Da Corriere della Sera del 09/05/2005

Il ministro della Sanità: non chiedo più risorse all’Economia, ma devo essere l’unico interlocutore per la spesa

Storace alle Regioni: discutano con me, non con Siniscalco

Gli assessori, da Gava (Veneto) a Bissoni (Emilia): serve più chiarezza sui ruoli

di Mario Sensini

ROMA - Da ministro della Salute a ministro della Sanità, e la differenza non è poca. Francesco Storace reclama per sé pieni poteri anche sul fronte della spesa sanitaria. Con le Regioni vuole trattare anche del Fondo Nazionale, e non solo di terapie, posti letto negli ospedali e livelli essenziali di assistenza. Una sorta di ritorno al passato, con la riappropriazione delle competenze che una volta erano appannaggio del ministro della Sanità (non della Salute), e che oggi sono affidate a quello dell’Economia. Nella fattispecie a Domenico Siniscalco, ministro tecnico. «Sulla sanità le Regioni devono avere un interlocutore unico, il ministro della Salute. Poi con Siniscalco ci parlo io» ha detto ieri Storace senza mezzi termini. «Il problema della Sanità non è quello di avere più risorse, ma come vengono spese: io non voglio chiedere più soldi a Siniscalco se devono essere buttati» garantisce il ministro subentrato a Girolamo Sirchia, altro tecnico.

Un segnale chiarissimo. Forse già, addirittura, un altro problema da risolvere per Silvio Berlusconi. Siniscalco, dal canto suo, evita qualsiasi commento. Ma è curioso che la prospettiva di uno Storace plenipotenziario negli affari della sanità riscontri, fra quelli che dovrebbero essere poi i suoi interlocutori, perplessità maggiori nelle regioni di centrodestra che in quelle di centrosinistra.

Fabio Gava, assessore alla Sanità del Veneto fino alla scorsa legislatura (la nuova giunta dev’essere ancora formata) e coordinatore nazionale delle Regioni, non nasconde i suoi dubbi sulla praticabilità della cosa. «Perché in fondo - dice l’uomo che negli ultimi anni ha trattato su tavoli separati con i ministri dell’Economia e della Salute - i due ministri hanno comunque interessi diversi. E molto spesso anche confliggenti. La Salute, in linea di principio, ha interesse a sviluppare l’assistenza sanitaria. L’Economia, però, deve rendere il tutto compatibile col quadro generale della finanza pubblica». Senza contare, aggiunge Gava, che «è il ministero dell’Economia ad avere tutti gli strumenti di controllo e di monitoraggio della spesa sanitaria».

«Non ho alcun preconcetto sull’ipotesi di un ministro della Salute interlocutore unico delle Regioni. Purché sia effettivamente sostenuto, in coerenza, dall’intero governo» dice Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna. «In dieci anni - aggiunge - abbiamo visto di tutto: siamo passati dalla Bindi, che era davvero interlocutore unico, poi all’Economia, poi al doppio tavolo. L’unica cosa importante è capire se il governo vuole investire nella Sanità. E la prospettiva di limitare il budget sanitario a una crescita del 2% anche nel 2006 e nel 2007 non è chiaramente praticabile».

Gava e Bissoni concordano su un fatto: «Il problema è solo del governo». Resta da dire che la materia è assai ingombrante. Lo stop al decreto 56 sulla ripartizione dei fondi regionali sta bloccando il trasferimento alle Regioni dei residui di cassa del 2003 e del 2004, anche per chi ha i conti a posto. Poi, senza pensare al 2006, c’è da risolvere la grana dell’ultimo contratto di lavoro della Sanità. Le Regioni accusano uno sbilancio, per l’anno scorso, di ben 4,5 miliardi di euro. E li pretendono dal governo.

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