Da Corriere della Sera del 20/05/2005

LA NUOVA RAI / Il neo consigliere di area ds disegna la sua tv di Stato: vedrei bene anche la Annunziata. Minoli è geniale, l’unico che inventa qualcosa

Rognoni: basta con Cattaneo e Saccà. Tornino Santoro e Freccero

di Paolo Conti

ROMA - La Rai è ancora senza presidente. Che ne pensa il neo consigliere Carlo Rognoni, designato dai Ds?
«Va bene il desiderio di una soluzione concordata, va bene il dialogo Prodi-Letta. Ma fate presto. C’è un nuovo consiglio pronto per i due terzi. Ritardare significa prolungare la vita del vecchio Cda che per noi è decaduto da un anno, cioè dalle dimissioni del presidente di garanzia Lucia Annunziata».

Sarà davvero Claudio Petruccioli il nuovo presidente?
«Nessuno lo sa, al momento. Vedremo come andrà il dialogo».

Ma non si tratta di inciucio tra maggioranza e opposizione?
«Brutta parola, non c’entra niente. Tra undici mesi si vota. La vittoria dell’Unione è realistica. Un governo stabile, sereno alla Rai senza l’incubo di un direttore generale contestato il giorno dopo le elezioni conviene a tutti».

A chi pensa per quell’incarico, Rognoni?
«Urge discontinuità. Quindi non chi governa oggi l’azienda. Non chi l’ha governata nel recente passato».

Quindi non Flavio Cattaneo né Agostino Saccà.
«Esatto. La dirigenza Cattaneo ha lavorato senza un progetto per il futuro della Rai, senza immaginare alleanze internazionali, ha accentrato tutto come se si trattasse di vendere una fiera. Saccà ha la colpa di essere diventato il simbolo delle mani di Berlusconi sulla Rai. Ha accettato l’ordine di far fuori Santoro e Biagi. Possibile che il centrodestra possa esprimere solo Cattaneo e Saccà? Suvvia».

Se le dicessero Giancarlo Leone?
«Applaudirei a scena aperta. Competente. Attaccato all’azienda. Ha sempre lavorato bene dov’è andato».

I principali problemi della Rai, adesso?
«Chi fa solo tv generalista sta fermo. Bisogna affrontare la convergenza tv-telefono-computer sul digitale, accettare la scommessa del Dvbh, della tv su telefonino. Bisognerà separare anche dal punto proprietario la Rai operatore di reti e frequenze dalla Rai produttore di contenuti, capace di intese internazionali e in grado di competere. Da quattro anni non si inventa nulla, nel suo laboratorio lo fa solo Giovanni Minoli, che è geniale....Chi parla di vendita di reti non sa cosa avviene nel mondo. Mediaset ha fatto benissimo ad acquistare Endemol, per esempio».

Ma adesso parliamo di uomini. Santoro deve tornare?
«Certo. Così come deve riprendere il lavoro Carlo Freccero. E perché non Lucia Annunziata? Ma i divi sanno difendersi bene. Mi preoccupa il gran numero di professionisti, di inviati, meno famosi ma emarginati».

Cosa pensa dell’approfondimento Rai? Per esempio di Masotti?
«I consiglieri non devono esprimere giudizi ma creare le condizioni per dare spazio alle diverse culture: non appartiene al mio stile punire chi non la pensa come me. Masotti? Se avesse ascolti alti, benissimo. Ma sono bassi: mi sembra riflettano una discutibile qualità della trasmissione».

E il suo giudizio su Bruno Vespa?
«Bravissimo. Ma occupa troppo spazio. Un conduttore anche ottimo che sta tutte le sere in tv esaurisce la sua attrattiva. Porta a Porta è diventata la Terza Camera. Non va bene alla politica. E non fa bene alle altre due Camere».

Un mese fa si parlava di un arrivo di Ferrara alla Rai.
«Ah sì? Mi dispiacerebbe per La7, sta facendo molto bene. Anni fa si immaginò un’accoppiata Ferrara-Santoro. Farebbe sicuramente scintille... Di difficile gestione, lo ammetto».

In quanto ai tre telegiornali?
«Mi pare finita l’era della divisione netta tra aree nata da altri tempi. Ora c’è il bipolarismo. E quindi il paradosso, per esempio, di un Tg2 ancora pieno di gente allevata da Andrea Barbato che deve lavorare con Mauro Mazza».

Ha qualcosa da ridire su Mazza?
«E’ un valido conduttore. Ma il suo tg perde ascolti. E in redazione non lavorano tutti coloro che dovrebbero lavorare».

In quanto al famoso «panino» del Tg1 di Clemente Mimun?
«Va di traverso. E’ indigesto. Fa male alla democrazia. Il metodo di dare la notizia, poi commentarla, infine negarla non aiuta a capire ma fa felici solo i politici. Un po’ poco».

Dice Mimun: il marchio è di Roberto Zaccaria, un terzo del tempo al governo, uno alla maggioranza, uno all’opposizione.
«Zaccaria aveva posto la questione in altri termini. Ma anche lui può sbagliare. E’ un artificio peggiorativo».

In quanto al Tg3 di Antonio Di Bella?
«Perché negarlo? E’ quello più in sintonia con le mie idee. Ma questo presupposto prevede il via libera a un tg berlusconiano. Occorre invece ripensare tutti i tg Rai, riflettere sulle linee di orientamento. Nel Cda siamo un gruppo di persone serie, preparate. Troveremo l’indirizzo giusto».

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