Da Corriere della Sera del 17/12/2004

DIETRO LE QUINTE / Il vicepresidente Rognoni: il rinvio serva al Parlamento per riflettere. Buccico, consigliere laico vicino ad An: non c’è nessun terremoto

Soddisfazione al Csm: è come se il ministro fosse stato sfiduciato

La riforma ha riunito le correnti Anm e provocato tre scioperi

di Giovanni Bianconi

ROMA - Il presidente della Repubblica non ha bocciato la riforma della giustizia, ma la riforma dei giudici. Così l’avevano definita i magistrati che ora hanno avuto l’avallo del Quirinale. Perché dire che in quella legge ci sono invasioni di campo del Guardasigilli e lesioni alle prerogative del Consiglio superiore della magistratura, significa dire che mette a rischio i princìpi di autonomia e di indipendenza sanciti dalla Costituzione. Cioè quello che le toghe sostengono da tre anni. Si respira soddisfazione a palazzo dei Marescialli, sede del Csm. Non per interessi di casta, ma perché il «no» del capo dello Stato viene letto come un richiamo alla separazione dei poteri giudicata a rischio con la riforma voluta dal ministro Castelli. Il quale sostiene che i rilievi del Colle sono per lo più «marginali, e che l’impianto di fondo ha retto». Il «laico» inviato al Csm da Alleanza nazionale, Nicola Buccico, prova a dargli una mano: «Non è un terremoto», dice. Ma poi riconosce: «Nemmeno una scossa epidermica, però. Si afferma che la valutazione sulla professionalità dei magistrati non può subire vincoli esterni al Consiglio, come invece sono le commissioni di concorso e la scuola introdotte dalla riforma».

L’avvocato Buccico, che pure non nega che «il problema è serio», è tra le pochissime voci di palazzo dei Marescialli ad accreditare l’interpretazione «minimalista» della bocciatura di Ciampi. Per quasi tutti gli altri consiglieri l’altolà del Quirinale è di fondo e Pino Salmè, capogruppo di Magistratura democratica, sintetizza: «Al posto di Castelli mi sentirei sostanzialmente sfiduciato. Ha impiegato tre anni per far approvare una legge che è stata ritenuta incostituzionale anche e soprattutto dalla più alta carica dello Stato». In questi anni di conflitto tra politica e magistratura il vicepresidente Rognoni ha cercato di riflettere le posizioni del capo dello Stato che è pure presidente del Csm, e ricorda che proprio l’organo di autogoverno dei giudici «nei pareri richiesti dal Guardasigilli aveva espresso numerose riserve e rappresentato forti rilievi». Più volte Rognoni ha invitato governo e Parlamento a tenerne conto, senza successo; ora auspica che «il confronto, in Parlamento, riprenda senza alcuna preclusione e chiusura; il rinvio può e deve essere motivo di una nuova e più attenta riflessione sull’intera materia».

Il peso del parere del Quirinale, per i magistrati, deriva non solo dalle considerazioni contenute nei quattro punti ritenuti «palesemente incostituzionali», ma soprattutto dall’espressione usata per definire le norme sul Csm: «Il sistema delineato» dalla riforma ne stravolge funzioni e competenze, e dunque sotto accusa finisce la filosofia stessa del disegno governativo. Il «sistema» che intende costruire, appunto. Altro che rilievi marginali, o facilmente correggibili. Anche perché quello del capo dello Stato è solo il primo vaglio della legge, limitato agli aspetti più evidenti. Se e quando le norme entreranno in vigore, altri punti saranno inviati al giudizio della Corte costituzionale. Ma già la decisione di ieri, per i magistrati ha il sapore di una rivincita.

I contrasti tra toghe e ministro hanno raggiunto toni altissimi da quando, nel 2002, Castelli presentò la prima versione della sua riforma. Cambiata più volte, ma sempre giudicata una controriforma perché incide molto sul modo di lavorare e di essere amministrati dei giudici, per nulla sul funzionamento della giustizia. Tre scioperi con adesioni altissime e tre congressi dell’Associazione magistrati (due dei quali aperti alla presenza di Ciampi) che hanno sancito un’inedita unanimità tra le correnti sono stati spesi per mettere in luce le contraddizioni e i pericoli del progetto governativo. Definito senza mezzi termini una vendetta per le inchieste e i processi che hanno coinvolto uomini potenti. Per tutta risposta da ministro e maggioranza sono giunte ulteriori accuse di politicizzazione e corporativismo. Dopo il «no» di Ciampi il presidente dell’Anm Edmondo Bruti Liberati ha buon gioco a dire che gli allarmi lanciati si sono rivelati «non così infondati come erano stati sbrigativamente liquidati». Proprio nel giorno in cui la Camera vota un’altra contestatissima norma, ribattezzata «salva Previti», su cui i togati dei gruppi di sinistra hanno già chiesto l’apertura di una pratica al Csm per verificarne le «ricadute sull’andamento dell’attività giurisdizionale».

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