Da La Repubblica del 16/01/2005

Continua la serie di acquisizioni industriali realizzate sui mercati occidentali

Computer, telefonia e profumi i colossi cinesi fanno shopping

I prezzi pagati per le operazioni confermano che per le grandi aziende della Cina le risorse finanziarie non sono un limite
Ultimo colpo in ordine di tempo il passaggio del controllo della francese Marionnaud al gruppo di Li Ka-Shing

di Federico Rampini

Pechino - L´ultimo colpo lo ha fatto il magnate Li Ka-shing a Parigi: questa settimana si è comprato Marionnaud, la più grande catena di profumerie d´Europa con 500 negozi in Francia e altre centinaia di punti di vendita diffusi tra Italia e Spagna, Svizzera e Austria. L´impero di Li Ka-shing trascende le frontiere del «miracolo cinese», cominciò a estendere le sue ramificazioni globali prima che Hong Kong tornasse dalla Gran Bretagna alla Cina: oltre a essere il primo operatore mondiale nel trasporto di container e uno dei più grandi costruttori in Cina, con la sua Hutchinson Whampoa è anche uno dei protagonisti della telefonia mobile in Europa. Ma oggi Li Ka-shing è cinese a tutti gli effetti, il governo di Pechino lo considera benevolmente, e questa Cina che si compra pezzi di economia occidentale colpisce l´immaginazione. L´operazione Marionnaud è finita in prima pagina su Le Monde, anche perché il prezzo ha fatto scalpore: quasi un miliardo di euro. Un prezzo eccessivo secondo molti esperti francesi. La conferma che per i grandi gruppi cinesi le risorse finanziarie non sono un limite.

L´industria francese, abituata come quella italiana a lamentarsi per la concorrenza sleale del made in China, è costretta ad aggiornare i propri pregiudizi: la Cina non si accontenta più di essere la manifattura del pianeta, il produttore a basso costo e l´esportatore di beni a scarso valore aggiunto. E´ giunta l´ora delle multinazionali cinesi che staccano assegni per comprare aziende occidentali. In Francia la lista delle acquisizioni cinesi è consistente. Ci sono passati i bei nomi della grande industria tecnologica: due anni fa la Thomson ha ceduto alla Tcl del Guangdong la divisione televisori (che include la marca americana Rca); l´anno scorso Alcatel ha ceduto alla stessa Tcl i telefonini. Ai francesi che inventarono i «campioni nazionali» - grandi aziende da sostenere anche con le risorse dello Stato perché reggano la competizione globale - oggi fa un certo effetto vederli rispuntare a Pechino. Li Dongsheng, 47 anni, presidente di Tcl, è anche membro del Congresso Nazionale del Popolo. La commistione fra politica e affari può far storcere il naso, a condizione di dimenticare quanti Pdg parigini dell´industria pubblica e privata hanno iniziato le loro carriere nei gabinetti ministeriali.

La campagna acquisti delle multinazionali cinesi non si limita alla Francia. Il gruppo Shanghai Automotive, seconda casa automobilistica cinese, non si accontenta più di produrre in joint venture con General Motors e Volkswagen, vuole acquisire un know how originale per progettare modelli da vendere nel mondo: per questo dopo aver comprato la coreana SangYong si appresta a prendere il controllo della Rover inglese.

I colpi più grossi sono realizzati in America. L´8 dicembre 2004 è passato sotto il controllo cinese un simbolo della tecnologia Usa, la divisione computer della Ibm comprata dalla Lenovo per 1,75 miliardi di dollari. Anche lì alcune biografie manageriali hanno fatto scalpore in Occidente: il presidente della Lenovo Liu Chuanzhi è un ex-militare, la direttrice finanziaria Ma Xuecheng fu l´interprete ufficiale di Deng Xiaoping, e l´Accademia delle Scienze è tuttora azionista dell´azienda. Ma l´esercito e le università in Cina hanno spesso avuto il ruolo di «incubatori» o venture capitalist sul modello americano, e questo è tanto più normale in un paese che ha alle spalle meno di vent´anni di economia di mercato. La scelta della Lenovo di lasciare a New York il quartier generale della nuova attività americana è indicativa: per Pechino la campagna acquisti in Occidente serve anche a fare un salto di qualità nel management, dove i cinesi ammettono di avere molti ritardi da superare.

Il record di valore di un´acquisizione cinese all´estero potrebbe segnarlo presto una compagnia petrolifera di Stato, la China National Offshore Oil Corp. (Cnooc) se si decide a lanciare l´Opa da 13 miliardi di dollari sulla californiana Unocal, nona società petrolifera americana, ricca soprattutto di giacimenti e diritti di esplorazione nel sud-est asiatico. Per ragioni strategiche legate alla sua fame di materie prime, il settore energetico è quello dove Pechino ha più scatenato le sue multinazionali alla ricerca di acquisizioni: la Minmetal ha offerto sette miliardi di dollari Usa per comprare il più grande produttore di rame e nickel canadese (Noranda). Se si esce dai confini delle economie occidentali, la Petrochina sta per entrare come azionista nel principale produttore di gas siberiano, e il gruppo siderurgico Baosteel sta per lanciare un grosso investimento in Brasile.

Dall´Australia all´Africa i giganti americani, europei e giapponesi delle commodities si risvegliano in un mondo dove la Cina si batte per avere il suo posto. Tenuto conto che è già la seconda potenza economica mondiale dietro gli Stati Uniti - se il Pil si converte in parità di potere d´acquisto - il «posto» delle multinazionali cinesi non sarà marginale. Prima di aver lanciato le proprie multinazionali nella campagna acquisti all´estero, la Cina ha accolto le multinazionali estere in casa propria. E continua ad accoglierle: per citare un esempio italiano, è di questa settimana un importante investimento della Merloni nel più grosso produttore di elettrodomestici, Little Swan. Il 55% delle esportazioni cinesi sono realizzate da imprese straniere. Per un paese di queste dimensioni, è un grado di apertura che non ha equivalenti nel resto del mondo.

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