Da La Repubblica del 18/10/2005

Il Professore rischiava di essere un "amministratore": da domenica notte è un leader carismatico

Da condominio a comunità politica il fattore-Prodi trasfigura l'alleanza

di Ilvo Diamanti

Si ricorderanno a lungo queste primarie all'italiana. E quindi specifiche, "anomale", sul piano europeo. Come tutte le cose che riguardano la politica del nostro Paese. "Primarie di coalizione". Con un vincitore annunciato da tempo. Romano Prodi. Sfidato (si fa per dire) dai leader dei partiti medi e piccoli del centrosinistra. Interessati ad acquisire visibilità e peso contrattuale, più che a contendergli la vittoria. Romano Prodi. Più che un leader, pareva destinato a diventare un portavoce. Al servizio dell'Unione dei partiti.

Erano (eravamo) in tanti a valutare con un certo scetticismo queste primarie.

Dove tutto sembrava scontato e senza storia. Invece hanno impresso alla storia politica del centrosinistra (ma anche a quella del paese) una svolta imprevista. Come talora avviene, quando i processi sociali sfuggono al controllo dei gruppi dirigenti. E degli analisti, che, come noi, si innamorano dei loro strumenti di interpretazione e di misurazione. Al punto da non vedere la realtà, se esce dal fuoco - troppo stretto - dei nostri binocoli. Per cui è successo che queste primarie, annunciate e annullate più volte, guardate con scetticismo da molti attori e osservatori politici, sono state prese sul serio dai cittadini. Quattro milioni e oltre di persone hanno affollato fino a notte fonda i seggi elettorali allestiti, talora improvvisati, in tutto il territorio nazionale. Attendendo molto tempo, a volte delle ore. Pagando, di tasca loro. Per votare. Anche se l'esito era scontato.

Queste primarie, sono state "usate", dagli elettori di centrosinistra. Come un canale, uno strumento. Oltre che per esprimere sostegno a Prodi, per altri fini.

1) Per manifestare, una volta di più, il loro dissenso verso le politiche del governo. In materia economica. E in materia istituzionale. Contro la legge elettorale proporzionale, percepita dagli elettori (non solo di centrosinistra) come un espediente per limitare il successo dell'Unione. Considerato molto probabile.

2) Per comunicare l'insofferenza verso le logiche e la leadership dei partiti. Anche di centrosinistra. Per metterne in discussione le tentazioni oligarchiche. La chiusura nei confronti della società e della base sociale. Si tratta di una richiesta di cambiamento che investe l'identità e l'organizzazione. Visto che, per gli elettori di centrosinistra, è difficilmente sopportabile un modello di partito senza società, senza territorio e senza organizzazione. Che si riassuma nell'identificazione personale e mediatica.

3) Le primarie restituiscono, peraltro, una grande legittimazione al leader dell'Ulivo e candidato del centrosinistra. Romano Prodi. In contrasto con le attese di quanti, nel centrosinistra, concepivano il passaggio dall'Ulivo all'Unione come lo slittamento da una casa comune a un condominio. Di cui Prodi poteva diventare, al massimo, l'amministratore. Oggi Prodi è davvero il leader del centrosinistra. Legittimato dal voto popolare di un quarto degli elettori di centrosinistra. Ma, soprattutto, è il leader di una "comunità politica", non di un cartello di sigle. Visto che molti elettori delle primarie non hanno uno specifico partito di riferimento. E molti di più, ad ogni modo, hanno in mente un soggetto unitario, non un collage di partiti medi, piccoli e piccolissimi. Non a caso (come mostrano le tabelle e le mappe presentate in queste pagine) le performance di Prodi risultano particolarmente significative nelle regioni del centronord, dove alle elezioni regionali di marzo era presente la Lista Uniti per l'Ulivo. Mentre l'Unione dei partiti si afferma nelle regioni del Mezzogiorno, presidiate dall'Udeur di Mastella.


Le primarie, anche per questo, appaiono come una sorta di viatico all'Unione (l'Ulivo?) come "nuovo" partito di massa. D'altronde, i partiti si caratterizzano, fra gli attori politici, perché formano la classe dirigente, forniscono programmi, selezionano i candidati in vista delle elezioni. Ebbene, le primarie di domenica hanno sancito la candidatura di Prodi, in vista delle prossime elezioni. Mentre la diversa identità politica dei leader concorrenti ha, in qualche misura, sintetizzato il confronto sui programmi. O almeno: il contrasto fra i progetti. Ma le primarie hanno costituito un'occasione di partecipazione. E hanno riprodotto l'organizzazione sul territorio, richiesta da un impegno elettorale tanto ampio e diffuso, quanto socialmente visibile. Infine, hanno proposto un motivo, esplicito, di appartenenza. Perché se i partiti di massa richiedevano (e richiedono ancora, come i DS) una tessera, la partecipazione alle primarie appare un vero atto, formale di iscrizione. Visto che imponeva di dichiarare, formalmente, la propria scelta di voto. E richiedeva una quota di "adesione".

Per questo le primarie di domenica scorsa sono destinate a segnare una svolta, nel rapporto fra società e politica, in Italia.

a) Perché rivelano (confermano) una domanda di partecipazione dei cittadini, diffusa. Visibile. Che non riflette solo insoddisfazione e opposizione. Ma, al tempo stesso, ricerca di identità e di maggiore coinvolgimento. Sulla scia delle diverse occasioni di mobilitazione e di impegno, che hanno costellato la storia del nostro paese, negli ultimi anni.

b) Perché rivelano, una volta di più, l'ampiezza della richiesta di unità, fra gli elettori di centrosinistra. Un sentimento che l'Unione dei partiti non riesce a soddisfare.

c) Perché, più di tanti discorsi e dibattiti, chiariscono l'esistenza di una linea di confine, netta e condivisa, fra destra e sinistra. Separa due diverse concezioni della democrazia. Una "formale" e l'altra "sostanziale". La svolta proporzionale del centrodestra, a questo proposito, appare particolarmente significativa. Non tanto per il proporzionale in sé, che può garantire, se fatto bene, prestazioni di bipolarismo non peggiori del maggioritario (come hanno ribadito, fra gli altri, Giovanni Sartori, Gianfranco Pasquino, Antonio Agosta). Ma per gli effetti di questa specifica versione, che favorisce la centralizzazione dei poteri, a vantaggio delle oligarchie di partito.


A questo modello di "democrazia mediatica", delegata a ristrette cerchie di potere, che affida alla comunicazione e al marketing il compito di realizzare il rapporto con la società, si oppone un'altra idea. Che, nella partecipazione dei cittadini alle scelte e alle decisioni, non vede un elemento residuale e in declino; ma un fattore costitutivo.

Certo, dimensione formale e sostanziale, nella democrazia coesistono. Diversa, però, è la rilevanza, diverso il significato loro riconosciuto, dagli attori politici. Le primarie, oggi, ne tracciano il confine simbolico. Non è un caso che il premier abbia preferito non affrontare il giudizio delle primarie. In competizione con gli altri leader della CdL. Che, coerentemente, abbia commentato la consultazione del centrosinistra in modo critico e ironico. Rammentando che le elezioni vere sono cosa ben diversa.

Per isolare il fondamento "elettorale" della democrazia. E per marcare il contrasto fra democrazia del pubblico e democrazia deliberativa. Fra politica come marketing e come partecipazione. Trattata, quest'ultima, come residuo del passato. Un anacronismo. Che sopravvive per abitudine. Quasi un vizio della memoria. Una malattia. Che, tuttavia, molti cittadini non sembrano intenzionati a curare.

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