Da La Repubblica del 12/01/2005

La morte del processo

Il pg della Cassazione non può protestare Può solo accennare o segnalare

di Giuseppe D'Avanzo

L´inaugurazione dell´anno giudiziario con toga, tocco e corteo lento e pomposo può anche apparire una liturgia parruccona. Per gran parte lo è, non c´è dubbio. Impone soprattutto educata ipocrisia e ossequio istituzionale, mai affermazioni univoche o riflessioni esplicite fino all´asprezza. Non è inutile guardar dentro quel rito, però, perché parla della condizione del Paese. Ci dice della salute delle istituzioni; delle minacce a un ordinato vivere comune; della sicurezza della comunità. Ci racconta della fiducia o della sfiducia dei cittadini nello Stato.

Non fa la cosa giusta Berlusconi che posa a insonne "uomo del fare e del decidere" quando, seduto in prima fila accanto al presidente della Repubblica, finge di sonnecchiare, annoiato, spazientito, infastidito da quella che - vuole che tutti sappiano - egli considera una gran perdita di tempo. Non fa la cosa giusta perché per fare e decidere, bisogna conoscere e capire, e quel che il procuratore generale della Cassazione andava dicendo - sì, con i toni istituzionali e monotoni consigliati dall´occasione - lo interpella come capo del governo e come leader della maggioranza che governa il Paese. L´alto magistrato diceva al presidente del Consiglio che il processo civile e penale - gli strumenti essenziali per accertare responsabilità, risarcire le vittime, punire i colpevoli: regolare quindi i conflitti - sono ferri inservibili. Gli diceva che senza processo non ci può essere giustizia e senza giustizia non ci può essere la fiducia del cittadino nello Stato. E che cos´è lo Stato se non ha la fiducia del cittadino? Che ne è del cittadino senza uno Stato?

È questo l´appello che la Suprema Corte di Cassazione ha voluto consegnare alla Politica nell´anno 2005. Se si vuole, gli inviti a rispettare l´autonomia e l´indipendenza della magistratura o le invocazioni a innovare con «riforme condivise» o a rispettare le sentenze, pure fiorite sulle labbra del procuratore generale, sono atti dovuti, necessari in tempi in cui la Politica appare (è) determinata a deformare la "separatezza" dell´ordine giudiziario anche a costo di violare "palesemente" la Costituzione. Non è in questo nodo, comunque, il grido d´allarme dei giudici della Cassazione in toga d´ermellino. Lo si ascolterà magari più nitido, quel grido, nei distretti giudiziari sabato prossimo, quando le toghe nere parteciperanno alla cerimonia con la Costituzione bene in vista, in segno di protesta.

Il procuratore generale della Cassazione non può protestare. Può solo accennare o segnalare. Al più, cautamente esortare. Francesco Favara ha affrontato questo impegno con una chiarezza che soltanto al ministro Castelli poteva sfuggire: le nuove regole della prescrizione in discussione oggi al Senato e già approvate dalla Camera (le chiamano "Salva Previti"), saranno il certificato di morte del processo penale. «Si è voluto estendere oltre ogni ragionevole misura - ha detto Favara - le fattispecie criminose e le garanzie processuali senza tener conto del progressivo allungamento del processo». Un processo irragionevolmente dilatato nei tempi e labirintico nelle procedure è uno strumento che non potrà essere mai "giusto". È un arnese che fa presto a diventare inconcludente e crudele. Perché, ha spiegato il magistrato, «quando non è "fulminato" dalla prescrizione (e c´è il rischio che ciò accada anche più di frequente), produce o una pena che può apparire come una tardiva vendetta dello Stato nei confronti di una persona ormai mutata negli anni, oppure una assoluzione che non ripaga dei danni economici ed esistenziali sofferti in conseguenza del processo».

Non sarebbe onesto attribuire a questo governo la crisi del processo. Sono decenni che il processo italiano è in crisi di efficienza, di risultati e di credibilità, ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. È un fatto, però, che la stagione berlusconiana passerà alla storia del diritto per una legislazione sgrammaticata e "privata" che, con l´intento di togliere dai guai un pugno di amici del Capo, ha pericolosamente trascinato in uno stato terminale il processo spingendo il pendolo lontano dall´accertamento della responsabilità fino all´estrema e opposta direzione delle garanzie dell´imputato. Il processo si è trasformato così soltanto in un´ipotesi perché «esiste un limite oltre il quale il garantismo non è più virtù, ma vizio nichilistico», insegna Franco Cordero. Un processo al quale ci si può agevolmente sottrarre è un processo non solo crudele, ma per di più diseguale perché danna i poveri cristi e avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti. Come allora avere fiducia nella giustizia? Favara non si è fermato su questo limite. Ha esplorato anche le cause «esterne», quelle che non nascono dentro, o nei dintorni, della macchina giudiziaria, della sua organizzazione, dei suoi protagonisti. Ha offerto a Berlusconi una considerazione che avrebbe dovuto scuoterlo dallo stato di uggiosa catalessi. Perché se, come sostiene il procuratore generale, «l´ipercriminalizzazione è un errore di prospettiva», la responsabilità di quelle «politiche criminali che reprimono senza prevenire» è affare di chi progetta le politiche pubbliche, di chi ha forza parlamentare per realizzarle attraverso le leggi.

Da questo punto di vista, nulla di nuovo sotto il sole nonostante i rumorosi tamburi della propaganda. Il governo Berlusconi si muove nel solco di un passato dove la politica sociale è ridotta progressivamente a politica criminale e questa, come è naturale, a politica giudiziaria. Dunque ad affare per pubblici ministeri e giudici. Oggi come ieri, la povertà delle strategie sociali, economiche, politiche, culturali ha spinto chi governa a investire soltanto nella risorsa penale. Ogni conflitto o fenomeno - immigrazione, tossicodipendenze, libertà di cura, violenza giovanile, crisi della famiglia, per dirne qualcuno - è stato consegnato al lavoro della magistratura, nonostante il fallimento di questo controllo che ha unicamente la prigione nel suo orizzonte. Chiedeva il procuratore generale: diteci meglio, più opportunamente, con più misura, e nella consapevolezza dei limiti dell´intervento penale, perché punire, come punire, chi e che cosa punire. E sottointendeva che i giudici non possono diventare la coscienza morale e il guardiano della vita sociale, politica ed economica del Paese. Avrebbe dovuto essere musica per il presidente del Consiglio. Purtroppo dormiva o faceva finta di farlo. In fondo, prima di febbraio il Senato salverà Previti, no? E allora perché preoccuparsi?

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