Da The New York Times del 07/08/2005

Niger, la strage dei neonati

Denutrizione e malattie: il 30% non arriverà ai cinque anni di vita

di Michael Wines

ELKOKIYA (NIGER) - Mercoledì sera, al tramonto, in una fossa qualsiasi di un cimitero circondato da campi di miglio, gli uomini di questo villaggio dalle case di fango hanno seppellito Baby Boy Saminou, l'ultima vittima della carestia che sta sterminando 3,6 milioni di contadini e pastori di questa nazione indigente. A sedici mesi il piccolo era di poco più grande di un neonato, aveva gli arti tutti pelle e ossa e le gracili costole di chi è gravemente denutrito. Era morto tre ore prima nell'unità di terapia intensiva dell'ospedale da campo gestito da Medici Senza Frontiere, dove altri trenta piccoli come lui giacciono su brandine di metallo accanto alle loro madri. Un bambino su cinque è in agonia: è questo l'esito - dicono in molti - della tardiva reazione del mondo a una calamità annunciata nei dettagli da almeno nove mesi.

Il problema dell'ultima carestia del Niger, come la tragedia di Baby Boy Saminou esemplifica, è molto più complesso di quanto possa apparire ad una prima impressione. Mentre gli aiuti lentamente iniziano ad affluire in alcuni dei quasi 4.000 villaggi disseminati nel Niger meridionale che hanno bisogno di soccorso, la reazione del mondo ricco alla peggiore crisi alimentare verificatasi in Niger dalla carestia del 1985 di fatto si sta rivelando troppo tardiva. In televisione, tuttavia, non si vedono i rattrappiti neonati, che muoiono senza quasi fare notizia anche negli anni cosiddetti normali. In questa nazione, la seconda più povera del mondo, sono un numero sconvolgente, ben 262, quelli che non riescono a raggiungere il compimento del quinto anno di età ogni mille bambini nati vivi. Tra di loro vi sono cinque dei sette tra fratelli e sorelle di Baby Boy Saminou: chi è sopravvissuto più a lungo prima di morire è arrivato ai quattro anni. Quando al padre di Saminou abbiamo chiesto la causa della loro morte, Saidou Ida ha risposto semplicemente: «La denutrizione».

Fonti delle organizzazioni internazionali di soccorso e volontari delle associazioni di carità affermano che è difficile trovare una giustificazione alla reazione dilatoria del mondo alle necessità nigerine. Alcuni dichiarano altresì che i tormenti del Niger quest'anno sono una versione appena peggiore delle sue piaghe di sempre, e che finché il Niger non risolverà con decisione i propri problemi connessi ad un'agricoltura primordiale, ad un'assistenza sanitaria primordiale e a condizioni sociali primordiali, i neonati e i bambini piccoli continueranno a morire senza quasi destare attenzione, in numero tale da far sembrare irrilevante qualsiasi emergenza legata alla carestia.

Che questo sia un problema eterno in nessun modo deve ridimensionare l'improrogabilità dell'attuale calamità del Niger: piogge irregolari, gravi penurie di cibo nelle fasce agricole e pastorali dove vivono ben 11 dei 12 milioni di abitanti nigerini. Insieme questi due fattori portano il tasso di mortalità della prima infanzia persino più in alto del già usuale alto tasso nigerino, pari a un bambino su quattro, nonché allo sterminio di tutto il bestiame su cui fanno affidamento e da cui dipendono i nomadi della nazione.

Capire quante siano le persone che necessitano di aiuto dipende dai parametri di giudizio utilizzati: secondo un accertamento condotto quattro mesi fa dalle Nazioni Unite circa 1,2 milioni dei 3,6 contadini e pastori delle zone rurali sono definiti «estremamente vulnerabili» alla penuria di cibo. Di costoro 874.000 hanno urgentemente bisogno di donazioni alimentari e tale numero potrebbe continuare a salire fino a che non si procederà al prossimo raccolto in ottobre: questo quanto appurato nel corso dell'ultimo accertamento, eseguito il mese scorso.

Tutto ciò, ad ogni modo, non significa che 900.000 persone moriranno necessariamente di fame: il grosso degli affamati in qualche modo sopravvivrà. Molti di quanti moriranno saranno bambini piccoli, ma anche in questo caso la maggior parte di loro non morirà di inedia ma per la scarsa qualità dell'acqua o per altre cause non direttamente legate all'alimentazione.

Già lo scorso novembre si temeva questo disastro: allora gli esperti che monitoravano la produzione agricola nigerina avevano scoperto nell'ultimo raccolto, specialmente miglio che costituisce il pilastro dell'alimentazione per la maggior parte della popolazione locale, un ammanco pari a 220.000 tonnellate di cereali, circa il 7,5 per cento in meno di un raccolto normale.

«Credo che tutti sapessero che una crisi era imminente» ha detto Johanne Sekkenes, capo missione in Niger di Medici Senza Frontiere, in un'intervista rilasciata nella capitale Niamey. «Ma la risposta data all'epoca, da governi e agenzie internazionali in Niger, fu che i programmi già esistenti, i normali programmi di sviluppo, dovevano essere potenziati».

Altri dicono che il Niger è avviato irrimediabilmente verso una futura calamità, aiuti o non aiuti. Pur morendo moltissimi bambini, la donna media nigerina partorisce sette figli e la popolazione sta crescendo ad un ritmo tale che entro il 2026 la popolazione di questa terra che è già al limite delle sue capacità raddoppierà.
Annotazioni − Articolo pubblicato il 07/08/2005 su "la Repubblica". Traduzione Anna Bissanti.

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