Da La Repubblica del 14/01/2005
Originale su http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/esteri/iraq40/inteltor/intelto...

Un testimone e un'ex spia raccontano: agenti dei servizi imponevano all'imputato Graner le violenze contro i detenuti

'L'intelligence ordinava le torture' svolta nel processo-Abu Ghraib

di Carlo Bonini

FORTHOOD (TEXAS) - Il morto ha deciso di afferrare i vivi. Lo "specialista" Charles A. Graner junior, il sadico con la faccia da bambino, rovescia il tavolo delle responsabilità. Lascia che la vergogna di un esercito intero tracimi, travolgendone le gerarchie. Forse perché non ha altra scelta. Forse, se hanno ragione i suoi avvocati, il tenente colonnello dei marines a riposo Guy Womack e il capitano Jay Heath, perché "la verità è una sola". Che nella notte di Abu Ghraib, il bastone della violenza aveva padroni e manovali.

Ufficiali dell'intelligence militare, i primi. Riservisti di provincia, i secondi. Che l'ordine, "implicito e talvolta esplicito" era "ammorbidire i prigionieri", "spezzarne la resistenza". Compulsando un block notes giallo, Womack chiede che ancora una volta si faccia buio nell'aula della Corte Marziale. Che torni a illuminarsi il grande schermo con le immagini e le voci dell'orrore. Appare un uomo lontano, seduto nella luce di Bagdad.

Il capitano Jay Heath si alza dal banco della difesa. "Può dirci il suo nome e raccontarci quando è stato arrestato?". "Mi chiamo Walid Mohanded Juma.

Sono stato arrestato il 26 ottobre del 2003 a Bagdad da uomini della prima divisione e quindi trasferito ad Abu Ghraib". "Come fa a conoscere così bene le nostre unità, signor Juma?". "Perché fino a quel giorno ho lavorato per l'esercito degli Stati Uniti".


Walid è stato una spia. Per denaro aveva deciso di tradire i compagni nelle cui formazioni si era infiltrato. Riferiva a un tale "John" "dell'intelligence americana". "John the chief", John il "capo". Il maggiore Michael Holley è una molla impazzita sullo scranno dell'accusa.

"Così si rischia di mettere a repentaglio operazioni classificate!". Il capitano sorride, perché sa dove porta la storia di Walid. Rassicura l'uomo di Bagdad, lo invita a proseguire. A spiegare perché diavolo una "fonte" dell'intelligence americana sia finito ad Abu Ghraib. Per un "pasticcio di comunicazioni", dice lui.


Ad Abu Ghraib, nel braccio "1 Alfa", Walid è una vittima di Graner. "Sono stato interrogato e pestato 45 volte in due mesi e mezzo. Ho raccolto il mio cibo nella tazza del cesso in cui Graner lo aveva scaraventato". "Ci interrogavano nei bagni, ma venivamo puniti nelle nostre celle. Accadeva durante il turno di notte, che era poi il turno di Graner. Almeno una volta, pensai di essere vicino alla fine. Durante il Ramadan, Graner e uno dei suoi uomini presero a picchiarmi con una sedia. E non smisero finché non andò in pezzi. Caddi svenuto nel mio sangue e l'ultimo ricordo che ho è di Graner che scatta una fotografia. Mi risvegliai ancora in terra, per il dolore dei calci con cui il caporale aveva ripreso a massacrarmi".


Il capitano Heath ha infilato il racconto nell'antro che l'accusa voleva non si aprisse. Ora chiede che Walid la spia, ne illumini l'interno. "Garner dunque la picchiava. E se non era lui, ci pensava qualcun altro?". "Per un periodo me le diede un sottufficiale nero che si faceva chiamare "problema". Entrava nelle celle e diceva: "E' arrivato il problema". E giù botte".

"Bene. Vuole spiegarci, ora, chi vi interrogava nei bagni di Abu Ghraib?". "Ricordo una donna e degli assistenti dal volto asiatico. Gente dell'Intelligence militare...". "Immagino vi promettessero una ricompensa in caso di collaborazione, o sbaglio?".

"No. Ci dicevano che se non avessimo collaborato, saremmo stati torturati. Da Graner e dai suoi uomini".

"Quegli ufficiali la minacciarono mai sessualmente?".

"Una volta mi dissero che se non mi decidevo a parlare avrebbero fatto salire i cani e avrei visto e sofferto cose inimmaginabili". "Qualcun altro osservava cosa accadeva nei bagni?". "Il sovraintendente della prigione. Nascosto dietro una finestra".


Heath ha in mano il gioco. Graner non è più il motore autosufficiente dell'orrore, ma un suo consapevole ingranaggio. "Ha mai sentito parlare di un certo Steve?". "Steve il "grosso". E' un ufficiale dell'intelligence militare. Alto, con la barba. Non portava mai la divisa. Indicava a Graner chi doveva essere picchiato". Almeno altri due testimoni confermano la presenza e il ruolo degli uomini dell'intelligence militare nel braccio "1 Alfa". Megan M.

Ambhul, che di Graner è stata la compagna di soprusi e di letto. Il sergente Kenneth A. Davis. "La notte del 24 ottobre 2003 - racconta Davis - vidi Graner prendere ordini da tre sottoufficiali dell'intelligence militare". Ne fa i nomi, li indica in tre fotografie: "Si chiamano Rivera, Cruise e Kroll". "Chiesero ridendo: "Che facciamo, superiamo il confine?". Incatenarono tra loro tre prigionieri nudi. Li fecero strisciare sul pavimento infradiciato con acqua gelida. Cruise gridava: "Confessate che avete violentato un ragazzino!". Kroll invece si divertiva a colpire la testa dei tre con un pallone da football". Graner appare sollevato. "Ascoltando Megan Ambhul ho quasi pianto", dice.


La difesa rinuncia ad altri testi. "Perché abbiamo dimostrato che Graner obbediva a degli ordini", dice Womack. Il dibattimento è chiuso. Graner non deporrà. Ora, l'ultima parola ad accusa e difesa. Poi, la sentenza.

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