Da El Pais del 18/10/2005

Con Ilan Pappe tra i villaggi palestinesi cancellati nel 1948

Gli ultimi "giusti" di Israele eroi solitari in lotta per la pace

Sionisti e antisionisti, laici e religiosi, si propongono di aprire gli occhi alla maggioranza conformista del Paese che non vuole vedere
Solo ammettendo la responsabilità della pulizia etnica, e l'espulsione della maggioranza dei palestinesi, si potrà raggiungere un'intesa
Dopo il 2000 la società ha subito un estremo irrigidimento a destra
La sinistra israeliana si è ridotta a un pugno di coraggiosi Don Chisciotte

di Mario Vargas Llosa

Israele è l'unico paese al mondo in cui io mi senta tuttora di sinistra. Più che mai in questo viaggio (sono ormai al quinto, dopo il primo nel 1974 o 1975). Anche se qui ciò che merita il nome di sinistra si è ormai ridotto alla sua minima espressione: poche centinaia di "giusti", nel senso attribuito a questa parola da Albert Camus. Un pugno di donne e uomini di straordinaria integrità e coraggio, che conducono una battaglia politica, intellettuale, culturale e giornalistica quasi donchisciottesca. Soprattutto dopo il 2000, quando il grosso della società israeliana – in seguito al fallimento di Camp David, all'inizio della seconda Intifada e alla proliferazione degli attentati terroristici contro la popolazione civile - si è incancrenita in un conservatorismo nazionalista, sciovinista e xenofobo, con una forte impronta religiosa. Per dare un'idea dell'irrigidimento a destra basterà dire che alle prossime elezioni, ad affrontarsi saranno due "divi" della politica: Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu. Quest'ultimo, da posizioni demagogiche e ultranazionaliste, accusa il rivale di essersi consegnato al nemico; mentre Sharon si presenta come un centrista moderato. Ha ragione Amos Oz: in Israele, il surrealismo non è un genere letterario: è il modo di essere della politica.

I giusti non la pensano tutti allo stesso modo. Le differenze sono grandi. Tutti però praticano, secondo l'espressione di Weber, la politica della convinzione prima ancora che della responsabilità; e concordano nel criticare duramente lo Stato e il governo israeliano, denunciando gli abusi e i crimini commessi contro i palestinesi, e difendendo la pace. Una pace che a loro giudizio sarà possibile solo se Israele rinuncerà all'occupazione coloniale della West Bank, e riconoscerà il diritto dei palestinesi a un proprio Stato indipendente, con capitale Gerusalemme, nell'ambito di un accordo di sovranità condivisa della città.

Ma l'impegno più tenace dei giusti è forse il tentativo di aprire gli occhi ai propri connazionali. In un sistema sempre più portato – un po' come la minoranza bianca nel Sudafrica dell'apartheid – a chiudere gli occhi davanti a situazioni come quelle di Gaza e della West Bank, o ai comportamenti dei militari e del governo, essi si sono assunti il ruolo di guastafeste, per turbare la tranquillità e la buona coscienza della maggioranza conformista…

Sionisti e antisionisti, laici e religiosi, giornalisti e professionisti, si muovono generalmente ai margini dei partiti, da indipendenti, o da piccole fondazioni o ong. L'unica ricompensa ai loro sforzi è la soddisfazione morale di essere coerenti con le proprie idee, la coscienza d'aver compiuto il proprio dovere. Quelli che ho conosciuto sono esempi lampanti della tempra di cui sono dotati gli esponenti della sinistra israeliana. Non dimenticherò mai Amira Hass, la giornalista israeliana che da anni vive tra i palestinesi di Gaza e di Ramallah «per sapere cosa significa vivere sotto un'occupazione coloniale». I suoi articoli, come quelli del suo collega Gideon Levy su Haaretz, dicono ciò che più nessuno osa dire e che l'opinione pubblica non vuole sapere. Così come non dimenticherò l'ex soldato Yehuda Shaul e i suoi giovani collaboratori, che esortano i compagni d'armi a «rompere il silenzio e a confessare gli orrori commessi inevitabilmente da un esercito d'occupazione». O Meir Margalit e i suoi amici, che con fatica e ostinazione ricostruiscono più volte, contro ogni speranza, le case dei palestinesi che i carri armati tornano a demolire.

