Da La Repubblica del 19/09/2005

La caduta di Angela prima ma sconfitta

di Andrea Tarquini

BERLINO - ADDIO sogni di gloria, addio ambizioni di trionfo. Forse, addio anche alla prospettiva di essere la protagonista d´una svolta storica, diventare la prima donna alla guida della Germania. Per Angela Merkel, quella che si annunciava come l´ora del trionfo è diventato il giorno più lungo. Non solo: per la "fanciulla dell´est" è stato anche, probabilmente, il giorno più nero da quando ha cominciato la folgorante carriera che l´ha portata a guidare il centrodestra orfano di Helmut Kohl.

Il successo è mancato, Angie rivendica la cancelleria ma i consensi alla Cdu-Csu scendono di ora in ora. Alla Konrad Adenauer Haus, la moderna sede democristiana a un passo dalla Colonna della vittoria eretta dal Kaiser dopo la guerra vittoriosa contro Napoleone III, l´atmosfera è plumbea. Musi lunghi, facce deluse, nervi al calor bianco, lacrime trattenute. Quando alle 18,01 le prime proiezioni hanno annunciato il tonfo del partito, migliaia di militanti hanno urlato come colpiti da un calcio nello stomaco. Non basta: i "principi feudali", cioè i governatori e leader regionali democristiani - tutti occidentali, tutti maschi - rialzano la testa. Nella Balena bianca tedesca che si sentiva già al governo riesplode la lotta di potere.

«Gli elettori hanno comunque posto fine ai sette anni di governo rossoverde», ha detto Frau Merkel pallida e tesa, in abito-pantalone nero, parlando con a fianco il premier bavarese Stoiber e il segretario generale Volker Kauder. In platea, non più giovani con la maglietta arancione della campagna elettorale, non più grida di "Angie" né canto dell´omonimo motivo degli Stones. "Angie" non appare più Unsere Kanzlerin, la nostra cancelliera. Rischia di tornare das Maedchen, la ragazza, se non das Kueken, il pulcino, come la chiamava Kohl. Lei lo aveva emarginato, ma rischia di non apparirne più la degna erede.

«Il mandato degli elettori è chiaro», si difende Angie nelle spietate interviste in diretta della tv pubblica. «La Cdu-Csu è il primo partito, rivendica il mandato per la formazione d´un governo. Lo fa in condizioni difficili, devo ammetterlo. Il nostro obiettivo di maggioranza non lo abbiamo raggiunto. Noi e i liberali da soli non siamo abbastanza, non è bastato. Ma rivendico il ruolo di dare al paese il governo di riforme e di rilancio che si merita».

Frau Merkel, ma come farà a raggiungere i numeri necessari per formare una maggioranza? «Devo ammetterlo, ve lo dico con il cuore, con sincerità femminile: ci eravamo aspettati un risultato migliore. Ma adesso la campagna elettorale è finita. Eppure ringrazio tutti i militanti per il loro grande impegno, e sono fiera della mobilitazione del mio partito».

Quali saranno le sue prossime mosse? «Per dare un governo al paese io sono pronta al dialogo con tutte le forze politiche. Intendetemi: tutte tranne una, la "Sinistra" di Lafontaine e Gysi. Voglio oggi come ieri che la Germania abbia una leadership che la incammini sulla via delle riforme e del rilancio».

Angela Merkel ostenta ottimismo, si sforza di sorridere. Con sguardi e rapide strette di mano sembra quasi incoraggiare i suoi collaboratori più fedeli, la giovanissima portavoce Eva Christiansen e il vice Matthias Barner. Ma le cattive notizie arrivano a raffica. La Spd accorcia il distacco a pochi decimali, e il centrodestra perde (otto punti) perfino in Baviera, il bastione bianco di Stoiber. La fronda dei wessi-machos, i rivali maschi della Germania ovest, rialza la testa. Il renano Friedrich Merz, esperto di finanze, critica la strategia e la conduzione della campagna elettorale democristiana. Angie non è attaccata per nome, ma è chiaramente il bersaglio. «Ma no, è ovvio che la appoggeremo quale candidata alla cancelleria», assicura il governatore dell´Assia Roland Koch, e le sue parole suonano come ambigua excusatio non petita. Dubbi e mezze frecciate anche da Stoiber: il leader bavarese «non esclude» di candidarsi a un ruolo nella politica federale del centrodestra a Berlino, e non dice se pensa solo a chiedere una poltrona ministeriale o altro.

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