Da La Repubblica del 15/05/2005

Bush contro il "made in China"

Nuovi dazi sul tessile, Pechino minaccia ritorsioni

"Gravi danni all'economia americana per l'invasione di merci cinesi". Ora Pechino teme anche l'offensiva dell'Europa
È già allo studio il ricorso al Wto per bloccare il provvedimento Ma gli imprenditori saranno tenuti a forme di auto-limitazione dell'export

di Federico Rampini

PECHINO - Dopo tante minacce la «guerra del tessile» contro la Cina è cominciata davvero. Ma l'offensiva non è partita da dove Pechino se l'aspettava. È stato George Bush, non l'Europa, ad agire per primo. Il presidente americano ha annunciato che la sua Amministrazione reintrodurrà dei limiti quantitativi sulle importazioni di camicie, pantaloni e maglieria made in China: torneranno quindi quelle "quote" che erano state abolite dall'Organizzazione del commercio mondiale (Wto) il primo gennaio scorso, in applicazione di accordi firmati dieci anni fa. La mossa di Bush, che contraddice gli impegni del presidente per la liberalizzazione del commercio mondiale, darà un aiuto alla lobby tessile europea - forte soprattutto in Italia, Francia e Spagna - che preme sulla Commissione di Bruxelles per ottenere protezioni contro la Cina. Il conflitto sarà anche il primo test per il nuovo direttore generale del Wto. Si sa ormai che questo incarico andrà a Pascal Lamy, il francese che nella Commmissione Prodi aveva il portafoglio del commercio estero. In vista del suo nuovo ruolo di arbitro del commercio internazionale, Lamy si è detto contrario alle barriere contro il made in China.

La decisione di Bush è legata anche al braccio di ferro fra Washington e Pechino sulle monete. L'America preme da tempo perché venga rivalutato il renminbi, la valuta cinese, in modo da rendere meno competitivo il made in China. Bush spera che un deprezzamento del dollaro verso il renmimbi contribuisca a ridurre l'immenso deficit commerciale degli Stati Uniti con il resto del mondo, ormai a quota 600 miliardi di dollari, ovvero il 6% del Pil Usa. La scorsa settimana attorno alla rivalutazione del renminbi si è sviluppato un «giallo». Per un errore di traduzione dal cinese, la versione inglese del Quotidiano del Popolo, giornale ufficiale di Pechino, ha dato per imminente la rivalutazione mercoledì scorso.

Nei pochi minuti fra la pubblicazione di quella notizia e la sua smentita, sui mercati valutari mondiali si è scatenata una tempesta che ha spinto al ribasso il dollaro e al rialzo tutte le monete asiatiche. Una crisi breve ma emblematica delle tensioni che si sono accumulate sulla parità tra la moneta cinese e il dollaro.

Visto che Pechino per ora non cede sulla sua valuta, che resta inconvertibile e stabilmente incollata al dollaro, Bush ha lanciato le sue ritorsioni. L'annuncio che Washington reintrodurrà i limiti quantitativi in tre settori dell'abbigliamento è stato motivato con il fortissimo aumento delle importazioni dalla Cina, che dall'inizio dell'anno sono cresciute del 1.500% rispetto all'anno scorso per i pantaloni, e del 1.300% nelle camicie.

Secondo il governo Usa questa invasione avrebbe già distrutto 16.000 posti di lavoro. Questi dati per Washington appaiono sufficienti a fare scattare le clausole di salvaguardia previste negli accordi del Wto, che consentono a un paese di limitare le importazioni se dimostra che queste hanno provocato gravi danni alla sua economia. Una volta invocate le clausole di salvaguardia, l'America limiterà la crescita delle importazioni cinesi entro un tetto del 7,5% annuo, modestissimo rispetto alla tendenza spontanea del mercato. Questa decisione di Bush rappresenta una sconfitta per le associazioni dei consumatori Usa e la grande distribuzione: fino all'ultimo si erano battute contro il protezionismo, sostenendo che il made in China riduce i prezzi e migliora il potere d'acquisto dei consumatori.

L'offensiva americana contro la Cina è seguita con grande attenzione a Bruxelles e in tutte le capitali europee. Il commissario europeo responsabile del commercio estero, il britannico Peter Mandelson (successore di Lamy) sotto la richiesta di italiani, francesi e spagnoli ha aperto alcune settimane fa un'indagine conoscitiva, per verificare se ci siano nell'Unione europea le condizioni per invocare le clausole di salvaguardia.

Finora Mandelson si è mosso con prudenza, evitando di sbilanciarsi sul risultato della sua indagine. Ancora l'altroieri, in una visita a Pechino, la «troika» che rappresenta la presidenza di turno del Consiglio europeo ha auspicato una soluzione concordata con i cinesi. Ora il passo americano dà una mano alla lobby protezionistica europea che alzerà la sua pressione su Bruxelles.

Anche la Cina dovrà prendere le sue contromisure e la strategia che seguirà è ormai chiara. Da un lato Pechino farà ricorso al Wto, l'arbitro delle regole del commercio mondiale, forte del fatto che Lamy ha duramente condannato nei giorni scorsi (prima ancora della sua nomina) ogni ritorno al protezionismo. «Non è la legge della giungla - ha detto Lamy - le regole del Wto sono molto chiare. Perché certi politici non vogliono riconoscerle?». Assieme al ricorso, che può avere tempi lunghi, la Cina ha però già annunciato di voler ammorbidire le tensioni con Washington e Bruxelles, attraverso forme di autolimitazione volontaria delle sue esportazioni nel tessile-abbigliamento. Questa è solo una delle tante industrie in cui la Cina è diventata leader mondiale.

Nell'economia globale il made in China trionfa anche nei mercati dell'elettronica di consumo, dei computer, dei telefonini. Per placare la febbre protezionista che divampa in America e in Europa, Pechino, all'inizio dell'anno, ha già introdotto delle tasse sui propri prodotti tessili. Potrebbe aumentarle ancora, con un duplice risultato: limitare il boom delle vendite all'estero, ma anche spingere i suoi imprenditori a specializzarsi su prodotti a più alto valore aggiunto, sui quali le tasse incidono meno.

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