Da La Repubblica del 16/01/2005

La Corte marziale del Texas, che ha emesso la sentenza, lo ha anche radiato "con disonore" dall´Esercito degli Stati Uniti

Dieci anni di cella al soldato Graner

L´ultima difesa del torturatore di Abu Ghraib: "Eseguivo solo gli ordini"

Il militare ha parlato per quasi tre ore, svelando i metodi delle pressioni sui detenuti
"Il mio sorriso costante è frutto di una nevrosi per quello che abbiamo vissuto in Iraq"

di Carlo Bonini

FORT hood (Texas) - «Imputato Charles A. Graner junior, si alzi. Questa Corte marziale la condanna a dieci anni di detenzione, la degrada a soldato semplice per il tempo in cui sconterà la sua pena, al termine della quale sarà congedato con disonore». Due ore e venti minuti per un´ultima camera di consiglio, per un contrappasso che si compie. Il caporale paga un terzo in meno del massimo della pena (i 15 anni chiesti dalla pubblica accusa). In aula, offre i polsi ai secondini che gli sono alle spalle e sfilano dalla cintola le catene di cui lui è stato violento padrone ad Abu Ghraib. Rivolge un ultimo deferente inchino alla Corte marziale che lo condanna alla galera e al disonore di non poter più indossare un´uniforme per il resto dei suoi giorni da libero. Bacia la madre e il padre. Entra in un´ultima foto che questa volta lui non può scattare. La sua di uomo in ceppi. Dietro di sé, con il cd degli orrori, lascia un testamento rabbioso. Accusa se stesso e l´esercito degli Stati Uniti che ora lo sacrifica. Accusa comandanti di plotone e di compagnia. Ufficiali di brigata, colonnelli e maggiori dell´intelligence militare. Agenti della Cia, del Fbi, del Dipartimento del Tesoro.

Accusa, svelandone i metodi, le «squadre Tigre» del generale Geoffrey Miller, l´ufficiale che aveva trasformato Guantanamo in un laboratorio di raffinata e protetta tortura psichica e psicologica e per questo incaricato dal Pentagono, nell´estate del 2003, di esportarne le routine nella galera di Abu Ghraib. Nei processi di Corte marziale, tra il verdetto di colpevolezza e la sentenza che fissa i modi e i tempi della condanna, c´è un´ultima finestra cui l´imputato può affacciare. Interrogato dal suo avvocato, il condannato ha diritto a dire ciò che ritiene opportuno. Senza obbligarsi alla verità con un giuramento. Senza che la pubblica accusa possa contro-esaminarlo.

E´ un passaggio a forte intensità emotiva. Che può trasformarsi in un rito di autodegradazione e supplica che riduca il peso degli anni di galera, o in un rilancio. Alle 9 del mattino, Graner infila questa seconda strada. Sollecitato da chi lo ha difeso, Guy Womack, parla per poco meno di tre ore. «Fui assegnato ad Abu Ghraib per il mio curriculum»: ex marine nella prima guerra del Golfo in un carcere militare nel nord dell´Arabia Saudita, quindi secondino in un penitenziario della Pennsylvania. Tipo lesto ad apprendere, zelante nell´eseguire, è al turno di notte nel braccio di massima sicurezza «1 Alfa». «I nostri prigionieri erano nella esclusiva disponibilità degli ufficiali dell´intelligence militare, degli agenti della Cia, di quelli di Fbi, del Dipartimento del Tesoro e persino di personale civile a contratto. Ci dissero che erano detenuti ad alto valore di intelligence. Soprattutto, che non erano tutti uguali.

Esistevano quelli con un nome e i «fantasmi»». Womack lo interrompe. «I fantasmi?». «Non venivano registrati. Saltavano l´ufficio matricola entrando da un ingresso secondario del braccio. Della loro sorte nessuno doveva sapere». «Chi decideva chi andava registrato e chi no?». «Le squadre Tigre».

Le squadre Tigre significano Guantanamo, significano generale Geoffrey Miller, significano Pentagono. «Ogni squadra Tigre era composta da tre uomini: un ufficiale dell´intelligence che conduceva gli interrogatori, un analista, un traduttore. Io, come ogni altro nella polizia militare, prendevo ordini da loro».

«Quali ordini?». «Per ogni detenuto del braccio 1 Alfa, le squadre Tigre preparavano un trattamento individuale che prevedeva gradi crescenti di privazione del sonno e del cibo, tecniche di pressione fisica e psicologica, uso selettivo dell´isolamento diurno e notturno». Womack chiede il dettaglio. «Mi venivano indicati i prigionieri da «trattare». Per quanti minuti nell´arco delle 24 ore dovevano restare svegli, in quanti secondi gli era concesso mangiare». «Minuti, secondi?». «I sottoposti al trattamento dovevano essere spogliati e non dovevano dormire. Avevano un tempo massimo per mangiare di cinque minuti e uno minimo di venti secondi. Normalmente, dovevo sottrargli il cibo dopo il tempo stabilito e quindi urlargli che erano troppo lenti nel deglutire. L´ordine era terrorizzarli, perché come ho imparato in 14 anni da secondino è peggiore la punizione che si minaccia di quella che si soffre». Quella imposta ad Abu Ghraib aveva un solo limite. Non rendere la vittima assuefatta al dolore. «Dovevamo umiliarli sessualmente e picchiarli ogni qual volta non avessero obbedito ad un ordine intimato per tre volte consecutive. Dovevano essere percossi sulla faccia, a mano aperta. Con forza tale che il prigioniero fosse in grado di sentire ogni volta dolore».

«E lei rideva. Scattava foto. Si metteva in posa», eccepisce retorico Womack, che conosce la risposta di Graner. «Come vede, anche ora sto ridendo e non ce n´è motivo. E´ la nevrosi. Ad Abu Ghraib abbiamo fatto cose indicibili, sopportabili solo con l´assuefazione, con l´idea che ci fosse qualcosa di divertente».

«E c´era?». «No. Non c´era nulla di divertente e, lo dico oggi, non c´era nulla di legale. Abbiamo commesso atti criminali. Ma per me, allora, erano ordini, anche se ne dubitavo». Già, perché Graner, oggi, dice che di quegli ordini si lamentò. «Con l´intera catena di comando della polizia militare. Con quella dell´intelligence». Consegna alla Corte un manoscritto dove la gerarchia acquista dei nomi: «Il capitano Brenson, mio comandante; i sergenti della polizia militare Snyder, Frederick, Ward, Cheny; il tenente Phillabaum; il maggiore Rayder; il comandante dell´intelligence militare, colonnello Pappas e il suo parigrado Jordan». Lo invitarono a non farsi domande e ad obbedire. «Mi sollecitarono, anzi, a documentare fotograficamente il lavoro che facevo. Chiedendo anche di poter avere molte delle mie foto per mostrarle ai reparti».

Graner ha finito. Ha una sola supplica. «Se potessi scegliere tra il carcere da soldato e la libertà da civile, sceglierei il carcere. Toglietemi la libertà, ma non questa uniforme». Lo priveranno dell´una e dell´altra.

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