Da La Repubblica del 17/01/2005

Arabia Saudita, va al voto il volto nascosto del paese

A febbraio elezioni comunali, le prime nella storia

Alle urne per le municipali: ma già iscriversi nelle liste elettorali è un avvenimento
Cercano spazio i borghesi e tutti quelli che non fanno parte del circolo dei principi
Le elezioni sono il primo segno di un paese che cambia: qualche libertà anche alle donne. Ma questa volta non potranno votare
È l´inizio di un processo che potrebbe trasformare la monarchia assoluta in qualcosa di nuovo: ma non certo in una democrazia liberale

di Guido Rampoldi

RIAD - NELLE cabine del caffè Oxygen dove al computer è annessa una telecamera la sera risuona l´implorazione strozzata di ragazzi che chattano con ragazze indecise: "Fatti vedere!", accendi la tua web-cam e mostrami il viso. Nascosta dall´abaiya, la veste nera che occulta tutto tranne mani e occhi, in pubblico una ragazza saudita non può avere un volto. E neppure mischiarsi con i maschi, guidare, viaggiare da sola.

Ma se non conoscesse sotterfugi per "farsi vedere" e incontrare l´altro sesso, i matrimoni d´amore non sarebbero da tempo più frequenti dei matrimoni combinati dai genitori (riferiamo la stima d´uno psicanalista, semi-clandestino perché la psicanalisi è sgradita agli ulema). E ora nuove tecnologie moltiplicano le occasioni per beffare la morale pubblica. A giudicare dallo scarso zelo mostrato negli ultimi mesi dalla polizia coranica, anche questa invadente Buoncostume saudita si prepara ad un futuro in cui dovrà arretrare le trincee della virtù. Da una settimana sono legali anche i telefonini che permettono di trasmettere foto.

Quattro ministri si opponevano: se le ragazze cominciano a offrire la faccia agli sconosciuti, dicevano, chissà dove si va a finire. Il governo, diviso tra conservatori e pragmatici, non riusciva a decidere. Ma nel frattempo il contrabbando aveva già messo la gioventù più smagata nella condizione di sorridersi anche la telefono.

C´è un pezzo di Arabia saudita che comincia timidamente a uscire dall´invisibilità. Non solo le ragazze con l´abaiya. Anche molte idee non conformi, oggi stampate sui giornali malgrado indignino l´islamismo più conservatore. E la borghesia, che diventerà visibile nelle municipali del prossimo febbraio. Saranno le prime elezioni della storia saudita, e «l´occasione per diventare qualcuno», come ci dice senza ipocrisie un insegnante d´inglese che aspira ad una carriera politica. Non è semplice diventare qualcuno per chi non appartiene alla vasta schiera dei principi al-Saud seduti su tutte le poltrone che contano: ma con queste elezioni nel cerchio del potere ufficiale entrano anche gli al-nessuno che mandano avanti il Paese - imprenditori, tecnocrazia, insegnanti, funzionari pubblici. Così l´iscrizione alle liste elettorali è un evento cui alcuni portano i figli affinchè prendano confidenza col futuro, racconta l´ingegnere informatico Saleh al-Zahrani nella sala dove la sua squadra registra i futuri votanti. I documenti, il lampo della foto, la scheda al computer, infine due chiacchiere con al-Zaharani perché questo è anche un rito sociale nel quale la borghesia si riconosce, e si affaccia in un processo che col tempo potrebbe trasformare l´ultima monarchia assoluta in qualcosa da inventare.

Certo non in una democrazia liberale: «Piaccia o no la volontà degli elettori non potrà contraddire la volontà di Dio, di cui sono interpreti gli ulema», ci dice il principe Mansur, regista di queste municipali. Difficile prevedere cosa potrà venir fuori dall´incastro tra le urne e le moschee, già ora complicato. Alcuni religiosi, e non pochi sauditi, rifiutano perfino le elezioni, ritenendo che solo gli ulema sappiano cos´è bene e cos´è male per il popolo.

Però talvolta il Dio delle università islamiche non è conservatore quanto l´opinione pubblica. Per esempio all´idea che votassero le donne non si opponeva la maggioranza dell´establishment religioso, ma ben il 48% dei sauditi, secondo un sondaggio del giornale al-Watan.

Temendo di sdegnarli il governo ha optato per il compromesso: sì al suffragio femminile, ma dalle prossime elezioni comunali (2009). Non una parola, invece, sul diritto delle donne a candidarsi. Secondo il sondaggio di al-Watan due terzi della popolazione la considera un´idea sconcia o inopportuna. Ma il gruppo storico delle saudite che da vent´anni lottano per l´emancipazione aveva già preparato dieci candidature, racconta una di loro, la docente universitaria Fawzia al-Bakr: speravano che la monarchia si sarebbe imposta. «Come nel 1960», quando re Feisal aprì d´imperio le prime scuole femminili, ordinò di bastonare i forsennati che volevano bruciarle, e impose ai militari di iscrivervi le figlie. «Anche allora molti dicevano come adesso: la società non è pronta. Ma quando Feisal decise, la società finì per accettare».

Altri tempi, e altra tempra di re. Il monarca attuale, Fahd, da dieci anni è una figura puramente formale a causa d´una grave malattia. Il principe reggente, l´ottantaduenne Abdullah, deve governare con un consiglio di famiglia anch´esso ottuagenario e comunque diviso.