L'elenco sarebbe lungo e incompleto. Vorrei concentrarmi qui sulla figura dello storico Ilan Pappe, forse il più anticonformista degli israeliani, che conduce una battaglia radicale contro l'establishment politico e accademico di Israele. Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all'Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra del 1948, quando Israele ottenne l'indipendenza. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un'autentica operazione di pulizia etnica, con l'espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d'Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi come presupposto alla pace.

Docente di storia mediorientale all'università di Haifa, è stato di recente protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l'espulsione dello stesso Pappe dall'università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge University Press, 2004).

Mi figuravo un personaggio tutto passione e tensione. Al contrario, Ilan Pappe è un uomo gioviale, pieno di vitalità e di senso dell'umorismo. Mi ha fatto conoscere la parte araba di Haifa, o quel che ne rimane: i luoghi ove sorgevano i villaggi cancellati e, al centro della città, le case espropriate a suo tempo da Ben Gurion agli arabi più benestanti, oggi in esilio. Ilan Pappe e i suoi collaboratori le hanno fotografate per tentare di identificare i proprietari o i loro eredi, e ricostruire una società e un'epoca che la storia ufficiale vuole annullare.

Ilan Pappe ama la sua città e la conosce casa per casa. Ma la sua voce si incrina quando ricorda che nel 1948, nel giro di pochi giorni, 75 mila arabi ne vennero espulsi. Solo a tavola, in un ristorante del quartiere, lo storico si decide a parlare della politica attuale. È convinto che il ritiro da Gaza non avrà grande rilevanza, anche perché quei 21 insediamenti israeliani sono poca cosa rispetto alle centinaia di colonie della Cisgiordania, che Sharon non intende evacuare. Ma non vi sarà soluzione del conflitto finché Israele non riconoscerà il diritto della Palestina alla sovranità e al ritorno dei profughi. La sua critica al sionismo è frontale: un Paese che pratica l'esclusivismo religioso ed etnico non può essere veramente democratico. Ilan Pappe è uno dei più eloquenti sostenitori di uno Stato unico e binazionale, nel quale ebrei e arabi siano cittadini con pari diritti e doveri.

Ilan Pappe abita a una ventina di minuti da Haifa, in un sobborgo inerpicato sul colle: si vede un immenso cielo stellato, in questa notte tiepida e chiara che più mediterranea non si può. Ha due figli piccoli e una moglie incantevole. La conversazione mi ha profondamente commosso. È stata una delle mie ultime interviste in Israele, dopo due settimane demenziali, durante le quali ho dovuto lottare contro le impressioni tremende che mi suscita la situazione di questo paese. Un paese che è cresciuto, si è arricchito, è diventato potente. Tanto potente - e qui sarei lieto di sbagliarmi - da poter andare avanti così per molti anni senza avvertire l'urgenza di risolvere il problema palestinese. Una cosa è certa: per quanto dolorosi e terribili possano essere gli attentati terroristici per le vittime e le loro famiglie, sono soltanto piccoli graffi sulla pelle di quell'elefante che è oggi Israele: episodi che non incidono sulla sua esistenza, sul suo elevato livello di vita, e purtroppo neppure sulla sua coscienza. Ma c'è di peggio: in un certo senso, e a differenza dei palestinesi - per i quali il conflitto è questione di sopravvivenza, di vita o di morte – gli israeliani lo vivono ormai come una realtà marginale, una routine nella quale il loro potente esercito si allena, si aggiorna e si rafforza.

Nonostante tutto, il mio pessimismo mi sembra meno giustificato dopo l'incontro con Ilan e la moglie. Entrambi sono certi che presto o tardi il vento cambierà. La loro convinzione è così limpida da contagiarmi. Le ingiustizie storiche finiscono sempre per essere riconosciute, e con la condanna universale verrà anche la dovuta riparazione. Quale prova migliore della storia stessa del popolo ebraico? Gli atroci massacri, i ghetti, le persecuzioni secolari sono forse riusciti a sterminarlo? La verità si imporrà anche in questo caso.

In Israele esistono ancora uomini come Ilan Pappe. Aiutano a sperare che dopo Gaza le cose possano andare per il meglio. Ma se questo avverrà, sarà il frutto del lavoro di quelle eroiche formiche che sono i giusti di Israele.
Annotazioni − Articolo pubblicato il 18/10/2005 su "la Repubblica". Traduzione di Elisabetta Horvat.

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