Da Corriere della Sera del 28/12/2004

Uno studioso statunitense ipotizza un collegamento tra i grandi sismi. Il 23 dicembre si era registrata una violentissima scossa tra l’Australia e l’Antartide

Sumatra spostata di 30 metri, rischio di terremoti «a grappolo»

L’isola indonesiana era stata già devastata nel 1797 e nel 1833: ora avrebbe subito uno slittamento verso sud-ovest

di Giovanni Caprara

La violenza inaudita espressa dal sisma nelle profondità delle acque dell’Oceano Indiano sarebbe confermata dalle prime valutazioni sulle conseguenze provocate. Secondo l’ US Geological Survey , l’organismo americano che sovrintende le ricerche geologiche, l’isola di Sumatra si sarebbe spostata di addirittura trenta metri verso sud-ovest. Bisogna dire che per il momento si tratta di indicazioni indirette, connesse, in particolare, all’energia espressa e quindi soggette a variazioni. Nelle discussioni scientifiche innescate dal maremoto suscitano interesse, ma anche perplessità, le ipotesi avanzate da Kerry Sieh, geologo del Caltech, il Politecnico della California. Sieh si è occupato negli ultimi mesi proprio dell’area ora sconvolta dal disastro cercando, attraverso anche lo studio delle tracce lasciate sulle barriere coralline dai terremoti passati, quale possa essere l’identikit sismico del luogo. Sumatra venne colpita nel 1797 e nel 1833 da movimenti tellurici devastanti e, dall’analisi storica dell’accrescimento delle barriere coralline, Sieh deduce che nella zona eventi tanto gravi si possano scatenare in media ogni due secoli. Quindi, dice, c’era da aspettarselo. Ma il geologo californiano va oltre, anche geograficamente. E studiando le statistiche degli ultimi cento anni, rileva che degli undici grandi eventi tellurici del Novecento (con un valore superiore all’ottavo grado della scala Richter), sei erano concentrati in un arco di tempo ristretto tra il 1952 e il 1965.

Inoltre, nota che un’altra concentrazione di terremoti si era avuta anche all’inizio del secolo, con effetti devastanti in California nel 1906 e in Sicilia nel 1908 quando vennero distrutte rispettivamente San Francisco e Messina.

Ora, ipotizza Sieh (precisando però al Washington Post di non voler essere un catastrofista), il maremoto di Sumatra potrebbe essere il primo di un gruppo di sismi prossimo a manifestarsi. Secondo lo scienziato i grandi terremoti forse si presentano «a grappoli», in qualche maniera collegati fra loro, segnando dolorosamente in breve tempo varie zone del pianeta. Quando, dove e come ciò possa accadere, nessuno lo può dire, anche se varie sono ormai le vie tentate (e per il momento tutte inutili o perlomeno inattendibili) per cercare di anticipare, se non di prevedere, simili eventi. Sembrerebbe confermare la tesi di Sieh la violentissima scossa (8,1 gradi della scala Richter) registratasi il 23 dicembre tra Australia ed Antartide.

L’unica cosa utile che i ricercatori possono fare oggi è quella di immagazzinare informazioni. E così si è creata a Denver, in Colorado (Usa), un banca mondiale di dati sismologici che potrà aiutare gli studi, ma non certo ancora le previsioni. Il rilevante spostamento di masse alla base del terribile maremoto ha influito sul globo. «La Terra, di conseguenza, continuerà a risuonare come una campana che vibra per diverso tempo», ha precisato Keb Hudnut dell’ US Geological Survey . «Sappiamo ancora troppo poco del nostro pianeta e delle sue manifestazioni per trarre conclusioni attendibili - dice il professor Gian Michele Calvi, direttore del centro europeo di formazione e ricerca di ingegneria sismica dell’Università di Pavia -. Perciò non ritengo attendibili le ipotesi di terremoti a grappolo avanzate soltanto su base statistica. Manca una spiegazione scientifica, e per ora non la possiamo esprimere perché su questi eventi che hanno periodi di ritorno di vari secoli disponiamo di dati certi solo per gli ultimi cento anni. Le altre informazioni storiche raccolte a partire da circa 2500 anni fa non sono accettabili».

All’origine dello scatenarsi dei terremoti vi sono gli scontri fra le grandi placche in cui è divisa la crosta terrestre. Come queste si muovano le une contro le altre, inabissandosi una sotto l’altra, ancora non è precisato nei dettagli perché si tratta di fenomeni complessi. «Sappiamo ad esempio - continua il professor Calvi - che la faglia nordanatolica in Turchia, che ha generato il disastro del 1999, o quella di San Andreas in California si spostano di 20-30 millimetri l’anno e ciò accumula tensioni che prima o poi scateneranno terremoti violenti. Ma anche nella zona di Catania, distrutta nel 1693, c’è da aspettarsi disastri. Quando, però, nessuno è in grado di dirlo».

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