Secondo voci dall´interno, la cerchia dei principi che contano, alcune decine su settemila discendenti diretti o acquisiti di re Abdelaziz, è una specie di parlamento che rispecchia fedelmente la società saudita. Un largo spettro d´opinioni. Ad un estremo quella miscela di arroganza - inettitudine - xenofobia-bigottismo che permea segmenti degli apparati pubblici e della casta religiosa. All´altro estremo la mitezza, il dinamismo e gli studi all´estero dei principi illuminati come Mansur o Abdullah bin Turki, con i quali si può ragionare di tutto; o come Khaled al-Feisal, l´audace editore di al-Watan, un quotidiano libero come pochi nel mondo arabo. Differenze così acute consigliano alla monarchia di governare col consenso, evitando attriti soprattutto con la maggioranza conservatrice. Anche per questo le riforme abbozzate a partire dal 2003 non hanno slancio.

Procedono con circospezione, senza suscitare ostilità palesi ma neppure entusiasmi.

Così la popolazione non si appassiona alle municipali di febbraio.

Nella capitale neppure un quarto dei 400mila potenziali votanti finora s´è iscritto alle liste elettorali. Gli altri non si fidano, non sanno, dubitano.

«Vincerà il denaro», sentiamo dire in un salotto liberale dove pure il denaro non manca. E un altro: «Dei 14 consiglieri comunali, 7 saranno eletti ma altrettanti nominati dall´alto: che senso ha votare?». Disorienta anche il fatto che i candidati non avranno un profilo chiaro, non essendo espressione di gruppi politici. Secondo il principe Mansur nulla esclude che in futuro i partiti siano legalizzati, ma adesso è troppo presto. Su questo concordano tutti i moderati, consapevoli che elezioni partitiche converrebbero soprattutto all´islamismo duro, il più attrezzato a vincerle per mentalità, struttura, mezzi finanziari. Ha un progetto khomeinista e rimane nell´ombra, aspettando che l´Arabia saudita gli cada tra le mani come un frutto maturo.

Se l´elettorato è scettico, il futuro ceto politico è vasto e motivato: di quei sauditi che andavano a registrarsi nel seggio di al-Madr, quartiere di ricca borghesia, un quarto ci ha confidato l´intenzione di candidarsi. Il funzionario comunale Saleh al-Albanyan ha già deciso che investirà 15mila ryals, 4mila dollari, in annunci sui giornali e affitto di sale per riunioni elettorali. La campagna elettorale durerà un mese e dovrà sciogliere questo dubbio: si potrà dire «votatemi e risolverò il tal problema» oppure denunciare l´esistenza d´un problema significa mancare di rispetto al potere costituito ed esporsi all´ira di qualche principe? I limiti al diritto d´opinione sono incerti. Per esempio il liberale al-Watan si prende alcune libertà con gli islamisti, ma rischiando: per aver scritto che le università sono soffocate dalla sovrabbondanza di religiosi nel corpo accademico, un editorialista, querelato in questi giorni, rischia fino ad un anno di carcere.

Le regole non sono mai chiare.

In primavera il principe reggente accettò la petizione che gli chiedeva di convocare presto elezioni politiche; ma due firmatari furono arrestati da un altro principe, il temuto ministro dell´Interno, e tuttora sono detenuti.

Il principe Mansur ci invita a valutare queste elezioni non dall´affluenza ma dalla trasparenza, e a considerarle «l´inizio d´un processo graduale». Però nel processo deve credere soprattutto il 60% di sauditi che ha meno di 25 anni. Quali idee si stiano formando sotto quelle kefiah tutte uguali, bianche e rosse, è un mistero anche per i migliori intellettuali sauditi.

Sono la gioventù araba più viziata (dalla ricchezza petrolifera) e la più globalizzata dalle tv satellitari che li tirano di qua e di là con messaggi opposti, dal rock alle predicazioni jihadiste su al-Jazeera. Per tenerli lontani dal terrrorismo, il governo ha lanciato con successo lo slogan "islam è tolleranza", corroborato con appelli di "pentiti". Ma c´è un estremismo più politico e molto più accettato di bin Laden, appostato nel futuro di quest´Arabia in mutazione.

Tra i cambiamenti più profondi occorsi negli ultimi anni, per molti il più doloroso è la disillusione verso gli Stati Uniti.

Principi o no, tre quarti di ministri e viceministri sono laureati negli Usa. Tra gli anni Ottanta alla metà dei Novanta, l´epoca d´oro dell´assistenzialismo saudita, lo Stato ha mandato decine di migliaia di studenti nelle università americane: di lì sono passati quasi tutta la tecnocrazia saudita, molto giornalismo, i quadri accademici. Come ci ricorda un principe, la parte più dinamica del Paese vedeva negli Stati Uniti «non solo l´alleato naturale contro comunismo e nasserismo, ma anche una società più aperta delle società europee, in cui avvertivamo un eco coloniale». Ma dopo l´11 settembre, e dopo l´invasione dell´Iraq, sospetti e ostilità avvelenano la percezione reciproca di sauditi e americani. Troppi e troppo compenetrati gli interessi perché si arrivi al divorzio. Ma per i sauditi un matrimonio d´amore è diventato uno stanco matrimonio d´interessi. Tanto più sarebbe opportuno che l´Europa offrisse al cauto riformismo saudita la sponda e l´incoraggiamento d´un Occidente diverso, fermo ma non prevenuto. E in questo l´Italia, che qui ha una diplomazia dinamica, potrebbe trovare un ruolo e un interesse.

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