli che invece lo spingerebbero alla promulgazione.

C'è una sorprendente coincidenza tra la vicenda della riforma del sistema giudiziario e la riforma del sistema radiotelevisivo. La legge Gasparri fu approvata in via definitiva dal Senato il 2 dicembre del 2003.

Ciampi si prese 13 giorni esatti, per esaminare il testo e valutarne la congruità con i principi costituzionali e con le sentenze della Consulta. Il 15 dicembre il presidente la rinviò alle Camere, con un messaggio motivato nel quale spiegava i profili specifici di illegittimità della legge: il Sistema integrato delle comunicazioni, i tempi e i modi del passaggio al digitale terrestre, il rischio di una posizione dominante di Mediaset nel mercato pubblicitario. La legge Castelli potrebbe seguire lo stesso percorso. Anche in questo caso, approvata in via definitiva dalla Camera il 1° dicembre. Anche in questo caso, Ciampi dovrebbe prendersi un lasso di tempo di almeno un paio di settimane, per formulare il suo giudizio. Venerdì prossimo partirà per la Cina, e rientrerà una settimana dopo, giovedì 9. Solo a quel punto potrà tuffarsi sulle carte, e dire l'ultima parola su una delle leggi più sofferte e contestate di questa legislatura.

Quelle carte sono sul tavolo del suo studio al Quirinale già da oltre due mesi. A fine settembre, Repubblica aveva anticipato che la "pratica" sull'ordinamento giudiziario era già all'esame del presidente, che l'aveva espressamente richiesta ai suoi uffici. Con un vasto corredo di giudizi e di pareri, per lo più negativi, dei costituzionalisti e del Consiglio superiore della magistratura. Ciampi non aveva espresso opinioni ufficiali, e non aveva preso ovviamente alcuna decisione formale. Ma in lui andava maturando la convinzione che, in assenza di modifiche rilevanti al testo durante il dibattito parlamentare, quella legge non si poteva firmare. Pochi giorni dopo, precisamente l'1 ottobre, di fronte alle solite reazioni stizzite e strumentali del centrodestra, Ciampi aveva rilasciato un'intervista al Corriere della Sera. E aveva confermato, in modo neanche troppo implicito, tutti i suoi dubbi: "Il progetto di riforma all'esame del Parlamento tocca punti cruciali e nevralgici dell'ordinamento giurisdizionale, e richiede un approfondito e attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali. Perciò rinnovo il mio invito pressante a perseverare nel metodo del dialogo, alla ricerca di soluzioni il più possibile condivise. Evitando chiusure preconcette, e forme estreme di protesta".

Poche parole. Ma chiarissime per chi avrebbe dovuto intenderle. Esattamente quello che la maggioranza e il Guardasigilli non hanno fatto. Dopo una falsa ripresa del dialogo con il centrosinistra e con le toghe, il centrodestra e Castelli hanno scelto il muro contro muro. "Basta, il testo della riforma è blindato", hanno risposto in blocco, chiudendo ogni spiraglio alla trattativa. Ciampi ha taciuto. Ma non ha apprezzato questo strappo, figlio di una logica da "dittatura della maggioranza". Anche il suo silenzio di fronte all'inevitabile sciopero delle toghe del 24 novembre, che pure aveva cercato di scongiurare in tutti i modi, era stato un segnale. Aveva chiesto alla magistratura di evitare "forme estreme di protesta", è vero. Ma prima ancora aveva chiesto alla politica di evitare "chiusure preconcette". E questa pre-condizione è stata clamorosamente disattesa.

Ora, alla vigilia della sua partenza per Pechino, il presidente ha chiesto agli esperti del Quirinale di integrare la "pratica" sulla riforma dell'ordinamento giudiziario con le ultime valutazioni di diritto. Prima del suo rientro a Roma, gli uffici avranno completato definitivamente l'istruttoria. Ma nel frattempo, qualche orientamento potrebbe essere già maturato.

La legge Castelli, a giudizio quasi unanime dei costituzionalisti dei più diversi indirizzi culturali (da Sergio Bartole a Francesco Paolo Casavola, da Andrea Manzella a Mario Dogliani) ha un impianto generale che contrasta con il principio del bilanciamento tra i poteri dello Stato, con il principio dell'autonomia del giudiziario dall'esecutivo, con la difesa dei diritti fondamentali dei cittadini.

Se il Quirinale dovesse accedere a questa "dottrina", l'intera riforma potrebbe incappare nella censura più grave, quella del rinvio alle Camere per "palese incostituzionalità". Della legge, a quel punto, non si salverebbe più niente. Sarebbe una bocciatura assoluta.

Ma Ciampi, che in questo suo settennato è sempre stato attento a custodire la sua funzione "di garanzia" e il suo profilo super partes, potrebbe anche scegliere una soluzione meno traumatica. Se alla fine sceglierà di non firmare la legge Castelli, potrebbe rinviarla alle Camere segnalando solo una serie di "antinomie specifiche" (come già fece con la Legge Gasparri).

Nei documenti pronti sulla sua scrivania, i tecnici ne hanno già evidenziate diverse. La polverizzazione del potere decisionale del Csm sulle carriere dei magistrati (in violazione dell'articolo 105 della Costituzione). La gerarchizzazione della magistratura attraverso il sistema dei concorsi continui (in violazione dell'articolo 107). Il potere del ministro di chiedere al Tar la revoca degli incarichi direttivi di singoli magistrati decisi dal Csm (di nuovo in violazione dell'articolo 105). Infine, l'incerta copertura finanziaria della nuova legge (in violazione dell'articolo 81).

In tutti e due i casi, sarebbe un colpo durissimo per la Casa delle Libertà. E una sconfessione aperta per il ministro della Giustizia. Chi lo ha incontrato in queste ore, descrive un Castelli molto nervoso: "Adesso spero proprio che il presidente della Repubblica firmi la legge", ha dichiarato ieri sera dopo l'ultimo sì della Camera. Farebbe bene a non nutrire troppe illusioni.

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